Raid su Teheran, distrutta una sinagoga. Mojtaba Khamenei in condizioni gravi mentre Trump rilancia l’ultimatum sullo stretto di Hormuz
Il conto alla rovescia è partito: senza un accordo, la guerra può entrare in una fase molto più distruttiva. A poche ore dalla scadenza fissata da Trump, il conflitto resta sospeso tra negoziato e escalation. Le minacce aumentano, i canali diplomatici restano opachi, i mercati reagiscono. E intanto, sullo sfondo, lo stretto di Hormuz continua a essere il vero punto di pressione globale: una linea sottile da cui dipendono energia, economia e stabilità internazionale. Nuovi raid su Teheran: infrastrutture nel mirino, civili coinvolti, leadership sotto pressione. E Israele: «Non andate in treno oggi»
Teheran colpita, sinagoga distrutta
Una nuova ondata di attacchi statunitensi e israeliani ha colpito nella notte e nelle prime ore del mattino Teheran. Tra i bersagli anche una sinagoga nel centro della capitale, completamente distrutta secondo fonti iraniane. L’attacco ha provocato danni anche alle abitazioni vicine nella zona residenziale di via Rafinia. Le operazioni di soccorso sono ancora in corso, mentre si moltiplicano le esplosioni in diverse aree della città, da Parchin a Gisha, fino a Shahrak-Gharb e Pirouzi.
Non solo Teheran. Secondo media locali e fonti internazionali, attacchi sono stati segnalati anche a Karaj, Shiraz, Larestan e Chabahar. I caccia sorvolano la capitale a bassa quota, mentre le deflagrazioni si susseguono senza sosta. L’offensiva sembra colpire sia obiettivi militari sia infrastrutture strategiche, in linea con la nuova fase della guerra.
Ultimatum su Hormuz,
Trump ha fissato una nuova scadenza: se l’Iran non riaprirà il passaggio strategico entro le 20 di martedì ora della East Coast, scatteranno attacchi su larga scala contro infrastrutture chiave del Paese. Ponti, centrali elettriche, reti energetiche: obiettivi civili che, secondo molti esperti di diritto internazionale, configurerebbero crimini di guerra.
La conferenza stampa di Trump
Trump ha lasciato intendere che l’Iran “vorrebbe un accordo”, ma ha ribadito che dovrà essere alle sue condizioni. Si è mostrato incerto anche sullo stretto di Hormuz: da un lato chiede la riapertura, dall’altro ha evocato l’idea che siano gli Stati Uniti a controllarlo e a imporre pedaggi, senza spiegare come ciò sarebbe possibile. Nel corso della conferenza stampa, il presidente ha alternato toni duri contro l’Iran a rivendicazioni simboliche, come il salvataggio di un pilota americano abbattuto. Ha anche minacciato azioni contro un giornalista per una fuga di notizie e rilanciato una visione esplicita: appropriarsi delle risorse dei Paesi sconfitti, citando apertamente il petrolio iraniano.
Appello del regime: catene umane attorno alle centrali
Da Teheran arriva una risposta che coinvolge direttamente i civili. Un alto funzionario ha invitato i giovani a formare catene umane attorno alle centrali elettriche per proteggerle dai bombardamenti. L’appello è rivolto a studenti, artisti, atleti e professori, “a prescindere dalle opinioni politiche”, in difesa di quello che viene definito “patrimonio nazionale”.
Mojtaba Khamenei in stato di incoscienza
Sul fronte politico, emergono notizie preoccupanti sulla leadership iraniana. Secondo un memorandum basato su intelligence israeliana e statunitense, Mojtaba Khamenei sarebbe in stato di incoscienza e ricoverato a Qom. Le sue condizioni, descritte come gravi, gli impedirebbero di partecipare alle decisioni del regime. Una notizia che, se confermata, rappresenterebbe un ulteriore elemento di instabilità.
Hormuz, tutti gli ultimatum
Nelle ultime due settimane Donald Trump ha minacciato più volte di colpire centrali elettriche, ponti e infrastrutture energetiche iraniane, fissando deadline poi puntualmente spostate. L’ultima, martedì alle 20 ora della East Coast. Già il 21 marzo aveva parlato di “distruzione totale”. Il 30 marzo ha rilanciato, includendo anche pozzi petroliferi e impianti di desalinizzazione tra i possibili obiettivi. Il 4 aprile ha stretto ancora i tempi: “48 ore prima che si scateni l’inferno”.

Mediazione pakistana in fase critica
Nonostante settimane di contatti indiretti, al momento non si registrano breakthrough pubblici. Teheran ha fatto filtrare una proposta in dieci punti, trasmessa attraverso il Pakistan, che prevede la riapertura dello stretto in cambio della fine degli attacchi americani e israeliani e di concessioni su Hezbollah. Trump ha definito l’offerta “un passo avanti”, ma insufficiente per fermare l’escalation. Intanto da Islamabad si parla di una fase “critica e sensibile” della mediazione, senza dettagli. L’Iran, ufficialmente, continua a negare qualsiasi negoziato diretto con Washington.
Israele colpisce ancora, allerta su treni
Sul piano militare, Israele ha intensificato gli attacchi su obiettivi governativi iraniani, senza specificarne la natura. Nelle stesse ore ha lanciato un avviso insolito alla popolazione: evitare treni e linee ferroviarie fino a sera. Teheran ha risposto con il lancio di missili verso Israele, mentre il conflitto entra nella sua sesta settimana.
Difese attivate in Arabia Saudita e Emirati
La guerra si estende sempre più al Golfo. L’Arabia Saudita ha annunciato di aver intercettato 18 droni e 7 missili balistici, con detriti caduti vicino a impianti energetici nell’est del Paese. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno confermato di essere sotto attacco e di aver attivato i sistemi di difesa.
Petrolio in salita, mercati sotto tensione globale
L’effetto più immediato si vede sui mercati energetici. Il Brent ha superato i 110 dollari al barile, con un aumento di oltre il 50% dall’inizio del conflitto. Anche il WTI americano vola oltre i 115 dollari. Il nodo resta sempre lo stesso: lo stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Il traffico delle petroliere resta ridotto, anche se nel weekend si è registrato un lieve aumento. Il rischio è che i danni alle infrastrutture energetiche rendano la crisi più lunga e più costosa.
Bilancio umano e leadership colpite
In Iran si contano oltre 1.600 civili uccisi, tra cui centinaia di bambini. In Libano le vittime superano 1.300, mentre nel Golfo almeno 50 persone sono morte in attacchi attribuiti a Teheran. In Israele le vittime sono almeno 20, mentre gli Stati Uniti contano 13 militari morti e centinaia di feriti. Sul fronte politico-militare, Israele rivendica l’uccisione a Teheran del capo dell’intelligence dei Pasdaran, ulteriore colpo ai vertici iraniani.


















