24 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Gen, 2026

I figli della mafia. Quando il cognome diventa condanna

Con la proposta di legge per allontanare i bambini dalle famiglie di mafia si introduce una nuova fattispecie giuridica: il figlio del mafioso, quando il nome diventa una condanna


Quando lo Stato, sia pure animato dalle migliori intenzioni, si sente dalla parte giusta della Storia, può capitare che vengano messi in gioco diritti umanitari imprescindibili. La proposta di legge bipartisan presentata in Parlamento, prime firmatarie Chiara Colosimo, (FdI) presidente della Commissione parlamentare antimafia, e Vincenza Rando (Pd), nasce da un intento che nessuno dotato di un minimo di decenza morale può contestare: spezzare la catena ereditaria della mafia, interrompere la trasmissione del verbo criminale di padre in figlio, sottrarre bambini e ragazzi ad un destino già scritto tra galera e cimitero. Il problema, come quasi sempre accade, non è il fine. Sono i mezzi. E qui il fine non basta. Non giustifica. Non assolve.

Dove nasce la proposta

La proposta affonda le sue radici nel protocollo “Liberi di scegliere”, nato nel 2012 dall’intuizione del giudice Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. Un lavoro lungo, paziente, spesso solitario, che ha portato all’allontanamento di circa 150 minori e al coinvolgimento di decine di madri, alcune delle quali hanno intrapreso percorsi di collaborazione con la giustizia. Un’esperienza sostenuta da Libera, dalla Conferenza episcopale italiana, dalle reti di volontariato che hanno supplito alle lentezze dello Stato. Nessuno può negare che, in molti casi, quel protocollo abbia rappresentato una via di fuga concreta da contesti soffocanti, violenti, disumanizzanti.

Le cautele necessarie

Ed è proprio per questo che la sua trasformazione in legge generale meriterebbe una cautela doppia. Perché ciò che nasce come strumento eccezionale, calibrato su singole storie, rischia di diventare una procedura standardizzata. La proposta di legge – dodici articoli che modificano codice civile, penale e di procedura penale – introduce la possibilità della decadenza genitoriale per chi è stato condannato per reati di mafia o traffico di droga, e prevede misure di protezione, assistenza economica, trasferimenti in luoghi protetti, supporto psicologico e scolastico. Tutto encomiabile, sulla carta. Ma il diavolo, come sempre, abita nei dettagli.

I figlio del mafioso

Perché qui si introduce, di fatto, una categoria giuridica nuova e inquietante: il “figlio del mafioso” come soggetto da trattare con un metro diverso rispetto a qualunque altro minore. Non perché vittima di maltrattamenti specifici, non perché abusato, denutrito o privato dell’istruzione, ma perché nato nel contesto sbagliato. Una colpa d’origine. Un peccato originale declinato in chiave penale. La cultura mafiosa diventa prova sufficiente. L’ambiente familiare, di per sé, una condanna.

Dalla tutela al sospetto

Il confronto con altri casi è inevitabile. Quando lo Stato interviene nelle cosiddette “famiglie del bosco”, lo fa – almeno formalmente – per tutelare diritti elementari violati: salute, istruzione, igiene, socialità. In quei casi l’allontanamento – è l’extrema ratio, giustificata da condizioni oggettive e attuali. Nel caso dei figli dei mafiosi, invece, il presupposto è in gran parte predittivo: l’ambiente familiare non è quello da preservare, si interviene perché il danno potrebbe verificarsi, perché la probabilità statistica è alta, perché la storia insegna che la mafia si eredita. È un salto concettuale enorme, che sposta l’asse dalla tutela al sospetto, dalla protezione alla prevenzione penale anticipata.

Fino a dove arriva lo Stato

La domanda allora resta, scomoda e inevitabile: che diritto ha lo Stato? Fino a che punto può spingersi in nome di una salvezza presunta? Davvero vogliamo accettare l’idea che esistano bambini da “emancipare” per forza, anche contro il loro mondo affettivo, perché nati dalla parte sbagliata della barricata?

Politicamente, nessuno sembra turbato. Anzi. Le stesse forze che si sono mobilitate in nome della sacralità della famiglia davanti ai bambini sottratti a genitori marginali, poveri, “alternativi”, applaudono convinte quando si tratta di allontanare i figli dei mafiosi. Centrodestra e Lega, scesi in soccorso dei bambini della “casa nel bosco”, sostengono senza esitazioni l’allontanamento coatto dal genitore mafioso. Come se etica ed estetica coincidessero sempre. Come se il diritto potesse permettersi di funzionare per antipatie.

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Quel legame che non si può recidere

Il cuore più problematico della proposta riguarda però l’allontanamento definitivo, l’affidamento e, in alcuni casi, persino l’adozione. Qui il discorso diventa insostenibile. Perché non sempre la protezione basta a spezzare i legami. Perché il legame tra genitori e figli, anche quando è patologico, non è un interruttore che si spegne per decreto. E perché l’adozione implica una recisione irreversibile, che assomiglia terribilmente ad un sequestro di persona, sia pure nobilitato dal consenso dell’altro genitore. Spesso la madre. Spesso fragile, isolata, sotto pressione familiare o criminale.

Gli esempi, si dirà, non rendono mai abbastanza. Ma la Storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. Negli Stati Uniti, per decenni, lo Stato ha sottratto i bambini alle famiglie dei nativi americani per “civilizzarli”, educarli, salvarli da una cultura ritenuta intrinsecamente deviante. Fatte salve tutte le differenze – enormi, evidenti – lo strappo è lo stesso. La lacerazione del legame affettivo è la stessa. E i traumi, individuali e collettivi, parlano ancora oggi.

C’è poi un nodo che la retorica salvifica tende a rimuovere: il futuro. Ai “Buscetta” il witness protection program americano garantiva un cambio totale di identità, una vera sparizione. Qui no. La proposta di legge prevede, al massimo, documenti di copertura temporanei. Nessuna nuova identità definitiva. Così un figlio o una figlia, allontanati, educati dallo Stato, arrivati alla maggiore età, rischiano di trovarsi improvvisamente esposti. Senza più protezione, senza più rete, con un cognome che pesa come una sentenza. Esposti alla vendetta, al richiamo del clan – è già successo – o semplicemente a una fragilità psicologica estrema. Chi se ne assume la responsabilità?

L’impossinilità di scegliere

Per le mogli e per i collaboratori di giustizia l’allontanamento è spesso l’unica soluzione possibile. È una scelta adulta, drammatica ma consapevole. Ma i figli non scelgono. E la perdita della patria potestà, nel nostro ordinamento, non ha mai contemplato automaticamente la sottrazione definitiva dei figli come strumento di politica criminale. Altrimenti il diritto di famiglia diventa un’appendice del diritto penale. E lo Stato, da garante, si trasforma in padre padrone.

La questione minorile e culturale è centrale nella genesi delle mafie, nessuno lo nega. I dati, le storie, i processi lo dimostrano: figli e fratelli che ricalcano i passi dei padri, generazioni che si succedono negli stessi quartieri, negli stessi clan, negli stessi tribunali. Ma proprio per questo la risposta dovrebbe essere più complessa, non più brutale. Più capillare, non più verticale. Più rispettosa dei diritti, non più sbrigativa.

Se la mafia si combatte anche sul terreno culturale, attenzione a non usare strumenti che ne replicano la logica più profonda: sacrificare l’individuo in nome di un bene superiore. È così che si vincono le battaglie. Per la guerra serve altro.

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