La Groenlandia è al centro della nuova competizione globale: risorse, rotte artiche e potere strategico. Dalla serie tv danese Borgen alla geopolitica reale, cosa c’è davvero sotto il ghiaccio
In Borgen, la serie televisiva che racconta le vicissitudini di Birgitte Nyborg, una premier danese un po’ inventata e molto verosimile, si parla molto di Groenlandia. Non come territorio turistico, ma come argomento istituzionale. Un “tema”. E quando un territorio diventa un tema, di solito è già nei guai. Nella seconda stagione la Groenlandia è un problema politico. E già questo dovrebbe metterci sull’attenti, perché quando un luogo smette di essere cartolina e diventa dossier, vuol dire che qualcuno sta per perderci l’innocenza – o il petrolio.
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Il Tinder artico
La serie danese, che ha la rara virtù di rendere sexy una commissione parlamentare, ci spiega con garbo scandinavo che sotto il ghiaccio c’è tutto: uranio, terre rare, gas, futuro. Sopra il ghiaccio, invece, ci siamo noi: gli Stati Uniti, la Cina, e quella fastidiosa sensazione per noi europei di arrivare sempre ultimi a una festa a cui non ricordiamo di essere stati invitati. La Groenlandia, in Borgen, è il classico parente silenzioso che vive in periferia, non parla molto, ma quando apre bocca tutti tacciono. È formalmente autonoma, emotivamente sfruttata, geopoliticamente corteggiatissima.
Un Tinder artico dove i match non finiscono mai bene. Birgitte Nyborg – che invecchia meglio delle ideologie – capisce una cosa fondamentale: la Groenlandia non vuole essere salvata, vuole essere lasciata scegliere. Ed è qui che la serie diventa improvvisamente una tragedia greca con parka e slitte: perché scegliere, quando tutti ti vogliono, è più difficile che sopravvivere quando nessuno ti guarda.
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La contraddizione svelata
A pensarci, c’è qualcosa di profondamente comico – nel senso hegeliano del termine, cioè tragico – nel fatto che l’ideologia dominante del nostro tempo celebri l’immateriale, il digitale, il cloud, mentre tutti, ma proprio tutti, corrono come pazzi verso un enorme pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia. In Borgen questa contraddizione emerge con una chiarezza imbarazzante: mentre noi parliamo di post-industriale, di green transition, di capitalismo cognitivo, sotto il ghiaccio qualcuno sta trivellando come nel XIX secolo. Solo con più PowerPoint.
Il rimosso della nostra ideologia
La Groenlandia, in Borgen, non è un luogo esotico. È il ritorno del reale. È ciò che l’ideologia dell’intelligenza artificiale cerca disperatamente di rimuovere: il fatto che anche l’economia più immateriale del mondo ha bisogno di cose molto materiali. Litio, uranio, terre rare. Non puoi fare una rivoluzione digitale senza scavare una buca grande come una colpa coloniale. Tutto è cloud, flusso, algoritmo. Eppure l’industria, la politica, la geopolitica fanno a gara per arrivare dove la materia è più dura, più fredda, più concreta. Sotto il ghiaccio. Nelle miniere.
Nelle cosiddette terre rare, che rare non sono, ma definirle così funziona bene nei comunicati stampa. E qui arriva il punto veramente interessante. Le terre rare sono ovunque. Ma sono difficili, sporche, politicamente complicate. Quindi le chiamiamo rare per trasformare un problema materiale in una narrazione quasi metafisica.

È un trucco ideologico perfetto: non stiamo sfruttando un territorio, stiamo inseguendo una necessità inevitabile. Non è avidità, è destino tecnologico. In Borgen la Groenlandia non urla, non protesta, non occupa. Sta. E proprio per questo diventa irresistibile. È il grande vuoto su cui proiettare desideri molto pieni: sicurezza strategica, transizione ecologica, indipendenza energetica, leadership morale. Tutto insieme, possibilmente.
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Un mondo sotto il ghiaccio
Birgitte Nyborg, che ha imparato a sue spese che il potere è l’arte di perdere qualcosa cercando di salvare il resto, si trova davanti a una verità poco telegenica: la Groenlandia serve a tutti, ma soprattutto a un sistema che dice di voler superare l’estrazione mentre la perfeziona. Perché il green, senza miniere, è solo un colore. Perché l’auto elettrica non galleggia nell’aria. Perché anche l’iperrealtà, a un certo punto, deve poggiare su qualcosa che sporca le mani. Le terre rare sono il feticcio perfetto del nostro tempo: materiali indispensabili per produrre l’illusione di un mondo più leggero.
Smartphone, pale eoliche, batterie, intelligenza artificiale. Tutto pulito in superficie, tutto molto impegnativo sotto. E se il sottosuolo è lontano, meglio ancora. Se è abitato da pochi, meglio. Se parla poco, perfetto. In Borgen la Groenlandia parla pochissimo. Ma quando parla, chiede cose scomode: autonomia, scelta, tempo.
Parole che mal si adattano al ritmo dei mercati e delle alleanze militari. Gli Stati Uniti arrivano con la sicurezza, la Cina con gli investimenti, l’Europa con i valori – che però pesano meno di quanto dichiarato, quando c’è da firmare un accordo.
La coscienza delocalizzata
Il punto, allora, non è l’ipocrisia – troppo facile – ma la coerenza di un sistema che funziona esattamente così. Si proclama post-industriale mentre sposta l’industria dove non la si vede. Si dice immateriale mentre accumula materia in luoghi periferici. Cambiamo l’oggetto – dal petrolio al litio – ma non il gesto. Continuiamo a scavare, solo con la coscienza più pulita. O meglio: con la coscienza delocalizzata.
La Groenlandia diventa così il luogo perfetto della nostra schizofrenia ideologica. Da un lato la veneriamo come simbolo della crisi climatica, dall’altro la guardiamo come un enorme magazzino Amazon del futuro. Lo scioglimento dei ghiacci è una tragedia ambientale, certo, ma anche – non diciamolo troppo forte – una opportunità economica.
Ed è proprio questo doppio pensiero che Borgen mette in scena con spietata eleganza. Ecco perché se qualcuno si domanda “che ce ne facciamo della Groenlandia?” sbaglia solo in apparenza. In realtà la risposta è già scritta: la usiamo per continuare a credere che il cambiamento non richieda rinunce reali.
Che basti cambiare tecnologia senza cambiare logica. Che il futuro possa essere sostenibile senza essere meno comodo. Borgen mostra il meccanismo ideologico: il ghiaccio che si scioglie non è solo un allarme climatico, è un’apertura di mercato. La crisi come opportunità, versione polare. Tutto molto razionale, tutto molto civile, tutto molto pericolosamente normale.
La Groenlandia “inutile”
Alla fine, forse, la Groenlandia non è il nuovo Eldorado. È lo specchio. Uno specchio freddo, opaco, che riflette una verità semplice: l’epoca dell’immateriale non ha mai smesso di scavare. Ha solo imparato a farlo lontano dagli occhi, e con parole migliori. Gli americani vogliono la sicurezza. I cinesi vogliono le risorse.
Gli europei vogliono sentirsi buoni mentre firmano contratti. Tutti parlano di valori, ma nessuno mette in discussione il presupposto fondamentale: che la Groenlandia debba servire a qualcosa. Nessuno contempla l’idea veramente radicale: che possa non servire a noi. In Borgen non c’è una soluzione. C’è solo una constatazione: il futuro verde, digitale, sostenibile avrà comunque le mani sporche. La vera scelta politica non è se scavare o no, ma chi decide, chi paga e chi racconta la storia.


















