Nel discorso alla Nazione, Trump rivendica i successi contro l’Iran e promette la fine della guerra in poche settimane, ma minaccia nuovi attacchi devastanti. Ma sull’Alleanza non si ripete
Ecco per punti principali l’atteso discorso del presidente degli Stati Uniti alla Nazione. L’aveva annunciato. Breve e conciso e non aggiunge grandi colpi di scena, solo nuovi colpi. A oltre un mese dall’inizio del conflitto, Donald Trump rivendica il successo militare contro Teheran e promette una conclusione in tre settimane. Giorno più giorno meno. Ma tra minacce, contraddizioni e nodi irrisolti, il quadro resta tutt’altro che definito. Intanto missili e droni continuano a colpire Israele e i Paesi del Golfo.
Nessuna strategia di uscita
Nel discorso di 19 minuti dalla Casa Bianca, Trump alterna aperture diplomatiche e promesse di nuovi attacchi, senza indicare un percorso chiaro per chiudere la guerra. Da un lato parla di trattative in corso, dall’altro minaccia di colpire l’Iran “estremamente duramente” nelle prossime settimane, arrivando a evocare un ritorno “all’età della pietra”. Frase che deve essergli piaciuta perché l’aveva postata su Truth già qualche ora prima. Proprio cosi.
Il post scritto su Truth:
“Il nuovo presidente del regime iraniano, molto meno radicalizzato e molto più intelligente dei suoi predecessori, ha appena chiesto agli Stati Uniti d’America un CESSATE IL FUOCO! Lo considereremo quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto, libero e sgombro. Fino ad allora, stiamo bombardando l’Iran fino all’oblio o, come dicono loro, fino a riportarlo all’età della pietra!!!”.
L’Iran continua a colpire
Trump sostiene che le capacità missilistiche e dei droni iraniani siano state “drasticamente ridotte”, ma i fatti raccontano una realtà più complessa. Nonostante i raid Usa e israeliani abbiano distrutto numerosi sistemi, l’Iran continua a lanciare missili nella regione. Il conflitto resta attivo e la narrativa di una vittoria imminente appare in contrasto con la situazione sul campo.
Quello che Trump non ha detto nel discorso
Trump non ha ripetuto la minaccia di poter uscire dalla Nato. Il presidente ha dichiarato a un quotidiano britannico, in un’intervista pubblicata ieri mattina, che potrebbe lasciare l’alleanza militare per la sua frustrazione verso il mancato sostegno europeo alla guerra contro l’Iran, suscitando critiche anche da parte di alcuni repubblicani. Non l’ha ripetuto.
L’appello agli americani: «Abbiate una giusta prospettiva»
Consapevole del malcontento interno per i costi economici della guerra, Trump invita i cittadini a non perdere la prospettiva. Paragona la durata del conflitto a guerre ben più lunghe come Vietnam e Iraq e definisce l’intervento un investimento per il futuro. Per i figli di America, più pericolosamente, per i nipoti. Ma evita di riconoscere apertamente l’impatto economico già visibile su inflazione e prezzi energetici.
Nessun piano sull’uranio iraniano
Il presidente sembra escludere, almeno pubblicamente, l’operazione per recuperare l’uranio arricchito custodito nel sito di Isfahan, sostenendo che i bombardamenti abbiano reso difficile qualsiasi accesso. Ma così il materiale resta dov’era prima della guerra: protetto ma ancora disponibile per Teheran. Un punto cruciale. Difficile prenderlo comunque, Trump sembra aver abbandonato l’idea. Trump ha sostenuto che l’Iran fosse vicino alla bomba atomica. Ma secondo l’intelligence americana Teheran avrebbe potuto produrre combustibile nucleare in tempi brevi, non però un’arma completa, che richiederebbe mesi o più di un anno.
Hormuz e il modello Venezuela
Trump scarica su altri Paesi la responsabilità di riaprire lo Stretto di Hormuz, minimizzando l’impatto per gli Stati Uniti nonostante le evidenti conseguenze globali sui prezzi dell’energia. Allo stesso tempo indica come modello l’operazione in Venezuela, dove Washington ha catturato rapidamente Nicolás Maduro. Ma il paragone appare fragile: in Iran il regime è ancora saldo, il conflitto aperto e il costo umano già significativo per le forze americane.
