Il pensiero conservatore orbita attorno a un concetto di Tradizione spesso assolutizzato e quindi frainteso
Quello tra Russia e Ucraina, tra Europa autocratica e democratica, è un conflitto tra Tradizione e modernità? Così sembra essere inteso dai due estremi politici, quello di chi si rifiuta di ritenere conclusa la guerra fredda – e si ostina a vedere nella Russia contemporanea il colpo di coda di una civiltà che resiste all’odiato occidente capitalista e americano – e quello, meno rumoroso, di chi vi intravede, con spregio non dico della storia ma della cronaca, la sopravvivenza di una Tradizione pura e illibata, sottratta alle intemperie del divenire storico.
Tradizioni e assolutismi
A proposito di Tradizione e tradizioni, ieri su queste colonne Michele Dantini ha sostenuto tesi condivisibili, per cui il concetto di tradizione, anche inteso nella sua accezione “integrale”, quella, per intenderci, di Evola e Guénon, non va lasciato ai populismi che popolano il parco pubblico della politica e dell’informazione, ma deve essere riscoperto dalla cultura liberale. In effetti, anche volendo scandagliare il pensiero tradizionalista che Dantini evoca, quello di Evola in particolare, si fatica a rintracciare quell’assolutismo, quell’indisponibilità alla contaminazione che contrassegna gli estremismi politici, siano essi di sinistra o di destra, e che renderebbe pertanto il tradizionalismo incompatibile con il liberalismo.
Tradizionalismo e pensiero conservatore
Il concetto di Tradizione come Evola lo intende (in questo ritagliandosi, mi pare, un’autonomia di pensiero rispetto a Guénon), non può mai essere inteso in un’astratta antitesi rispetto al metamorfico orizzonte storico, in relazione al quale dà piuttosto vita a una dialettica creatrice. Il principio fondamentale del cosiddetto “metodo tradizionale” applicato ai fenomeni storici è proprio questo: non tanto la contrapposizione dell’eterno al contingente, della tradizione alla storia, dell’immortale al transeunte, quanto il riconoscimento, nel tempo, di ciò che al tempo non è riducibile. Conforme alla Tradizione è l’approccio di chi vede nel divenire l’impronta dell’essere, nel relativo il rimando all’assoluto. È un processo che, nelle sue opere, Evola descrive in termini matematici, come un passaggio dalla derivata alla funzione tramite l’integrale. Si ricava la funzione facendo l’integrale della derivata così come si risale alla Tradizione partendo dalla storia. Del resto, il tradizionalismo è unanimemente riconosciuto come una declinazione del pensiero conservatore e un confronto serrato con la storia, il riconoscimento dei suoi diritti, è connaturato al conservatorismo, è inscritto nello stesso concetto di “conservazione”: ci si può proporre di conservare solo ciò che si riconosce come perituro. Solo così, solo ammettendo la commistione di tradizione e storia, la loro convivenza dialettica, si può sottrarre il tradizionalismo alle critiche piovute da destra come da sinistra per cui la Tradizione è poco più che una “pappa omogeneizzata” (Jesi) o poco meno di un “mito incapacitante” (Tarchi).
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La Tradizione nega la storia o serve a interpretarla?
Del resto, credo sia proprio questo carattere “mediato” della tradizione a spiegare il movimentismo politico a cui la riflessione di Evola ha offerto un aggancio. Come ricorda giustamente Dantini, è molto difficile che un tradizionalismo davvero “integrale” abbia una qualsivoglia proiezione politica, proprio perché impiega la Tradizione come criterio assoluto di verifica della decadenza storica e non come vaglio critico del progresso delle civiltà.
Genealogie ed eredità
Quanto i populismi nostrani siano distanti dal tradizionalismo, è forse opportuno ricordarlo, anche alla luce delle non poche genealogie del pensiero di destra scritte in Italia da quando Meloni è al governo. L’ultima che mi è capitata sotto mano è quella, molto informata, di Valerio Renzi, Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango). Ampio spazio è dedicato a Evola, al ruolo di faro per i postfascisti e al tentativo di rintracciare lì le radici della cultura di destra. Ma con buona pace del pantheon di destra e dei tentativi più o meno posticci di arricchirlo, il nome di Evola rischia di essere davvero stonante. Non perché non sia un pensatore di destra, beninteso. Ma perché nelle parole della politica troviamo poco o niente della sua idea di Stato, o delle sue interpretazioni dei fenomeni culturali. Si prenda l’insistenza con cui si preferisce l’idea di “nazione” a quella di Stato, quasi che quest’ultimo non possa che evocare la bestia burocratica tanto invisa ai cittadini. Ecco, per Evola la nazione, al pari del popolo, è materia informe, incapace di darsi da sé un ordine. Qualcosa di simile può essere detto per la meccanica difesa della famiglia cosiddetta tradizionale e che di tradizionale, nel senso evoliano, ha ben poco, trattandosi piuttosto di un’eredità borghese e ottocentesca.
La destra e la cultura
Sono contraddizioni che riposano nella cultura di destra da almeno ottant’anni, che affondano le radici in interpretazioni diverse della modernità, del fascismo e del rapporto tra l’uno e l’altra. Letture opposte, come quella di Evola, intrigato dagli aspetti antimoderni del fascismo e critico di quelli sociali, e di Gentile, che al regime anteponeva il movimento, che teorizzava l’umanesimo del lavoro e si sforzava di incardinare la rivoluzione fascista nel binario risorgimentale. E chissà che, si parva licet, dietro gli scontri a destra tra il ministro Giuli e l’intellettuale Veneziani non agisca ancora, silente, questa vecchia diatriba filosofica. Sarebbe il caso di riscoprirla, prima di continuare a proiettare sulla Russia, su Dugin o su nuove mitologie un’alterità salvifica.


















