Quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso prendono le distanze dalla gestione dei fatti: l’allarme al 118 partito oltre venti minuti dopo, quando il 28enne era già a terra agonizzante
Il caso Rogoredo si complica. I colleghi di Carmelo Cinturrino, assistente capo indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, sostengono che abbia mentito dicendo di aver chiamato i soccorsi subito dopo lo sparo. In realtà, secondo la ricostruzione della Procura di Milano, l’allarme al 118 sarebbe partito oltre venti minuti dopo, quando il 28enne era già a terra agonizzante.
I verbali dei quattro agenti
Davanti al pm Giovanni Tarzia, nell’inchiesta coordinata dal procuratore Marcello Viola e condotta dalla Squadra mobile, quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso hanno preso le distanze dalla gestione dei fatti.
Pur con posizioni diverse – uno era accanto a Cinturrino al momento dello sparo, gli altri sono arrivati in seguito – hanno riferito che sarebbe stato lui a occuparsi di tutto nelle fasi successive. Avrebbe detto ai colleghi di aver già chiamato i soccorsi, senza averlo fatto.
Nei verbali emergono anche giudizi critici sul suo modo di operare, definito in alcune occasioni “borderline”. Secondo quanto ricostruito, in passato avrebbe avuto atteggiamenti aggressivi verso tossicodipendenti e piccoli spacciatori della zona.
L’ipotesi della messinscena
Al centro dell’inchiesta c’è anche la replica di una pistola a salve trovata vicino al corpo di Mansouri. Per la Procura, potrebbe essere stata collocata sulla scena in un secondo momento. L’ipotesi è che il 28enne non l’abbia mai impugnata, contrariamente a quanto sostenuto dall’agente per giustificare la legittima difesa.
Le immagini delle telecamere e gli accertamenti tecnici, insieme alle analisi genetiche sull’arma finta, andrebbero nella direzione di una possibile messinscena. La consulente Denise Albani sta verificando la presenza di tracce di Dna.
Un collega, unico testimone oculare dello sparo, si sarebbe allontanato prima della chiamata ai soccorsi per recarsi al commissariato Mecenate e tornare con una borsa. Gli altri agenti hanno dichiarato di non sapere cosa contenesse.
I 23 minuti e la telefonata
Secondo gli investigatori, tra il momento in cui Mansouri è stato colpito e la chiamata al 118 sarebbero trascorsi 23 minuti. Poco prima di morire, il giovane era al telefono con un altro presunto pusher che lo avrebbe avvertito: «Attento, c’è la polizia, scappa». Da quel momento non avrebbe più risposto alle chiamate.
La versione dell’agente
«Non avevo intenzione di uccidere. Ho sparato perché avevo paura», ha ribadito Cinturrino al suo difensore, l’avvocato Piero Porcian. L’agente nega di aver avuto rapporti con gli spacciatori della zona e respinge la ricostruzione dei colleghi.
La sua versione resta quella della legittima difesa: avrebbe sparato dopo che Mansouri gli aveva puntato contro la replica della pistola.
Un quadro che cambia
Le nuove dichiarazioni dei colleghi, insieme agli accertamenti tecnici e alle analisi sulle immagini di videosorveglianza, rafforzano l’ipotesi di omicidio volontario. Un’ipotesi che si discosta sempre più dalla ricostruzione iniziale fornita dall’assistente capo. L’inchiesta prosegue e sarà decisiva l’esito degli esami genetici sull’arma, oltre alla verifica dei tempi e dei movimenti degli agenti nella notte del 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo.



















