L’ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Leonardo Tricarico analizza con l’Altravoce il caso di Sigonella e la scarsa collaborazione tra gli alleati occidentali
Il caso di Sigonella è, in queste ore, il proverbiale nodo che viene al pettine di una questione molto complicata. Tecnicamente e politicamente delicata come quella dell’utilizzo delle basi Usa in Italia. Per districarci in questa matassa, ne parliamo con il Generale Leonardo Tricarico, già Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e attualmente presidente della Fondazione Icsa.
Generale, quello di Sigonella pare un caso piuttosto eclatante. Molti evocano un parallelo con il caso del 1982. Vi leggono un segnale di crescente dissonanza tra Roma e Washington sull’impiego delle basi militari sul nostro territorio nazionale. Lei vede precedenti paragonabili? Oltre alla nota vicenda che riguardò il governo Craxi.
«Quello che mi viene in mente è il caso Abu Omar, il sequestro dell’allora Imam di Milano. Allora gli statunitensi andavano a prendere i terroristi (o supposti tali) in giro per il mondo e utilizzavano le basi che erano state concesse per altre finalità senza che dietro a questo ci fosse un’autorizzazione della magistratura. Era certamente una violazione dell’impiego classico delle basi stesse. Sono sicuro che in quel frangente qualcuno concordò l’esfiltrazione di Abu Omar con i nostri servizi segreti O almeno, lo immagino perché all’epoca non fui coinvolto direttamente, però mi viene in mente un altro caso personale».
Prego, se può condividerlo.
«Ricorderà quando il Prowler statunitense tranciò il cavo della funivia del Cermis, provocando 20 morti. Ebbene, quell’aereo – che era un velivolo Usa di passaggio sulla base di Aviano – fece un piano di volo come se fosse stato un velivolo appartenente alla Nato. Mi spiego meglio. Quando dovette compilare il piano di volo ad Aviano lo compilò in modo che risultasse un velivolo della Nato mentre invece era un velivolo che operava sotto egida statunitense e non dell’Alleanza atlantica. Una cosa non da poco perché se fosse stato un velivolo Nato l’Italia doveva accettare che a giudicare i piloti fosse la giurisdizione statunitense.
Se invece fosse stato, come era in effetti, statunitense, l’Italia poteva rifiutare la potestà degli Stati Uniti. Quindi le nostre autorità di giustizia avrebbero processato quei piloti e verosimilmente non li avrebbero assolti. Come invece è successo negli Stati Uniti, dove li hanno processati. Poi immagino ci siano stati altri casi meno noti di disattenzione delle regole di ingaggio che regolano le attività americane in Italia. Ma non ne ho contezza, mentre questo è un fatto accertato chiarissimo».
Parla delle norme che regolano come si impiegano velivoli e basi. Anche il governo invoca i trattati in vigore con gli Usa in materia di cooperazione militare per precisare il perimetro del parziale stop a Sigonella. Può spiegarci come funzionano questi accordi?
«Dunque, la fonte normativa primaria è il cosiddetto “Nato Sofa” dove Sofa sta per Status of forces agreement quindi un accordo sullo stato delle forze della Nato. Da questa fonte principale discende tutta la normativa fino ad arrivare nel dettaglio a quelli che sono degli accordi locali che disciplinano l’uso base per base. Perché ogni base ha una sua specificità e quindi ha bisogno di accordi di dettaglio, che sono oggetto di verifica quotidiana da parte del comandante italiano che è affiancato al comandante statunitense.
In particolare, queste norme prevedono che il comandante italiano abbia piena visibilità su tutte le attività statunitensi per verificare che siano coerenti con gli accordi. In questo caso ci dev’essere stato un warning, provocato per esempio dall’arrivo di velivoli con un piano di volo sospetto. Non so poi se sia stato il comandante italiano a Sigonella o qualcun altro a verificare una possibile correlazione di questi voli con le guerre in corso in Medio Oriente. Il warning è arrivato fino al ministro ed è stata presa una decisione. A me, quando ero capo dell’Aeronautica Militare, non è mai capitato un caso simile, erano altri tempi».
Lei è stato anche tra i consiglieri militari di Palazzo Chigi durante la fase dei conflitti nell’ex Jugoslavia in cui la stessa Nato intervenne utilizzando anche le basi italiane. L’Italia partecipò ad alcune di queste operazioni. Come giudica la collaborazione tra l’Italia e le forze armate Usa sulle operazioni militari americane in Medio Oriente. Sia sul piano logistico che diplomatico?
«La premessa è che c’è un piccolo sfasamento temporale. Io sono andato a Palazzo Chigi solo dopo aver comandato le forze aeree durante la guerra, quando si era formato un rapporto di conoscenza. Credo anche di stima con l’allora presidente D’Alema e con Marco Minniti, che allora operava per conto del presidente del consiglio sulla guerra. Però in effetti quella guerra l’ho vissuta con l’elmetto in testa, comandante operativo delle forze italiane e vicecomandante di un generale statunitense. Posso testimoniare direttamente come interagivano Italia e Stati Uniti in quei momenti.
