Dalle accuse agli alleati al pressing militare sul Golfo: cresce la frattura tra Trump e le capitali d’Europa, alleate nella Nato ma reticenti quando si tratta di farsi trascinare nelle avventure estere del tycoon
«Nessuno di questi, inclusi i nostri alleati, capisce nulla se non viene messo sotto pressione». Così ieri un non troppo pacato Donald Trump va all’attacco dell’Alleanza Atlantica, mentre il fragile cessate il fuoco in Medio Oriente non produce i suoi effetti sul terreno. Il malcontento del tycoon nei confronti di chi «non ha aiutato» è esploso il giorno dopo la presunta tregua, nell’incontro di due ore alla Casa Bianca con il segretario generale della NATO Mark Rutte. Un confronto che il politico olandese ha definito «schietto e aperto», non lesinando elogi al presidente ma che stavolta non salva l’alleanza da un ultimatum.
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva già anticipato il clima incandescente prima dell’incontro: «Sono stati messi alla prova e hanno fallito». Poi è arrivato The Donald su Truth Social: «La NATO non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo». Parole durissime che segnano un ulteriore strappo nei rapporti con gli alleati e alzano la tensione diplomatica.
L’ultimatum sullo Stretto di Hormuz
L’amministrazione americana passa dunque all’azione nei confronti dei partner. Secondo il quotidiano tedesco Der Spiegel, Trump ha fissato una scadenza di giorni — non settimane — agli alleati europei chiede impegni concreti e tangibili per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, navi da guerra o altri mezzi militari. Le promesse politiche non bastano più e la richiesta assume i contorni di un vero ultimatum militare.
Rutte ha già girato il messaggio alle cancellerie europee. I diplomatici del vecchio continente interpellati dal magazine tedesco hanno usato una parola sola per descrivere la richiesta: «ultimatum». C’è tuttavia un paradosso che pende sulla vicenda e rende difficile ai governi europei spiegare alle proprie opinioni pubbliche come mai, lo Stretto di Hormuz, era aperto prima che Trump iniziasse la guerra. La responsabilità iniziale pesa sul quadro politico e complica la narrativa europea.
Sono stati gli Stati Uniti e Israele ad attaccare l’Iran il 28 febbraio, è stata Teheran a chiudere il rubinetto in risposta. Ora Washington chiede agli alleati di riaprire ciò che Washington stessa ha contribuito a chiudere — senza consultarli, senza avvisarli, senza condividere con loro né la strategia né gli obiettivi. La mancanza di coordinamento emerge con forza e indebolisce la fiducia transatlantica.
Alleati sotto esame
Trump dal canto suo, come un compagno di classe incaricato di tenere l’ordine, ha tirato fuori la lavagna e ha cominciato a segnare nomi. Fedeli e disobbedienti. La Spagna è il caso più esposto: negati i sorvoli del territorio, Madrid si trova già nel mirino come esempio di alleato recalcitrante. La Germania ha evitato restrizioni dirette, ma il ministro della Difesa Boris Pistorius durante la crisi ha pronunciato la frase sbagliata. La divisione tra alleati si fa evidente e la pressione americana cresce.
Berlino ha detto di voler contribuire «nei modi appropriati» alla libertà di navigazione, ma Merz aveva già chiarito che la NATO è un’alleanza difensiva, non interventista, e che la Germania non avrebbe partecipato ad azioni militari finché il conflitto fosse in corso. Gli americani intanto mettono sul tavolo la minaccia del ritiro delle truppe dai paesi «non collaborativi». Le divergenze strategiche si approfondiscono e l’unità dell’Alleanza vacilla.
Il dato politico che emerge è che per molti leader europei Trump è passato — come ha scritto il Guardian — da «daddy» a «baddie». Chi ha detto no, in forme diverse, sono stati l’Italia per i sorvoli dalla Sicilia, la Polonia sui Patriot, la Francia sui sorvoli e al Consiglio di sicurezza ONU, la Spagna in modo esplicito. Un fronte del dissenso prende forma e ridefinisce gli equilibri interni alla NATO.
I rischi per l’Europa
L’Europa, nel suo immobilismo, si rende conto che questa guerra avvantaggia al momento la Russia, svuota le difese ucraine e destabilizza un’economia continentale già alle prese con la terza crisi in cinque anni. E mentre chiede solidarietà atlantica, Trump ha lasciato correre sugli acquisti europei di petrolio russo. Le conseguenze economiche e geopolitiche si intrecciano e aumentano l’incertezza strategica.
Dove va dunque l’Europa? La risposta più concreta è arrivata da Londra, dove il 2 aprile Keir Starmer ha riunito — in formato virtuale — una coalizione di oltre quaranta paesi attorno a un’agenda di sicurezza marittima e diplomazia, senza gli Stati Uniti al tavolo. La proposta europea punta a una gestione condivisa dello Stretto con coinvolgimento iraniano. Un tentativo di autonomia strategica che segna una possibile svolta nei rapporti transatlantici.
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Dopo un mese di guerra, tuttavia, l’unica certezza è questa: Trump ora è stanco dell’Europa. Per davvero. Il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico appare sempre più fragile e il futuro dell’Alleanza resta incerto.



















