3 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Apr, 2026

Panebianco: «Crisi di Hormuz, l’Europa non fischietti»

Il politologo e professore emerito all’università di Bologna in dialogo con l’Altravoce: l’Europa non stia a guardare. Meloni? Momento di difficoltà, non può tenere il piede in due staffe


«In Iran Trump sembra essere rimasto impantanato. Sul piano militare ha indebolito parecchio il regime, ma non si aspettava la reazione sullo Stretto di Hormuz e tutto ciò che ne deriva sul piano economico. Ma prima di dare giudizi bisogna aspettare la fine: il conflitto è ancora in atto. Le valutazioni fatte adesso non sono fondate: il rischio di impantanarsi c’è, però gli emirati e i sauditi stanno con Trump e Netanyahu. Il gioco è aperto: molto dipenderà da che cosa succede nello stretto. Poi, se il regime resta in piedi, vedremo». Per il politologo Angelo Panebianco, professore emerito dell’Università di Bologna ed editorialista del Corriere della sera, sparare sentenze adesso è affrettato.

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Per fare il bilancio di questa guerra serve tempo, anche se le critiche a Trump sembrano unanimi. «Le critiche a Trump vengono soprattutto dall’Europa. Tutti gli europei sono contrari all’iniziativa perché sono deboli e hanno paura della loro ombra. Nel frattempo, però, qualcosa in Medio Oriente è cambiato rispetto al passato. Certo, se l’Iran dovesse riprendersi potrebbe ritornare forte, con la possibilità di mobilitare Hezbollah e Houthi a suo favore. Ma se rimane indebolito sarebbe un’ottima notizia per il Libano che oggi è uno stato fallito: la pressione di Israele diminuirebbe e un legame più debole con Hezbollah darebbe respiro al paese. Israele non avrebbe più interesse a colpirlo».

Nel suo ultimo discorso pubblico, Donald Trump ha ribadito la sua richiesta: i paesi che importano petrolio dal Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz prendano l’iniziativa per costringere l’Iran a riaprirlo. Ha ragione lui o hanno ragione gli altri a dire che la responsabilità della crisi è sua?

«Qui non ci sono ragioni o torti. Gli stati europei devono fare qualcosa. Su questo punto il premier britannico Keir Starmer ha ragione. L’Europa non può fischiettare di fronte a questa crisi».

Che cosa dovrebbe fare?

«Una volta stabilito il cessate il fuoco, gli europei potrebbero rientrare nella zona, magari sotto la bandiera dell’Onu, occupandosi stabilmente dello stretto con l’obiettivo di riavviare un’arteria così centrale per l’economia dell’energia. Credo che sia inevitabile. Se l’economia, l’occupazione e l’inflazione dei paesi europei dipende anche da ciò che accade lì, gli stati europei non possono disinteressarsi. Abbiamo un interesse oggettivo».

Nel frattempo, Trump deve affrontare sia la fronda interna al suo stesso staff, sia la contrarietà alla guerra dei suoi seguaci…

«Trump pensava che l’operazione in Venezuela fosse un modello realizzabile in Iran. Ma le due situazioni sono molto diverse. Adesso si trova di fronte alla scadenza del midterm: se non arriva alle elezioni con una vittoria in Iran e se mostra di non aver controllato l’inflazione per lui sarà una bella botta. Il midterm è l’unica cosa che gli interessa: tutto ciò che fa è strettamente legato a questo. Non vuole troppe crepe nel movimento Maga e non vuole spingere gli indecisi a votargli contro».

I democratici sembrano già in vantaggio…

«Sembra di sì, ma bisogna aspettare. Se i democratici conquistano la camera dei rappresentanti ci saranno ripercussioni sul senato. A quel punto i senatori si preoccuperanno per il loro seggio e ci saranno conseguenze sulla compattezza dei repubblicani. La forza di Trump sarebbe ridimensionata».

Trump ha minacciato di nuovo di lasciare la Nato. Anche se poi non la fa, questo è sufficiente per farle perdere senso e legittimazione. Intanto tra gli europei aumentano i dubbi sul fatto che gli Stati Uniti li soccorrerebbero in caso di necessità.

«I paesi europei sono dentro una trappola. Da una lato, non possono fare a meno dell’Alleanza atlantica. Dall’altro, le loro opinioni pubbliche sono spaccate. Per esempio, una larga parte della società italiana – ma anche spagnola – è pronta all’appeasement con i russi. Ci sono paesi europei che non avrebbero problemi ad affondare la Nato. Ma ci sono altri paesi europei che così rischiano di restare senza difese di fronte all’imperialismo russo».

Le democrazie europee sembrano tutte in grave difficoltà…

«È così. In Francia, Regno Unito e Germania i partiti antisistema, che sono anche filorussi e anti-Nato, sono molto forti. Ma la palla resta nella mani degli elettori: alla fine i governi passano sotto le forche caudine del voto. Se alle prossime elezioni nazionali passano i filorussi, la Nato è finita. In caso contrario, l’Alleanza resta essenziale anche in caso di sganciamento degli americani. La Nato è, infatti, l’unica organizzazione con tradizione e capacità di coordinamento. E oggi la gamba europea diventa tanto più necessaria».

