31 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

31 Mar, 2026

Israele, pena di morte come prova di regime: la svolta della paura

L’approvazione della pena di morte in Israele apre seri interrogativi sulla strada imboccata dallo Stato ebraico e lo pone su una china pericolosa


Per capire davvero che cosa sta accadendo in Israele con la legge approvata dalla Knesset che rende la pena di morte per impiccagione la sanzione ordinaria nei tribunali militari per palestinesi della Cisgiordania condannati per attentati mortali – bisognerebbe forse partire, più che dal codice penale, da quel concetto di «liberalismo della paura» coniato da Judith N. Shklar, la filosofa ebrea americana, di origine lettone, che ha messo la crudeltà del potere al centro della sua riflessione politica.

È un’idea che prende le mosse non dal bene comune da perseguire, ma dal «summum malum», il male estremo che una società decente deve anzitutto impedire: la crudeltà e la paura che essa diffonde. È per questo che, in Shklar – studiosa che dovremmo leggere molto di più, soprattutto oggi – il liberalismo coincide prima di tutto con l’autolimitazione del potere e con il rifiuto di farne una «macchina pedagogica» o etica. Se si assume questa prospettiva, la pena di morte diventa un test di regime, poiché rappresenta il momento in cui il potere non teme più di somigliare, almeno in una parte di sé, alla brutalità che dice di combattere.

Il significato sinistro della legge


Ecco perché la legge promossa da Ben-Gvir e avallata da Netanyahu ha un significato che supera di molto la sua efficacia pratica. Certo, riguarda solo casi di terrorismo mortale e arriva dentro una società segnata dal trauma del 7 ottobre e da una lunga storia di attentati contro i civili. Ma una democrazia liberale si distingue per il fatto che non consente al male che la minaccia di riscrivere i limiti della propria legalità. Quando invece il trauma diventa il principio che autorizza lo Stato a riaprire la soglia della morte legale, allora non siamo più soltanto davanti a una legge d’emergenza: siamo davanti a un cambio di paradigma politico.

Israele, del resto, ha conosciuto nella sua storia una sola esecuzione giudiziaria: quella di Adolf Eichmann, impiccato tra il 31 maggio e il 1° giugno 1962 dopo il processo di Gerusalemme. Quel precedente apparteneva a un crimine assoluto, al tentativo di fare giustizia del principale organizzatore della deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. Proprio per questo il paragone rende ancora più sinistra la svolta di oggi: una cosa è la condanna dell’architetto della Shoah, altra cosa è trasformare la pena capitale in un dispositivo giuridico-politico ordinario, per di più selettivamente rivolto contro una popolazione sottoposta a giurisdizione militare.

L’eccezione che diventa regola

Nel caso della norma approvata dalla Knesset, il punto più grave, infatti, è proprio questo: pur con formulazioni apparentemente generali, la sua applicazione effettiva riguarda soprattutto i palestinesi della Cisgiordania giudicati dai tribunali militari, ed è il motivo per cui giuristi e gruppi per i diritti ne contestano la natura discriminatoria e la dubbia costituzionalità. La pena di morte è già di per sé una regressione tremenda; quando poi viene disegnata dentro un regime giuridico separato e finisce per colpire una sola comunità nazionale, il confine con una pena capitale de facto etnica diventa sottilissimo.

E in quel punto il razzismo tende a farsi struttura della legge. La democrazia illiberale comincia, in effetti, sempre da una promessa di protezione che chiede in cambio la sospensione del limite. Prima si dice che il caso è eccezionale, poi si costruisce un diritto speciale per il nemico, quindi si abitua l’opinione pubblica all’idea che la diseguaglianza giuridica sia il prezzo della sicurezza. Infine si scopre che il diritto eccezionale non è più eccezione, ma forma mentale del governo.

Il regime senza limiti


La pena di morte, da questo punto di vista, dimostra che il potere si considera autorizzato a decidere quali vite possano essere legalmente annientate per riaffermare la propria autorità. Se Netanyahu, del resto, è andato personalmente alla Knesset per votare il provvedimento (cercando al massimo di temperarne alcuni aspetti, senza però sottrarsi al sostegno politico del testo), non è solo perché è ostaggio della sua coalizione, ma anche perché da anni lavora a un’erosione sistematica della cultura liberale israeliana.

La riforma giudiziaria del 2023-2024 aveva già mostrato questa tendenza: ridurre il controllo della Corte, depotenziare i contrappesi, trattare il limite come un ostacolo alla volontà della maggioranza. Il fatto che il 1° gennaio 2024 la Corte suprema abbia annullato il cuore della riforma sulla «reasonableness» (che mirava a impedirle di bloccare decisioni governative ritenute irragionevoli), affermando perfino il potere di sindacare in casi estremi una Basic Law, dimostra che il conflitto non riguarda un singolo provvedimento, ma la natura stessa dello Stato israeliano.

Una china pericolosa

La legge sulla pena di morte si iscrive in quella stessa traiettoria; si direbbe, anzi, che la prosegua. Per questo sarebbe un errore leggerla soltanto come un eccesso del populismo penale. È qualcosa di più serio. È il punto in cui una maggioranza elettorale comincia a educare una democrazia a non avere più paura della crudeltà del proprio potere. Ma è esattamente l’avere questa paura, per Shklar, il nucleo morale del liberalismo. Una società resta liberale finché diffida della crudeltà anche quando è tentata di esercitarla in nome della legge, anche contro colpevoli reali o dentro una narrativa della sicurezza. Quando questa diffidenza si spegne, la democrazia resta in piedi formalmente, però si svuota nella sostanza. Israele non è ancora riducibile a questa deriva.

O almeno è necessario sperare che non lo sia. Proprio il fatto che la legge sia già stata impugnata davanti alla Corte suprema mostra che la partita non è chiusa. La norma può essere ancora fermata o ridimensionata sul piano giudiziario. Ma è precisamente per questo che oggi il silenzio sarebbe una complicità. Le parti sane della società israeliana dovrebbero ribellarsi adesso, prima che sia troppo tardi. Perché questo patibolo non riguarda soltanto i palestinesi. Riguarda anche Israele. Riguarda l’idea che Israele sceglierà di avere di sé: una democrazia sotto assedio che continua a opporsi alla crudeltà del proprio potere, oppure una democrazia illiberale che ha cominciato a considerarla una prova di forza.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA