L’economista e vicepresidente dell’università Bocconi commenta la legge di bilancio, risultati e sfide del governo Meloni
«L’obiettivo di tenere d’occhio i saldi complessivi è giusto. È apprezzabile che si abbia un disavanzo sotto il 3% del pil. Poi, come in passato, non ci sono grandi ambizioni per rilanciare la crescita e la produttività: solo qualche misura per le imprese e i conti in ordine e non molto altro». Guido Tabellini, docente di economia presso l’università Bocconi, vicepresidente del cda dell’ateneo di cui è stato rettore dal 2008 al 2012, commenta così i contenuti della manovra. Giunti alla fine dell’anno riflettiamo con lui sui problemi che ancora affliggono l’economia italiana e sul consenso che, nonostante tutto, premia ancora Giorgia Meloni.
Quali sono i problemi dell’economia italiana che il governo ancora non affronta?
«Il primo è la bassa crescita della produttività. Soffriamo una specializzazione in settori tradizionali dove l’innovazione non è la caratteristica principale. La nostra resta poi un’economia di piccole e medie imprese: ma sappiamo che le imprese che riescono a innovare di più sono quelle più grandi. Ecco perché bisognerebbe rimuovere i piccoli incentivi, a partire dal sistema fiscale, che spingono a mantenere ridotte le dimensioni delle imprese. Infine, per far crescere la produttività dobbiamo facilitare l’adozione dell’intelligenza artificiale. Bisogna aiutare le imprese rendendole più flessibili nell’organizzazione interna e a rischiare di più per innovare. Facile a dirsi e ma non facile a farsi. Per questo serve investire su istruzione e università».
“Oro del popolo” e prelievo sulle banche: sono una concessione al populismo?
«L'”oro del popolo” – che poi sarebbe meglio dire “oro dello Stato” – ha una giustificazione: la proprietà della Banca d’Italia non è dello Stato ma è parcellizzata in numerosi enti finanziari. In futuro pertanto potrebbero esserci dei dubbi sulla titolarità di quelle riserve: chi ha quote nella Banca d’Italia potrebbe avere un titolo legittimo. Ma questo argomento non ha altre implicazioni operative. L’oro deve comunque restare in capo alla Banca d’Italia per rispetto dei trattati di Maastricht. Il prelievo sulle banche, invece, è giustificato solo dal fatto di non riuscire a controllare meglio la spesa: serviva una spending review. Inoltre non sappiamo ancora se il prelievo a carico delle banche sarà traslato sulle imprese o sui lavoratori».
La manovra prevede una modesta stretta sui pensionamenti anticipati e l’abolizione di opzione donna. Il tema delle pensioni è tornato al centro delle polemiche, specie da parte delle opposizioni.
«Non entro nel merito delle misure, ma penso sia essenziale non allontanarsi dalle riforme fatte in passato: bisogna insistere nell’allontanare l’età del pensionamento in base ai parametri esistenti, specie quelli legati alle prospettive di vita. Gli aggiustamenti automatici previsti dalle riforme fatte in passato non vanno sospesi».
Una manovra fin troppo prudente si limita a redistribuire il possibile in assenza di crescita e ad evitare procedure di infrazione per deficit eccessivo…
«Mantenere i conti in ordine è una condizione necessaria ma non sufficiente per fare crescere l’economia. Altri paesi europei come Portogallo e Grecia sono cresciuti pur mantenendo i conti in ordine. Ciò dimostra che abbandonare il controllo dei conti pubblici con la giustificazione della crescita sarebbe una scelta sbagliata».
Il Pnrr è stato l’unico sostegno alla (mancata) crescita del paese. Che cosa succede adesso?
«È vero, il Pnrr ha aiutato la crescita, a breve verrà meno uno stimolo importante, ma non saprei quantificarne gli effetti».
L’opposizione accusa Giorgia Meloni di incoerenza. E se fosse un vantaggio?
«Penso di sì, per fortuna il centrodestra non ha fatto quello che aveva annunciato in passato e si è comportato in maniera più responsabile. Con questa manovra l’opposizione ha perso un’occasione: dovrebbe essere più precisa nelle proposte. L’obiettivo è la crescita, senza abbandonare i conti pubblici: ma dall’opposizione non arrivano ricette precise in merito. La sinistra soffre l’incapacità di offrire un programma di governo alternativo credibile».