Quella guerra fu solamente aerea, segnò a mio modo di vedere una sintonia perfetta senza alcuna smagliatura con gli Stati Uniti e credo che questo sia stato anche il risultato del fatto che al vertice di questa operazione militare erano affiancati uno statunitense ed un italiano. Ho rilevato come gli Stati Uniti, per il fatto di essere come sono e in tutto il mondo. O anche perché un generale non è tenuto a conoscere i “tic” italiani e questo mi ha consentito di ragguagliarlo sui i rischi che correvano con operazioni aeree sui Balcani. E correvamo noi. Correva il nostro governo. Quella operazione si poteva inceppare per un non nulla se fosse stata lasciata completamente nelle mani degli Stati Uniti.
Come?
Per esempio, ci fu un momento in cui la giustizia si occupò di questioni che forse non erano degne della sua attenzione, e allora, di fronte alla propensione statunitense di mandare a quel paese la giustizia italiana, riuscii a convincerli che non si poteva fare questo e che la giustizia italiana doveva in qualche maniera ascoltare e soddisfare le proprie aspettative, le proprie esigenze conoscitive, la necessità di poter indagare su certi fatti. Come risultato, se non ricordo male, il procuratore di Venezia lo sentì tre volte e alla fine, obtorto collo, dovettero convincersi che stavano prendendo un abbaglio.
Se il complesso militare impegnato nelle operazioni non avesse dato questa risposta collaborativa, la macchina si sarebbe sicuramente inceppata e il governo avrebbe dovuto affrontare una serie di inconvenienti. Come sappiamo, in quel momento il governo D’Alema era in condizioni abbastanza precarie, perché un governo comunista era sceso in guerra contro la Yugoslavia. La dimostrazione che con gli Stati Uniti, su queste e altre questioni, riuscimmo a costruire una sintonia davvero privilegiata
Naturalmente io ero in contatto con il governo, lui non aveva bisogno di contattare la controparte politica del suo paese. O se lo ha fatto non gli ha mai dato problemi e la cosa è andata avanti per giorni senza la minima smagliatura. Ci sono molti altri casi, ma questa è sicuramente l’esperienza più significativa di come ci si rapporta con gli Stati Uniti per raggiungere gli stessi obiettivi. Senza qualunque frizione di quelle che si potrebbero cercare oggi».
Questo distinguo sull’uso di Sigonella non può essere letto come un segno di un raffreddamento italiano ed europeo nei confronti della condotta dell’amministrazione Trump?
«Che la guerra si sia già inceppata è sotto gli occhi di tutti. La capacità di uno strumento militare moderno capace, aggiornato, ben organizzato, da sola non può risolvere un conflitto se non con l’occupazione totale di un vastissimo territorio e non è questo il caso. Gli Stati Uniti si sono un po’ messi in una nassa e si dovranno fermare prima o poi perché l’attuale condizione non consente a Trump di dire “abbiamo vinto” perché è evidente a tutti che ciò che non è vero, anche se troverà una maniera per farlo.
Resta il fatto che non solo gli iraniani non sono domi ma sono ulteriormente ringalluzziti: sono stati loro ad alzare la posta in gioco anziché accettare le condizioni imposte da chi pensava di aver vinto. Al punto che il risultato a cui adesso mirano è di fare dello stretto di Hormuz quello che l’Egitto fa con il canale di Suez. Dal punto di vista militare, la coalizione israelo-statunitense ha certamente dato un colpo decisivo alle capacità militari iraniane. Non hanno però azzerate quelle meno militari, classiche, ortodosse, che però consentono loro di tenere sotto ricatto la comunità internazionale.
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Dal punto di vista politico, Trump ci ha già detto di tutto, ci ha dato dei codardi, non so che altro ci possa dire. Certo, quella di Crosetto, per essere la reazione di un codardo, mi pare che siamo codardi ma con la schiena dritta. L’unica delusione è quella che sia stato Crosetto a dire questo. E non sia Kaya Kallas o Costa, a nome di tutti i governanti d’Europa.
Ci sarebbe stato bisogno non solo della commissaria europea ma di chi mette a punto la volontà di paesi all’unisono e quindi del Presidente del Consiglio europeo. Per dire a Trump che le basi europee non sono a sua disposizione. Se le vuole usare per finalità funzionali alla sua guerra e a quella di Israele nel Golfo. Questo è l’unico rammarico rispetto al gesto di Crosetto».
Anche perché lei menzionava la “schiena dritta”. Non dimentichiamo infatti che noi europei, noi italiani in Iraq ci siamo andati. In Afghanistan. In Jugoslavia, Non abbiamo nulla di cui rimproverarci.
«Sempre, non c’è stata un’occasione in cui non ci siamo andati, noi ci siamo stati sempre. Non solo, ma gli americani, anche quando non c’era Trump, hanno qualche volta disatteso quel concetto all-in all-out, tutti dentro insieme e tutti fuori insieme. La concertazione è mancata spesso e, da questo punto di vista, non hanno riconosciuto la nostra dignità di pari ogni volta che ci siamo uniti alle loro coalizioni. Anche se, quando ci hanno chiesto di partecipare, noi abbiamo sempre risposto. La freddezza europea di fronte alla guerra attuale può anche essere letta alla luce di questa mancanza di riconoscimento. Perché essere alleati vuol dire prima di tutto mostrare la solidarietà propria degli alleati».



















