Leone, il Papa mite che può parlare anche ai maga è oggi una spina nel fianco di Trump, che lo teme e arriva anche a minacciarlo mentre è boom di conversioni negli Usa
La Nato, le intere civiltà. L’età della Pietra. E ora Donald Trump minaccia il Papa. Non gli va bene come lo critica. E quindi, come riporta Mattia Ferraresi per la testata americana Free Press, il Cardinale Christopher Pierre è stato convocato al Pentagono dove il Sottosegretario della Difesa Elbridge Colby gli ha rivolto parole durissime: il papa non può continuare a criticare la politica di Trump. Un linguaggio senza precedenti che segna un salto di tensione istituzionale.
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Il richiamo alla storia
Per aggiungere l’oltraggio all’insulto, il rappresentante trumpista ha citato l’esempio della “cattività avignonese”, quando i Re francesi rapirono il Papa e lo tennero prigioniero ad Avignone. Trump non ha mai nascosto la sua inclinazione a giocare all’imperatore. Il parallelo storico è pesante e rafforza la gravità dello scontro.
Ma forse dietro i deliri dell’aspirante cesare americano c’è più timore che forza. Fa parlare infatti il boom di conversioni al cattolicesimo negli Stati Uniti. Nel 2020 erano settantamila, nel 2024 più di novantamila e quest’anno il record verrà probabilmente superato. Un fenomeno inatteso che potrebbe rappresentare un segnale culturale profondo.
Solo questa Pasqua a Detroit si sono contate quasi 1.500 conversioni, il numero più alto in 15 anni. Un trend comune anche ad altri Paesi occidentali. Colpisce soprattutto la presenza di giovani adulti, spesso provenienti da agnosticismo o ateismo. Un bisogno di valori emerge con forza e sfida la società contemporanea.
Una possibile svolta demografica
È ancora presto per capire se questo sommovimento si consoliderà, ma alcuni demografi iniziano a intravedere un cambiamento: i cattolici potrebbero diventare la confessione di maggioranza relativa negli Stati Uniti. Uno scenario inedito che promette impatti politici e sociali rilevanti. Non è un caso se Trump sia sempre stato guardingo nei confronti di Prevost. Con Papa Francesco il tycoon si era espresso duramente, ma senza arrivare a minacce dirette. Con Leone XIV questo schema non funziona. Un Papa americano rende più difficile la delegittimazione politica.
Prevost è nato a Chicago ed è cresciuto nella cultura popolare americana. Dallo sport al cinema, incarna una figura profondamente radicata negli Stati Uniti. La sua identità culturale lo rende vicino anche all’America profonda. Prima di diventare vescovo, Prevost era iscritto al Partito Repubblicano. Ha mantenuto rapporti cordiali con esponenti del cattolicesimo conservatore e figure vicine al mondo trumpista. Un profilo complesso che lo rende difficile da etichettare.
La rottura con il mondo Maga
Chi ha rapidamente perso fiducia in Leone XIV è stato il mondo Maga. Steve Bannon lo ha ribattezzato “the Woke Pope” dopo le sue posizioni sui migranti. Anche gli inviti ufficiali di Trump sono stati respinti. La frattura è ormai evidente e politicamente significativa. Il Papa rischia di apparire “più Maga dei Maga” su alcuni valori tradizionali, pur criticando le politiche trumpiste. Questo lo trasforma in un controcanto credibile per molti elettori delusi.
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Una sfida simbolica che può avere effetti concreti sul consenso. Come ha scritto Ferraresi, il Papa è temuto perché rappresenta l’ultima “superpotenza morale” in un mondo segnato da crisi e conflitti. La storia mostra come molti abbiano provato a piegare il Papato senza successo. Il confronto tra trono e altare torna centrale e il suo esito resta aperto.


















