Dazi, dazi e ancora dazi. L’offensiva commerciale targata Trump non accenna a placarsi. Anzi, la posta in gioco si alza a ogni ripresa. Mercoledì, il tycoon ha deciso di colpire uno dei settori più strategici per quanto riguarda la produzione e lo sviluppo delle nuove tecnologie, annunciando tariffe al 100% sui microchip e i semiconduttori. Tuttavia, non ha specificato quando questa nuova tassa doganale dovrebbe entrare in vigore.
Con questa decisione «riportiamo in patria anche la produzione di componenti tecnologiche critiche: una mossa cruciale per proteggere ulteriormente economia e sicurezza nazionale degli Stati Uniti», ha affermato Trump dallo Studio Ovale. Al suo fianco Tim Cook, amministratore delegato di Apple, l’azienda della Silicon Valley che più di ogni altra dipende dai microchip per sviluppare e realizzare i suoi prodotti di punta. Tuttavia, il colosso di Cupertino non sarà soggetto alle nuove tariffe grazie all’impegno di investire ulteriori 100 miliardi di dollari nel trasferimento delle sue attività produttive negli Stati Uniti.
Tale investimento si aggiunge ai 500 miliardi già annunciati dalla compagnia per rilocalizzare parte della produzione in patria entro i prossimi quattro anni. Nel corso dell’annuncio, Trump infatti ha chiarito che le imprese intenzionate a riportare la produzione in patria saranno esentate dai dazi. Ha però avvertito che quelle che non rispetteranno gli impegni assunti andranno incontro a multe severe.
Attualmente, nonostante gli Stati Uniti siano i leader nel mondo in quanto a progettazione e ricerca, la filiera produttiva dei semiconduttori è concentrata principalmente in Asia, in particolare a Taiwan. Lo Stato insulare produce il 60% dei microchip a livello globale e più del 90% di quelli con dimensioni inferiori ai 10 nanometri. Non sorprende, quindi, che Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), l’azienda taiwanese leader nel settore, sarà esentata dai dazi. Secondo il ministro taiwanese Liu Chin-ching, questa decisione è motivata proprio dal fatto che Tsmc «ha aperto stabilimenti negli Stati Uniti».
Effettivamente, oltre a gestire già tre impianti produttivi in Arizona, Tsmc ha annunciato lo scorso marzo un piano d’investimento di 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, aumentando a sei il totale degli stabilimenti attivi nel Paese. Anche la Corea del Sud, altro partner strategico degli Stati Uniti nel campo dei semi-conduttori, risulta essere stato esentato grazie a un accordo bilaterale firmato tra Seul e Washington.
La nuova mossa di Trump risponde a una logica di natura squisitamente strategica. Il problema della forte dipendenza degli Stati Uniti dall’estero per l’approvvigionamento di semiconduttori era già stato affrontato dall’amministrazione democratica di Joe Biden, che aveva stanziato decine di miliardi di dollari in sussidi per incentivare le aziende del settore a costruire nuovi impianti sul suolo americano.
All’epoca, Trump criticò duramente quegli investimenti, definendoli sprechi, e sostenne che l’unico modo efficace per convincere i produttori di chip a trasferire la produzione negli Stati Uniti fosse l’imposizione di dazi. Secondo gli esperti, tuttavia, riportare la produzione in patria attraverso l’introduzione di nuove tariffe avrà un impatto sui prezzi finali: iPhone, iPad, computer e altri dispositivi elettronici potrebbero aumentare di centinaia di dollari. Ma, dal punto di vista di Washington, la produzione di chip è troppo strategica per essere lasciata nelle mani di Paesi stranieri.
Infatti, oltre a costituire la base per l’intera industria elettronica, i semiconduttori sono anche il cuore tecnologico di tutti i moderni sistemi d’arma: dai caccia da combattimento ai radar, fino ai missili a guida di precisione. Non a caso, tra le prime sanzioni imposte dall’Occidente alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina ci fu proprio il blocco dell’export di microchip. Il timore degli Stati Uniti, in un contesto di crescente competizione con la Cina e di possibile crisi su Taiwan — il maggiore produttore mondiale di semiconduttori — è che Pechino possa un giorno invadere l’isola e mettere in crisi le esportazioni di questi manufatti verso l’America, mettendo così a rischio l’intera industria militare a stelle e strisce.


















