Il legale Raffaele della Valle rievoca il caso Tortora e accusa una complicità tra pubblici ministeri e giudici. La riforma, sostiene, può evitare che errori simili si ripetano in vista del referendum sulla riforma della giustizia
«Le dichiarazioni di alcuni pm fanno davvero impressione. Mancano i fondamentali della giurisdizione». Come sua abitudine, Raffaele della Valle non fa troppi giri di parole. Non ne fece neanche durante le sette ore della sua celebre arringa in difesa di Enzo Tortora, in cui si rivolse agli accusatori così:
«Noi non abbiamo paura di voi, ma per voi. Perché non vorremmo che un giorno lontano risonasse nelle vostre coscienze quel dubbio insinuato da tanti intellettuali: e se Tortora fosse innocente?»

«Quello sarebbe un giorno tremendo che non auguro a nessuno, neppure al più acerrimo dei nemici e neppure a voi che siete i nostri giudici e che pronuncerete una sentenza giusta in nome del popolo italiano». Il racconto di quella vicenda è contenuto nel libro Quando l’Italia perse la faccia, edito da Pellegrini nel 2023, e in Applausi e sputi di Vittorio Pezzuto, da poco ripubblicato da Piemme».
Avvocato, ci sono comitati per il Sì al referendum intitolati a Enzo Tortora. Inoltre, sono usciti libri e serie tv dedicati alla sua vicenda giudiziaria. Il caso Tortora ci parla ancora. Cosa ci dice?
«Sono molti gli elementi di attualità della vicenda di Tortora. Il suo processo è passato alla storia proprio perché ha anticipato i temi che si sarebbero poi sviluppati nel corso degli anni. Il primo è quello della custodia cautelare. Si tratta del provvedimento più distruttivo che la magistratura possa adottare nei confronti di un cittadino. Nel caso di Tortora, non c’era alcun elemento sostanziale che la giustificasse, ma soltanto indicazioni fumose. Per questo già all’epoca si poneva il problema dei limiti al magistrato chiamato ad applicare la custodia cautelare. Così come si poneva la questione delle fasi processuali successive, in cui il giudice sarebbe potuto intervenire e non lo fece».
E poi?
«Già allora noi difensori ponemmo il problema della superpotenza del pm rispetto ai giudici. Lo dissi nella mia arringa: i pm si facevano accreditare come i “Maradona del diritto”. Questa esaltazione, fatta in concerto con certa stampa, creava il fenomeno del “super” pm che poteva fortemente influenzare i giudici, il cui ruolo era completamente evaporato».
Addirittura evaporato?
«Il giudice istruttore era sostanzialmente al servizio del pm. E il tribunale di primo grado lo fu parimenti. Per questo definisco la vicenda di Tortora non tanto un “errore”, quanto un “orrore” giudiziario. Il primo segmento di quel processo, quello che va dall’83 all’85, fu questo».