E quindi?

«Abbandonare la Nato è difficile perfino per Trump, ma un progressivo sganciamento degli americani è possibile. Questa prospettiva vale anche in caso di vittoria dei democratici: gli Stati Uniti sono comunque in ritirata dall’Europa. Forse la Germania con gli enormi investimenti programmati da Merz avrà autonomia strategica, ma per gli europei la Nato resta l’unica protezione militare di cui si possa godere».

Trump ha accusato gli europei di essere “codardi”. È la sua solita impudenza o ha qualche ragione?

«Non la metterei in questi termini. Gli insulti agli europei servono per galvanizzare la sua base elettorale. Ma gli europei hanno goduto della protezione americana dalla seconda guerra mondiale in avanti: 80 anni pesano. Gli europei si sono abituati a pensare che la sicurezza sia un bene gratis perché non lo hanno mai pagato: questo pesa sulla storia. L’Unione europea doveva garantire sviluppo e welfare, investendo il minimo in armamenti. In questa storia non ci sono ragioni o torti. Gli Usa hanno goduto di una leadership. Anche loro si sono avvantaggiati di questa situazione: l’Europa è stata importante nella competizione con i sovietici. C’è stata una mutua convenienza che oggi non sta più in quei termini».

Ora, però, per l’Europa sono guai…

«Il dramma dell’Europa è che non ti liberi di tutto ciò dal giorno alla notte. Significa dire agli elettori che bisogna spostare risorse da sanità e pensioni alla difesa: ma così perdi le elezioni subito. Si tratta di capire se ci sarà tempo sufficiente per costruire l’autonomia strategica. Il passaggio da un’alleanza asimmetrica fondata sulla dipendenza a un’organizzazione autonoma richiede anni. E gli europei non sono d’accordo tra di loro sui temi della sicurezza. Finlandesi e spagnoli vedono le cose in modo completamente diverso tra loro, stessa differenza tra polacchi e italiani».

È il momento di fare un esercito europeo?

«Se ciò vuol dire che un soldato francese prende ordini da un ufficiale tedesco, e viceversa, mi pare difficile. Il peso degli stati nazionali e delle tradizioni corporative è forte. L’unica cosa possibile per il futuro è fare la gamba europea della Nato. Nessuno farebbe l’esercito europeo: i primi a tirarsi indietro sarebbero proprio quelli che ne parlano. Serve piuttosto il massimo di sinergie tra Unione europea e Nato dopo che per un lungo tempo queste istituzioni si sono divise i compiti. Ma il punto è sempre cosa vogliono gli elettori».

Cioè?

«Bisognerà vedere se nel confronto sulla Russia vinceranno i favorevoli al sistema di deterrenza o quelli disposti a salire sul carro del vincitore. Se vincono i partiti antisistema cambia tutto. L’Ucraina è il punto chiave. La sconfitta di Kiev è la sconfitta dell’Europa: prefigurerebbe per noi un futuro condizionato dalla vittoria russa».

E l’Italia che fa? Il governo Meloni è troppo trumpista?

«Il governo è obiettivamente in difficoltà. Più cresce la contrapposizione di Trump agli europei, più cresce l’insofferenza dell’opinione pubblica, più è difficile tenere il piede in due staffe, restando tra von der Leyen e Trump. Il governo non può rompere con gli americani, ma difficilmente potrà tenere una posizione di equivicinanza con Usa e Ue».

Ne approfitterà l’opposizione?

«Non so se riuscirà. Conte mi pare il più abile della compagnia: sa fiutare il vento e sa muoversi con più rapidità. Ma anche l’opposizione sembra in difficoltà. Alle elezioni credo che il pareggio sia l’esito più probabile: il centrodestra è in declino dopo la botta del referendum, ma il centrosinistra non convince il ceto medio. Il nostro sistema elettorale favorisce il bipolarismo paritetico. Una nuova legge elettorale potrebbe modificare questa situazione, ma per ora è solo un annuncio».

Finiamo con una considerazione di carattere globale. A noi spesso sfugge, ma gli interventi di Trump in Venezuela e in Iran nascono per fronteggiare la Cina.

«I due paesi che lei cita sono accomunati dal problema del controllo del petrolio. In più, con l’intervento in Venezuela, Trump ha voluto dire alla Cina: “l’America è roba nostra”. In futuro i democratici potranno avere uno stile diverso ma gli elementi di fondo non cambiano. La competizione nell’indo-pacifico resta la questione principale: il futuro si gioca sul controllo dell’Eurasia. La competizione in atto è simile a quelle del passato tra i nazisti e l’occidente e tra gli Usa e l’Urss».

Washington uscirà rafforzata da questo conflitto o, viceversa, rischia di perdere ulteriore terreno rispetto a Pechino?

«Trump potrebbe ottenere un risultato contrario alle sue aspettative. È possibile che molte delle mosse di Trump per bloccare il declino degli Usa, viceversa, lo accelerino. Se l’operazione in Iran sarà letta come una sconfitta, l’America verrebbe percepita come potenza in declino e diventerebbe più debole su vari scacchieri. Molto dipende dall’esito di questo conflitto. Ma non possiamo vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Queste valutazioni le faremo quando il conflitto sarà finito».

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