Stefano Parisi, presidente dell’associazione Setteottobre, affronta con l’Altravoce il tema della nuova legge sulla pena di morte per i terroristi palestinesi approvata in Israele
La legge sulla pena di morte approvata dalla Knesset riapre una questione che va oltre la sicurezza e investe il rapporto tra trauma, diritto e limite liberale. Ne parliamo con Stefano Parisi, presidente dell’associazione Setteottobre, nata per difendere il diritto di Israele alla sicurezza e all’esistenza dentro l’orizzonte dei valori democratici occidentali.
LEGGI Netanyahu alla nazione: «Ruggiamo da leoni». La guerra con l’Iran smentisce
Parisi, il punto oggi è capire se, nella lotta al terrorismo, Israele stia reagendo a un trauma o stia ridefinendo sé stesso attraverso il trauma?
«Israele ha un trauma che nessun altro Paese ha mai conosciuto e spero che non conosca mai: dalla sua nascita è sotto la minaccia di chi vuole distruggerlo. Non esiste un altro Stato che abbia avuto una pressione di questo tipo, e certamente nessun altro ha vissuto il 7 ottobre. Anche in queste settimane Israele subisce decine di missili sulle sue città. È un Paese in cui i giovani fanno tre anni di servizio militare e vanno a combattere e a morire per la propria libertà e per quella delle loro famiglie. Dunque è un caso particolare, e la minaccia vera di Israele non è certo il Parlamento, ma il nemico esterno».
Però la storia delle democrazie insegna che il pericolo non nasce solo dal nemico esterno, ma anche dal modo in cui uno Stato interiorizza l’emergenza e la trasforma in criterio permanente. Forse Israele corre un rischio di questo tipo: una deriva illiberale.
«Io questo rischio non lo vedo, anche se considero questa legge profondamente sbagliata. È contraria allo spirito stesso del sionismo, che coincide con il nucleo morale dell’ebraismo e, in fondo, con i principi su cui sono nate anche le democrazie occidentali: il valore della vita, della giustizia, dell’uguaglianza, della libertà. È una legge che fa male a Israele, anche perché ne aumenta l’incomprensione in Occidente. Ma Israele ha ancora i suoi check and balance. È probabile che l’Alta Corte la blocchi, perché non risponde ai principi fondamentali dello Stato».
È quello che speriamo. Perché l’impressione è che qui la posta in gioco non sia la deterrenza, ma il messaggio simbolico. Non sembra una norma pensata per rendere Israele più sicuro.
«Israele si rende sicuro eliminando i terroristi sul campo di battaglia, come ha sempre fatto. Non ha bisogno di una legge sulla pena di morte per colpire Khamenei, Sinwar o i capi di Hezbollah. È evidente che questa è una legge-manifesto, voluta da una piccola minoranza che oggi condiziona drammaticamente il governo, accentuando la divisione interna della società israeliana. La grande maggioranza dei cittadini non è d’accordo con questa legge, così come non è d’accordo con l’occupazione della Cisgiordania o di Gaza. Gli israeliani vogliono soprattutto vivere in sicurezza. Nel 2026 si voterà e vedremo che cosa emergerà».
Vengo allora alla questione più sensibile, ma anche più difficile da eludere: quando una legge è formulata in termini apparentemente neutri, ma colpisce in concreto quasi soltanto palestinesi sottoposti a tribunali militari, direi che siamo davanti a una legge etnica, discriminatoria, o a qualcosa di ancora più ambiguo e per questo più insidioso. È d’accordo?
«Va ribadito che il sionismo non ha mai messo in discussione l’uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani, siano essi arabi, drusi, beduini o di qualsiasi altra provenienza. Israele resta l’unico Paese del Medio Oriente in cui ogni religione può essere praticata liberamente. Questa legge non cancella il fatto che Israele sia uno Stato di diritto. È un brutto segnale, certamente, ma non autorizza a dire che Israele sia uno Stato di apartheid. È un errore serio del Parlamento, e dobbiamo augurarci che prima l’Alta Corte e poi il futuro Parlamento la facciano cadere».
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha criticato duramente il provvedimento, definendolo una resa ad Hamas. Ha detto: “Noi non siamo come Hamas; siamo esattamente il contrario di Hamas. Non abbiamo fondato uno Stato ebraico per adottare gli standard morali dell’islam radicale”.
«Ha ragione. Questo è il vero spirito di Israele. Ricordiamoci che i terroristi di Hamas ridevano il 7 ottobre mentre trucidavano, violentavano, mutilavano e bruciavano gli israeliani. Nella tradizione di Israele non c’è mai compiacimento per il nemico morto».
Però Lapid dice anche che questa legge fa diventare gli israeliani esattamente come gli assassini di Hamas. Allora il rischio di una trasformazione esiste o no?
«Posso fare io una domanda? Perché ci preoccupiamo tanto di questa legge e abbiamo dato così scarso peso ai quarantamila iraniani uccisi dal regime degli ayatollah? Perché chiediamo a Israele di lasciare il Libano e non chiediamo a Hezbollah di smettere di lanciare missili da anni? Ci indigniamo perché Pizzaballa non può andare al Santo Sepolcro e non perché la stessa mano che sta bombardando Gerusalemme uccide e brucia le chiese in Africa.
LEGGI Israele, pena di morte come prova di regime: la svolta della paura
Vendiamo armi al Qatar, dove c’è la pena di morte, ma non le vendiamo a Israele che si difende da terroristi finanziati dal Qatar. Abbiamo rapporti con il Giappone, dove la pena di morte esiste. Ci commuovono gli ebrei morti nella Shoah, ma poi gli ebrei che si difendono per non essere sterminati una seconda volta diventano un problema».
Forse la riposta è la preoccupazione che Israele deragli da quel modello di democrazia che lo ha sempre distinto nel Medio Oriente.
«Le posso assicurare che Israele è una democrazia molto più forte della nostra, e sono convinto che saprà salvarsi. Però neanche noi, che l’abbiamo sempre difeso, dobbiamo chiedergli troppo. Ben Gurion disse che un giorno Israele sarebbe diventato uno Stato normale, con i suoi ladri e le sue prostitute. Ecco: forse dovremmo cominciare a trattare Israele come un Paese normale, senza pretendere ogni volta che rappresenti un’eccezione morale assoluta».



















