La vicepresidente del Parlamento europeo e eurodeputata Pd Pina Picierno al festival orgnanizzato dall’Altravoce: la riforma della giustizia al centro del suo intervento
Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e eurodeputata Pd, si è detta fin dall’inizio favorevole alla riforma della giustizia su cui saremo chiamati a votare domani e lunedì. Lo ha fatto in aperta opposizione alla linea maggioritaria del suo partito, rappresentata dalla segreteria di Elly Schlein. La riforma della giustizia è al centro del suo intervento nell’ultima giornata del festival Feuromed organizzato dall’Altravoce.
Vicepresidente, il codice accusatorio di Vassalli varato nell’89 forse non è mai stato interamente digerito da una parte della cultura politica di sinistra.
«Quello che constato è anzitutto una contraddizione tra i principi della riforma Vassalli – quindi l’idea del giudice terzo e l’idea di accusa e difesa che si affrontano su un piano di parità – e la prassi, che è tutt’altra cosa da quello che dovrebbe essere secondo quel codice. I dati ci dicono che più del 95 per cento delle richieste della pubblica accusa – intercettazioni, prosecuzioni d’indagine, rinvii a giudizio – vengono accolte dal giudice. Questo testimonia un’eccessiva condiscendenza del giudice nei confronti del pm. Questa riforma fa una cosa semplice: non risolverà certo tutti i problemi della giustizia italiana, ma prova quantomeno a rendere più coerenti i principi dichiarati del nostro sistema penale e la prassi processuale. È un passo necessario per superare un residuo culturale della cultura inquisitoria, che è una cultura fascista. In questa campagna ho visto una serie di contraddizioni che mi hanno sbalordito. Oggi (ieri, ndr) il presidente Conte è tornato a parlare di fantomatici attacchi alla democrazia e dell’altrettanto fantomatica volontà di controllo dell’esecutivo sulla magistratura. Capisco che per motivi di propaganda si gridi al pericolo fascista ogni dieci minuti, ma dovremmo essere in grado di vedere il residuo di cultura fascista lì dove c’è davvero: proprio nell’impronta inquisitoria e non accusatoria del processo. Recentemente ho letto un editoriale su un quotidiano italiano che definiva la riforma del giusto processo, cioè il 111 della Costituzione, una “boiata”. Questo atteggiamento mi preoccupa molto, non la riforma».
Veniamo da quarant’anni di cultura giustizialista che ha nutrito una generazione di giornalisti non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello economico, visto che ci sono giornalisti che hanno lucrato sul loro rapporto privilegiato con le procure. Sul fronte politico, invece, convivono a sinistra una minoranza riformista e liberale e una linea maggioritaria giustizialista. Come stanno insieme due anime così diverse nello stesso partito?
«Nella sinistra si è sicuramente aperta una ferita molto grande, che si è allargata proprio durante questa campagna referendaria. Nella cultura della sinistra riformista, nel riformismo liberale in cui io mi iscrivo, l’idea del giusto processo e del rispetto delle garanzie dei cittadini ha sempre avuto cittadinanza. La ferita si è aperta quando si è scelto di non riconoscere questa radice culturale. Ora, c’erano molti modi per affrontare questa campagna referendaria. La parte maggioritaria del Pd ha scelto di affrontarla negando cittadinanza a una parte fondamentale del partito, a persone come Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Umberto Ranieri, Giuliano Pisapia, Claudia Mancina. Questo significa rifiutare parte dell’anima e della constituency del nostro partito».
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Durante la campagna ha prevalso una narrazione della riforma come di uno strumento di regolazione dei rapporti tra politica e magistratura, mentre il protagonista è il cittadino.
«Ci siamo abituati all’idea che i referendum siano la continuazione di una campagna elettorale permanente. In questo modo, però, si tradisce lo spirito di quella Costituzione di cui ci riempiamo continuamente la bocca. L’istituto referendario, da lettera costituzionale, chiede al cittadino proprio di esprimersi indipendentemente dalle appartenenze politiche. In assemblea costituente molti comunisti temevano l’istituto referendario proprio per questo, perché avrebbe portato il corpo elettorale ad esprimersi oltrepassando l’appartenenza politica. Poi, per fortuna, quell’istituto è stato introdotto. Bisogna però rispettarne la lettera e lo spirito».
Lei entra in politica partendo dai movimenti antimafia, dove prevale uno spirito talvolta molto radicale. Poi si è resa conto che quando si parla di giustizia gli strumenti contano quanto i valori?
«Credo che quello contro la mafia sia un impegno addirittura pre-politico: dove c’è una presenza criminale asfissiante non si possono avere né libertà né diritti. Dopo di che, non è assolutamente vero, come si è detto, che non ci siano magistrati convinti che questa sia una riforma giusta. Raccontare questa riforma come un provvedimento contro la magistratura è sbagliato, ed è parte di quell’infantilismo della politica italiana che cerca sempre di trascinare il paese in un ring di delegittimazione reciproca. Io resto convinta che in politica non esistano nemici, ma solo avversari. Soltanto attraverso una sintesi tra prospettive diverse possiamo far progredire la nostra democrazia e irrobustirla. Se si accetta questa idea della contesa politica, ne discende che una cosa giusta rimane giusta anche se viene proposta da un avversario politico».
Il referendum potrebbe aprire una nuova fase politica?
«Penso che gli italiani non ne possano più del bipopulismo. Spero che questa sia un’occasione per la politica per tornare a parlare con serietà. Dopo anni in cui ci hanno raccontato che uno vale uno, è proprio il momento di riscoprire un po’ di serietà in più».


















