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Privatizzazioni, il Mef riapre il dossier e punta a 20 miliardi in 3 anni

L’obiettivo è un gettito pari a un punto di Pil (20 miliardi) tra 2025 e 2027. Il Mef valuta la quotazione della Zecca: sul tavolo la cessione di una quota di minoranza

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Con il Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 25 settembre il governo ha ufficialmente riaperto il cantiere delle privatizzazioni. Target dichiarato: un gettito “vicino all’1% del Pil” nel triennio 2025-2027. Tradotto: circa 20 miliardi di euro, che nelle intenzioni dovranno alleggerire un debito pubblico che viaggia a passo di carica verso i 3.100 miliardi.

La lista dei “candidati” alle dismissioni

A far rumore, più dei numeri, è la lista dei candidati alla dismissione. Quella ufficiale non è lunghissima, ma la versione “non ufficiale” – quella che circola tra analisti e addetti ai lavori – racconta ben altro: Poste Italiane, Banca del Mezzogiorno, PagoPA, perfino l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Una rosa che ricorda la formazione titolare dello Stato imprenditore: servizi essenziali, infrastrutture digitali, istituzioni simboliche. E come sempre accade quando si pronuncia la parola “privatizzazione”, si apre il duello: da un lato i sostenitori del “vendere per ridurre il debito”, dall’altro i custodi del “non si tocca ciò che è strategico”.

Si valuta la quotazione in borsa della Zecca dello stato

Tra i dossier più caldi c’è proprio quello dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Un nome che evoca monete, francobolli e fascette per il Chianti, ma che oggi racchiude ben altro: identità digitali, cybersecurity, tracciabilità farmaceutica, sistemi antifrode, infrastrutture di sicurezza. È una società high-tech travestita da monumento storico. E soprattutto è un’azienda che macina utili: 613 milioni di ricavi e 152,5 milioni di utile nel 2024, il migliore della sua storia.

Il Mef, unico azionista, ha incassato un dividendo da favola. In tempi di austerità, roba che fa brillare gli occhi. Portarla in Borsa non sarebbe un fulmine a ciel sereno, ma un percorso ragionato: il Tesoro valuterebbe la cessione di una quota di minoranza – forse fino al 49% – mantenendo saldamente il controllo tramite il Golden Power, il super-scudo che permette allo Stato di dire “no” quando gli investitori stranieri bussano troppo forte. Perché è qui il vero nodo: vendere un pezzo di Zecca non è un’operazione industriale, è un atto politico. Si decide se un simbolo dello Stato debba rimanere un unicum nazionale o diventare, almeno in parte, una public company soggetta ai ritmi e ai giudizi del mercato. Con gli analisti che commentano, gli hedge fund che guardano, gli investitori retail che si domandano se sia meglio comprare azioni della Zecca o continuare a collezionare quelle commemorative.

La “macchina” Zecca dello stato

Cosa fa davvero la Zecca? Ben più che coniare monete. Dietro l’etichetta di “Zecca dello Stato” c’è un gigante industriale ombra che lavora ovunque ci sia bisogno di sicurezza, autenticità, identità.

  • Produce carte d’identità elettroniche, passaporti e permessi di soggiorno: gli strumenti fondamentali dell’identità moderna.
  • Conia le monete non solo per l’Italia, ma anche per Vaticano e San Marino.
  • Gestisce bollini farmaceutici, fascette antifrode sugli alcolici e sistemi di tracciabilità che valgono milioni di euro.
  • Realizza le infrastrutture per l’identità digitale e sviluppa progetti come l’IT-Wallet, il futuro portafoglio digitale di tutti i documenti ufficiali.
  • Cura la stampa della Gazzetta Ufficiale, dei valori bollati, dei francobolli e di tutto ciò che certifica la volontà dello Stato.

Una macchina complessa, tecnologica, che raramente finisce in prima pagina. Se andrà davvero a Piazza Affari, sarà finalmente sotto i riflettori. E probabilmente qualcuno scoprirà che la Zecca è molto più moderna del Parlamento che ne discute la sorte. Il dibattito eterno: cassa subito o visione di lungo periodo? Il governo punta a 20 miliardi in tre anni. Una cifra che non risolve il debito – ormai stabilmente sopra i 3.100 miliardi e oltre il 135% del Pil – ma che può migliorare i conti e mandare un messaggio ai mercati. Non a caso i rating sono migliorati negli ultimi mesi: l’Italia è vista come un Paese che sta provando a mettere ordine nella finanza pubblica. Il messaggio è chiaro: sfruttiamo il momento favorevole, prima che i venti internazionali cambino direzione. Ma come sempre, la domanda è la stessa da trent’anni: privatizzare per fare cassa – e magari tappare qualche buco – o per creare un mercato più efficiente?

La lezione degli anni ’90

Le privatizzazioni anni ’90 insegnano: se vendi bene, modernizzi; se vendi male, regali. Dentro questa incertezza si inseriscono i grandi timori: perdere il controllo su asset essenziali, smontare pezzi di identità nazionale, mettere in mano ai privati funzioni sensibili come la produzione di documenti e la gestione dell’identità digitale. Se l’IPO andrà in porto, gli investitori retail potrebbero trovarsi davanti un titolo stabile, legato a servizi essenziali e molto meno esposto ai cicli economici. I ricavi garantiti dallo Stato, un portafoglio di attività diversificato e un brand storico sono elementi che piacciono ai risparmiatori che cercano investimenti tranquilli. L’operazione, però, dipenderà dal prezzo, dalla quantità di azioni messe sul mercato e dalla struttura della governance.

La partita e i giocatori in campo

Gli appetiti non mancano: l’IPZS è una di quelle aziende che fanno gola perché – come dicono i gestori – “non falliscono mai, e non finiscono mai di lavorare”. Conclusione: il Paese vende l’argenteria di famiglia… per salvare il resto del servizio. La metafora del momento è scontata ma efficace: lo Stato vende qualche pezzo dell’argenteria per evitare che la credenza traballi. Una scelta obbligata? Forse. Una scelta indolore? Assolutamente no. La privatizzazione della Zecca divide, scalda gli animi e fa storcere qualche bocca. Ma racconta perfettamente l’Italia del 2025: un Paese in cui il debito è così grande da costringere perfino la Zecca – quella che coniava le monete – a diventare lei stessa “moneta”. Il dossier è aperto. E in questa partita, a differenza di quelle calcistiche, il risultato non dipende dal VAR ma dai mercati. E soprattutto da quanto siamo disposti a mettere in vendita pur di far tornare i conti

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