21 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Feb, 2026

Usa, la Colt ormai scarica di Trump il Cowboy dei dazi

La crociata tariffaria del presidente Trump si arena tra conti che non tornano, rimborsi miliardari e una reputazione internazionale compromessa. Alla vigilia dello Stato dell’Unione, il tycoon appare indebolito dalla questione dei dazi dentro e fuori i confini americani.


Come in ogni film western che si rispetti, il bruto entra nel saloon aprendo la porta con un calcio, la musica si ferma di colpo. L’occhio cattivo del brigante, la mascella mal rasata, squadra gli avventori spaventati. Si avvicina al bancone, parte la provocazione, uno scambio di acide battute poi il tanghero spiana fuori la sua Colt dalla fondina e…la pistola non spara. Questo è pressapoco l’epilogo – già scritto – della grande crociata trumpiana sui dazi. Crociata che ora non solo è crollata ma rischia anche di seppellire sotto le sue macerie politiche tutta la presidenza di Donald Trump. Il plateale cilecca della politica tariffaria del tycoon infatti sconfessa l’intera politica commerciale statunitense, nonché la postura adottata da Washington nei confronti di mezzo mondo.

E’ una questione di banale contabilità e di non così banale tenuta del bilancio. L’amministrazione guidata da Donald Trump aveva preventivato di utilizzare i proventi dei dazi per coprire numerose voci di spesa per il 2026 e anche oltre. Tra cui parte delle celebrazioni per il 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti. Oltre che l’invio una tantum di un bonus da 1.776 dollari a ogni cittadino americano. Mossa celebrativa dal chiaro sapore politico, in vista delle elezioni di midterm.

Il nodo dei rimborsi miliardari

A questo si aggiunge il tema dei probabili rimborsi. Il ricorso presentato di fronte alla Corte Suprema non è stato presentato da un attore qualunque, bensì da una cordata di aziende grandi e piccole con sede negli Stati Uniti che denunciavano i danni patiti a causa dei dazi trumpisti. La conseguenza immediata è che i denuncianti acquisiscono automaticamente il diritto di richiedere indietro i soldi che illegittimamente hanno dovuto pagare all’erario americano. Una cifra attualmente stimata sui 175 miliardi di dollari. L’America non rischia certo il default per questo ma il contenzioso che si aprirà non solo peserà sulle spalle dell’amministrazione. Ma la costringerà anche a tagliare programmi e ambizioni che verosimilmente resteranno solo su carta.

Capitolo a parte riguarderà invece le aziende straniere, che faranno certamente ricorso anch’esse sebbene con un quadro giuridico più ingarbugliato dall’intersezione del diritto internazionale e dall’inabilità dell’Organizzazione mondiale del commercio (i cui tribunali di arbitraggio sono da anni boicottati dagli Stati Uniti) di dirimere le controversie commerciali. Soprattutto però la questione è politica. Che ne sarà dei dazi che, dalla dichiarazione della famosa “Guerra di liberazione tariffaria nazionale”, Washington ha sventolato sotto il naso di avversari e amici?

Le intese appese a un filo

Che ne sarà delle intese commerciali raggiunte usando proprio i dazi come leva, dalla tregua di un anno con la Cina all’intesa con l’Unione Europea? Che ne sarà della reputazione di un’amministrazione che parla molto ma che si è appena vista smontare non solo il proprio principale strumento di persuasione politica ma anche uno dei suoi cavalli da battaglia elettorali? I dazi erano stati al centro anche della fantomatica campagna trumpiana per riportare la pace nel mondo, minacciando i Paesi bellicosi di sanzioni commerciali se non avessero accettato la mediazione americana per porre fine al conflitto.

Posto il fatto che l’efficacia di questa tattica sia ancora tutta da dimostrare all’atto pratico, la propaganda del tycoon dovrà presto fare a meno anche di questo orpello invero piuttosto grottesco. Insomma, il presidente degli Stati Uniti ne esce offeso, umiliato e sconfessato. E per di più alla vigilia del discorso sullo stato dell’Unione che terrà martedì prossimo a reti unificate e alla presenza di tutte le istituzioni. Il tycoon vanterà mirabili contromisure e probabilmente darà fiato alle solite lamentele, anche contro la giustizia americana. Ma sarà difficile scrollarsi di dosso l’immagine di un’anatra zoppa, di un presidente dimezzato.

La sfida con Xi Jinping

Per quanti «piani di riserva» Trump possa vantare e per quanti ostacoli ai rimborsi il Dipartimento del Tesoro potrà inventarsi per rallentare il salasso, gli Stati Uniti escono dalla vicenda senza una politica commerciale. Un pessimo biglietto da visita per Trump in vista del suo incontro con l’arcinemesi cinese, il presidente Xi Jinping, che lo attende a Pechino per la visita di Stato in Cina concordata l’autunno scorso. Il leader cinese arriverà all’incontro forte dei consueti risultati interni solidi e delle relazioni con i propri partner, dalla Russia all’America Latina.

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Xi avrà inoltre ancora il completo controllo della propria economia. Un settore tecnologico in rampante ascesa e un quasi-monopolio sulle riserve strategiche di materie prime critiche capace di affossare intere filiere industriali occidentali. Al contrario, Trump apparirà come il leader di un Occidente diviso, i cui leader – da Carney a Starmer, a cui settimana prossima si aggiungerà Merz – si sono affrettati a trattare direttamente con Xi scavalcando Washington. Tornando al saloon, il tycoon senza dazi e con un’economia traballante dovrà sedersi al tavolo da poker senza molte carte in mano. Sperando almeno che alla fine non sia lui a dover pagare il conto.

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