16 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Nov, 2025

Al-Sharaa incontra Trump: in gioco c’è la nuova Siria

Al centro del colloquio basi militari nel Paese e prestiti internazionali per far ripartire l’economia

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Senza dubbio è un’immagine destinata a fare una certa impressione: il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, già conosciuto col nome di battaglia di al-Jolani (letteralmente “del Golan”, una regione della Siria al confine con Israele), accolto alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Soltanto uno sprovveduto infatti non troverebbe la scena paradossale: al-Sharaa infatti è stato per lungo tempo un combattente jihadista, il capo de facto della sezione siriana di al-Qaeda e un leader islamista ritenuto coinvolto in numerose esecuzioni sommarie nell’ambito della brutale guerra civile che ha flagellato il Paese mediorientale dal 2011 fino alla caduta del dittatore Bashar al-Assad. Nel 2018, addirittura, definì lo stesso Trump «un nemico eterno dell’Islam».

La memoria corre ad altri tempi, a quando nel febbraio 1983 il presidente statunitense Ronald Reagan ricevette nello Studio Ovale una delegazione di mujaheddin afghani impegnati nella resistenza contro l’invasore sovietico. Del resto il clima era diverso: nel 1987 007 – Zona pericolo usciva nelle sale presentando i guerriglieri afgani come alleati del protagonista James Bond; nel 1988 Rambo III si chiudeva con la dedica «al valoroso popolo dell’Afghanistan». Solo pochi anni più tardi quel movimento di guerriglieri islamisti, cacciati i sovietici, avrebbe preso il nome di Talebani e sarebbe assurto a nemesi dell’Occidente.

La nuova Damasco che gioca su più tavoli

Ma, per tenere il paragone filmografico, qua non si parla di un prequel che racconti le origini del fenomeno jihadista, ma semmai di un sequel: la guerra santa contro l’impero americano appartiene infatti al passato di al-Sharaa, oggi impegnato a ripulirsi il nome e a costruirsi una reputazione come governante moderato e pragmatico.

Per farlo il leader siriano non ha esitato a giocare su più tavoli: ha raggiunto un’intesa con la Russia di Vladimir Putin, ex sponsor del regime di Assad (non a caso, oggi esiliato a Mosca), per fargli mantenere le basi militari nel Paese in cambio del riconoscimento del nuovo governo e del ritorno delle forze di interposizione russe al confine meridionale con Israele; ha sedotto con facilità le cancellerie europee, intenzionate a dichiarare finita la guerra civile siriana per poter procedere al rimpatrio di milioni di profughi siriani; ha mantenuto il sostegno del suo alleato storico, la Turchia; ha intavolato una fragile trattativa con Israele per giungere a una de-escalation storica tra i due Paesi, nonostante i continui attacchi aerei israeliani e la decisione dei militari di Tel Aviv di occupare il Golan e di sostenere i separatisti drusi abbiano complicato i rapporti con Damasco.

La Siria in cerca di nuove alleanze

Più di recente, al-Sharaa ha offerto il possesso di una base aerea vicino a Damasco agli Stati Uniti, come parte di un accordo che potrebbe presto portare osservatori militari di Washington nella Siria meridionale quale contrappeso alle mire di Israele. Trump ha visto il vantaggio di guadagnare un puntello nella regione e un utile contrappeso alle mire turche e iraniane sulla Mezzaluna fertile e l’ha colta al volo. Secondo quanto riportato dai media americani vicini alla Casa Bianca, gli Stati Uniti dovrebbero annunciare la revoca di quasi tutte le sanzioni americane alla Siria, riaprire l’ambasciata a Damasco dopo quasi quindici anni di interruzione dei rapporti diplomatici e invitare formalmente al-Sharaa ad aderire alla coalizione internazionale anti-Isis.

Per al-Sharaa non è banale ripudio delle origini, ma sopravvivenza: la nuova Siria post-Assad è fragile, come hanno dimostrato anche negli ultimi giorni le violenze settarie tra le varie confessioni etno-religiose che compongono il mosaico siriano, e ha bisogno di un assetto internazionale quanto più possibile sgombro di nemici. Non a caso, la visita da Trump è stata preceduta da una tappa alla sede del Fondo monetario internazionale (Fmi), dove la benevolenza americana potrebbe presto sbloccare importanti prestiti vitali per la ricostruzione della Siria. Per Enrico IV, insomma, Parigi valeva bene una Messa e per al-Sharaa il trono di Damasco vale bene una visita alla Casa Bianca.

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