2 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

30 Dic, 2025

L’Altravoce e la sfida di raccontare l’Altromondo

Da un anno questo giornale porta avanti una missione: quella di praticare una pedagogia liberale capace di rimettere in piedi e aggiornare i principi di evidenza laica che hanno storicamente rappresentato la spina dorsale dell’Occidente


Quando, un anno fa, pensammo di chiamare questa nuova avventura editoriale «l’Altravoce», nel segno di una pretesa distinzione, non immaginavamo che ci sarebbe toccato di raccontare l’Altromondo. Tutto è cambiato attorno a noi in questi dodici mesi ad alta intensità. Non solo è venuto giù come un castello di carta l’ordine che era stato messo in piedi dopo la Seconda guerra mondiale e che aveva resistito perfino alla caduta del Muro di Berlino. Ma sono venute meno tutte le forme delle relazioni tra Stati, cioè la grammatica del diritto e della ragionevolezza quali fondamenti dell’Occidente e misure universali del vivere.

La distruzione della consapevolezza storica

Nello studio ovale della Casa Bianca, in un alterco di pochi minuti tra i nuovi potenti del mondo da una parte, e l’uomo più coraggioso e più solo al mondo dall’altra, si è prodotta una immane distruzione di consapevolezza storica. È come se le lancette dell’orologio che regola il cammino della civiltà avessero preso a correre in avanti vorticosamente, spezzando ogni legame con il passato e facendo eruttare la vita nei suoi istinti più primordiali e anarcoidi. Da quel momento tutte le discriminanti assunte come coordinate interpretative dei fatti e dei fenomeni, e tra queste perfino quelle che distinguono tra democrazie e regimi, hanno perso colore e nitidezza.

L’energia che esplode

La responsabilità del racconto giornalistico si è fatta un compito impari rispetto al nostro stesso entusiasmo e alla nostra competenza. Ci eravamo illusi di incunearci nella polarizzazione del dibattito pubblico, facendo valere uno sguardo terzo e indipendente, la cultura liberale e riformista, la disposizione al compromesso, la convinzione che grandi cambiamenti sociali conseguono a piccoli cambiamenti dei meccanismi regolatori, perché il mondo, quando si muove, lo fa solo a piccoli passi. Ci siamo invece trovati nel turbinio di un’energia che esplode senza governo e direzione, e che disarticola la logica, vanifica l’esperienza, ottunde il fiuto del mestiere.

L’era degli estremi che si toccano

Viviamo al tempo in cui nessuna delle storiche contrapposizioni novecentesche rende per intero la complessità che ci sta di fronte. Anzi, è l’era degli estremi che si toccano. Destra e sinistra sono allo stesso modo contaminate da radicalismi che assumono la forma ora del pacifismo egoista, ora dell’antisemitismo, fenomeni dietro i quali covano rinuncia e deresponsabilizzazione, frustrazioni e odio. La laicità spesso coincide con la fede più assolutista, con l’effetto di coltivare diritti e pretese che non hanno il contrappeso dei doveri. Il progresso e la tradizione si pongono in una contrapposizione lacerante e irrazionale.

La responsabilità di chi racconta

Mettere ordine tra i cocci è la prima reazione che interpella la nostra responsabilità. È il piccolo grande contributo di un racconto che si propone di ridare nuova forma al mondo, nella convinzione che a ogni distruzione segue il compito di una laboriosa ricostruzione. Vuol dire praticare una pedagogia liberale capace di rimettere in piedi e aggiornare quei principi di evidenza laica che sono venuti definendosi nella storia dell’Occidente, immuni all’avvicendarsi delle maggioranze perché la loro essenza non è meramente politica, ma prima culturale e antropologica, e che per la loro storica resilienza potremmo definire con un ossimoro «relativi assoluti»: tra questi rientrano la difesa della vita e della dignità della persona, il rispetto della libertà individuale, lo spirito di solidarietà sociale, il diritto all’autodeterminazione e all’emancipazione individuale e collettiva, su cui si fonda anche la sovranità degli stati, il primato della forza del diritto sul diritto della forza.

Una voce pluralista e polifonica

È una sfida controcorrente. Per vincerla un piccolo giornale, frutto dell’impegno di un editore puro e di una redazione appassionata, deve aggregare attorno a sé una comunità partecipe di amici, portatori di competenze e sensibilità diverse, ma allo stesso modo coinvolti nell’obiettivo di ricostruire, attorno a questi principi, una memoria e una visione condivise. Per questo l’Altravoce è pluralista e polifonica, ma chiaramente riconoscibile e armonica nella sua identità, ambiziosa senza iattanza, sempre sfidante il senso comune e i pregiudizi cognitivi, in primo luogo i propri, primo potere con cui deve fare i conti un giornalismo con la vocazione intellettuale di sapere abbaiare anche a se stesso.

Gli auguri di buon anno

La galleria di foto presenti in queste pagine presenta, a fianco ai giornalisti della redazione, i collaboratori che da mesi con generosità ed entusiasmo mettono conoscenze e passione civile al servizio di questa causa. Sono portatori di esperienze che in non pochi casi coincidono con l’eccellenza nei diversi ambiti del sapere, dalla politica all’economia, dal diritto alla scienza e alla cultura. A loro va la nostra gratitudine. E insieme con loro vogliamo qui rivolgere ai lettori gli auguri di Buon Anno e l’auspicio che l’Altravoce sia sempre di più per tutti una piazza delle idee da frequentare e da promuovere.

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