Quando ha capito che la complicità tra pm e giudici rappresentava un problema?
«Capii immediatamente che qualcosa non andava. Lo capii quando il tribunale del riesame convalidò l’arresto di Tortora. C’era un filo rosso che univa la notorietà dei pm alle autorità di controllo, cioè il giudice istruttore e il tribunale del riesame. Erano tutti perfettamente allineati. E lì mi posi per la prima volta il problema della separazione tra pm e giudice. La loro colleganza, unita alla complicità di certa stampa, ha rappresentato una miscela esplosiva».
Poi Tortora fu assolto in appello dal giudice Morello. Per alcuni questa è la testimonianza che anche senza separazione delle carriere la giustizia funziona.
«È un argomento che viene usato per assolvere la magistratura. Su questo dobbiamo riconoscere il merito di noi difensori. Presentai cinquecento pagine di motivazioni per dimostrare l’assurdità della condanna in primo grado. Fortunatamente, trovammo un “giudice a Berlino” che le lesse davvero. In questo modo rinnovò il dibattimento, sbugiardò il teorema degli accusatori e si arrivò all’assoluzione. In primo grado, invece, gli argomenti della difesa non furono proprio presi in considerazione. Si ammise poi che, qualora si fossero accettate le tesi dei pentiti, si sarebbero avallate delle “bestialità”».
Tutto questo c’entra qualcosa con la riforma della giustizia per cui si voterà?
«Se i magistrati fossero stati veramente autonomi, non si sarebbe verificato niente di tutto questo. Nel caso Tortora, il principio della colleganza ha travolto ogni ostacolo che il pm potesse incontrare. È stata un’oscenità. Voglio ricordare che il giudice Morello, per aver assolto Tortora, fu poi considerato un reietto dalla “casta”».
Diceva dei pm considerati come i “Maradona del diritto”. Anche oggi circolano pubblici ministeri che sono diventati delle star televisive.
«Ho grande rispetto per il dottor Gratteri. Ma alcune sue dichiarazioni lasciano molto perplessi. Lui e altri sostenitori del No hanno affermato che questa legge sottomette il pm al potere esecutivo. Al tempo stesso sostengono che il pm aumenterà in maniera sproporzionata i propri poteri. Come possono stare insieme le due cose? Andrebbe richiamato l’articolo 54 della Costituzione».
Quello che prescrive a chi ricopre funzioni pubbliche di svolgerle con disciplina e onore.
«Quella magistratuale è una funzione pubblica. E non credo che sia decoroso, per un magistrato, sostenere il falso, come il fatto che la riforma sottomette il pm all’esecutivo. Come può il Csm restare silente di fronte a tutto questo? Un magistrato è vincolato al principio “iuxta alligata et probata”, cioè a fornire motivazioni legate al testo e provate».

Nella campagna elettorale l’Anm è scesa in piazza e ha fatto campagna per il No. I magistrati fanno politica?
«La fanno in linea con l’idea propalata dalla Scuola delle Frattocchie, nata nel ’43 e morta nel ’94. È la scuola comunista che insegnava ai nuovi magistrati un’ideologia di estrema sinistra».
Il procuratore Woodcock ha detto che il processo serve all’imputato per dimostrare la propria innocenza. Esattamente il contrario di quello che prescrive il principio di non colpevolezza sancito dalla Costituzione.
«Dire questo significa ignorare completamente due principi fondamentali della giurisdizione: il primo è “nemo se detegere tenetur”, “nessuno è tenuto a confessare il proprio reato”. Il secondo è “onus probandi incumbit ei qui dicit”, “l’onere della prova incombe su chi accusa”. Se si ignorano questi principi, è lecito domandarsi in cosa consistano i concorsi della magistratura, perché qui mancano i fondamentali».
D’altro canto tanti esponenti di sinistra, giuristi e politici, si sono schierati per il Sì.
«Spero che anche tutti gli altri, in particolare gli esponenti del Pd, si chiedano che fine ha fatto la grande cultura politica socialista di Turati, Matteotti, Prampolini, Craxi. Con quella cultura socialista noi liberali siamo sempre andati d’accordo. Nel ’92 fummo vicini a fare un governo “lib-lab”, liberali e laburisti insieme. Per questo mi dispiace vedere che quella tradizione politica abbia ormai lasciato spazio a movimenti cosiddetti progressisti che di progressista hanno ben poco».
Se dovesse vincere il No difficilmente la riforma vedrà la luce in tempi brevi.
«Penso che alla fine prevarrà il buon senso e sull’impeto della passione prevalga l’impero della ragione. Quando posi per la prima volta il problema della separazione delle carriere, negli anni ’80, avevo davanti ancora un lungo percorso di vita. Ora ho ottantasei anni, e se mi sfugge questo obiettivo adesso, significa che purtroppo non lo vedrò più realizzato. Questo è un grosso dispiacere. Non per me, ma per i cittadini. Questa riforma non è fatta per gli avvocati o per i politici, ma per tutti».


