Giorgia Meloni sembra molto apprezzata all’estero: basta leggere testate autorevoli come l’Economist e Politico. Lei come se lo spiega?
«Sicuramente conta l’abilità del primo ministro che ha dato prova di essere un politico di talento. In secondo luogo, conta la stabilità dell’Italia rispetto a tanti altri paesi che una volta sembravano più stabili di noi. Infine, restare in linea con i principi europei riguardo all’Ucraina e ai conti pubblici, senza allontanarsi dalla strada maestra nell’Ue, si è rivelata una scelta strategica corretta. Ma sul piano della politica estera il futuro non è così facile: l’America di Trump non è più un alleato affidabile. Finora l’Italia è stata un po’ in mezzo, ma Usa e Ue prenderanno strade divergenti. Se Meloni non capisce che è più importante la strategia europea rispetto alla vicinanza a Trump, il prestigio internazionale verrà meno molto presto. Si avvicina un momento difficile che costringerà il governo a prendere coscienza di questa svolta».
Intanto si registra il paradosso di un governo sovranista – quello italiano – che sugli aiuti all’Ucraina ha ottenuto una convergenza per fare debito comune…
«Se è stato scelto questo passaggio non è stato solo merito dell’Italia. Anche la Francia ha puntato sul debito comune. Certamente per fare dei passi avanti su difesa e sicurezza comune occorrerà rinunciare ai principi del sovranismo: dobbiamo fare grande l’Europa, non basta più l’Italia, altrimenti non andiamo da nessuna parte. Serve uno sforzo di integrazione politica più importante: rinuncia al voto all’unanimità sulla politica estera e passi verso difesa comune tra i paesi disposti a farlo, non soltanto dentro l’Ue (anche il Regno Unito può dare un contributo importante). Il debito comune era giusto farlo, ma è solo un piccolo passo verso sfide che richiedono la scelta strategica di rinuncia al sovranismo in cambio di forme di integrazione più profonda. Se l’Italia rimane indietro dopo lo scoglio delle elezioni francesi sarebbe un disastro».
In che senso?
«Fino alle elezioni francesi sarà tutto bloccato. Dopo forse la Francia troverà un modo per contribuire all’unità europea. Non sappiamo ancora chi vincerà ma non è escluso che Le Pen e Bardella possano comportarsi come Meloni una volta arrivati al governo. In ogni caso fino a quel momento non riprenderà l’iniziativa europea».
In genere la luna di miele del governo con gli elettori resiste solo nei primi mesi di mandato. Viceversa Meloni resta al top nei consensi degli italiani ancora oggi. Come lo spiega?
«Effettivamente è un caso peculiare: in tutte le democrazie chi è al governo perde voti. Spesso si viene eletti sulla base di messaggi ottimistici e speranze di cambiamento, poi la realtà si presenta meno rosea. In Italia questo non succede ed è sorprendente. Potrebbe spiegarsi con la stabilità dei conti pubblici e con la sensazione di solidità che la maggioranza riesce a dare nonostante le differenti posizioni. Ma c’è anche il demerito dell’opposizione divisa, incapace di suggerire proposte credibili. Però non siamo ancora al momento delle elezioni: può darsi che a quel punto la delusione sulla crescita si manifesti. Non è detto che il governo possa mantenere i voti che oggi sembra avere».
Su quali temi l’opposizione dovrebbe formulare proposte precise per invertire questa rotta?
«Salari e crescita sono i temi più importanti, ma la sinistra ha lo svantaggio di aver governato per anni e di non aver saputo fare abbastanza per migliorare le cose. Serve uno sforzo di proposta per far crescere produttività e lavori, ma senza mettere in disordine i conti pubblici. L’istruzione è un aspetto centrale: scuola e università sono un meccanismo di mobilità sociale che rinforza le abilità di tutti e consente al lavoro di diventare produttivo. Anche la sanità è un aspetto centrale trascurato oggi, ma bisogna affrontarlo senza mettere fuori controllo la stabilità dei conti pubblici: l’iniziativa va accompagnata da misure credibili di rientro dalle spese improduttive che sicuramente esistono».


