Le reazioni: Pechino: «Fine immediata delle ostilità»
La Cina chiede la fine «immediata» delle ostilità dopo le ultime dichiarazioni di Trump, invitando a una de-escalation urgente del conflitto.
Attacchi nella notte tra missili e droni
Nelle prime ore di giovedì Israele e diversi Paesi del Golfo Persico hanno segnalato una nuova ondata di attacchi da parte dell’Iran. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver intercettato missili lanciati verso il territorio, mentre Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno riferito di aver neutralizzato droni e ordigni. In Bahrain sono state attivate le sirene di allarme. Hezbollah ha lanciato razzi verso il nord di Israele: due uomini sono rimasti feriti lievemente.
Hormuz bloccato e tensione sui mercati globali
Il nodo dello Stretto di Hormuz resta centrale. L’Iran ha limitato il traffico nella principale arteria energetica globale, facendo impennare i prezzi di petrolio e gas. Il greggio è salito del 7% superando i 108 dollari al barile. Le borse asiatiche sono crollate: Seul ha perso fino al 4,5%, Tokyo oltre il 2%. Londra ospiterà un vertice virtuale sulla crisi senza la partecipazione degli Stati Uniti.
Bilancio della guerra tra civili e militari
Il bilancio umano continua a aumentare. Secondo ong indipendenti, in Iran sono stati uccisi almeno 1.606 civili, tra cui 244 bambini. In Libano i morti superano i 1.300. Nei Paesi del Golfo almeno 50 vittime negli attacchi attribuiti all’Iran. In Israele i morti sono almeno 17. Gli Stati Uniti contano 13 soldati uccisi e centinaia di feriti.
Reporter Usa rapita, proposta di scambio con detenuti
Una milizia irachena alleata dell’Iran, Kataib Hezbollah, ha aperto a una trattativa con il governo di Baghdad per il rilascio della giornalista americana Shelly Kittleson, rapita martedì nella capitale. Secondo fonti della sicurezza irachena, il gruppo ha chiesto la liberazione di alcuni propri membri detenuti in cambio della reporter, dando così un segnale chiaro: il sequestro viene usato come leva negoziale.
Kittleson, giornalista con oltre dieci anni di esperienza in Medio Oriente, è stata rapita in pieno giorno da una strada trafficata del centro di Baghdad. Gli aggressori l’hanno caricata a forza su un’auto e si sono scappati. Le forze di sicurezza sono riuscite a individuare il veicolo e a inseguirlo fuori città, ma durante la fuga i sequestratori hanno trasferito la giornalista su un secondo mezzo dopo un incidente che aveva fatto ribaltare la prima auto. Un sospetto membro della milizia è stato lasciato indietro.
Cos’è il groppo armato Kataib Hezbollah
Kataib Hezbollah è uno dei gruppi armati più influenti in Iraq e agisce al di fuori del controllo diretto dello Stato. Negli ultimi mesi è stato in prima linea negli attacchi contro obiettivi americani nella regione, lanciando razzi e droni contro basi Usa e rivendicando anche attacchi contro l’ambasciata statunitense a Baghdad. Il gruppo è strettamente legato alla Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione iraniana ed è stato inserito da Washington nella lista delle organizzazioni terroristiche già dal 2009.
Non è la prima volta che la milizia utilizza sequestri come strumento di pressione: nel 2023 aveva rapito una ricercatrice con doppia cittadinanza israeliana e russa, Elizabeth Tsurkov, detenendola per oltre due anni. Ora il caso Kittleson rischia di aprire un nuovo fronte nella crisi regionale, intrecciando il conflitto tra Stati Uniti e Iran con la fragile stabilità interna irachena.
L’ambasciata statunitense in Iraq ha invitato i cittadini americani a lasciare il Paese, avvertendo che milizie filo-iraniane potrebbero colpire Baghdad entro 24-48 ore.






















