Gli Houthi tornano a colpire con attacchi limitati contro Israele, ma la vera minaccia è strategica: la possibile chiusura del Mar Rosso e un’escalation con effetti globali
Qualche missile e pochi droni a lunga gittata. Questo è il bilancio dei colpi lanciati dallo Yemen negli ultimi giorni contro Israele. Un bilancio esiguo, trascurabile, che risulta molto inferiore ai pesanti, seppur quasi sempre inefficaci, attacchi lanciati negli scorsi anni da Sana’a contro lo Stato d’Israele. Per il momento gli yemeniti di Ansar Allah, meglio noti come Houthi, stanno solo, apparentemente, mettendo alla prova la risposta israelo-americana ad un loro possibile coinvolgimento nel conflitto. Tirando la corda.
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Lanciando solo pochi attacchi, una manciata di colpi, dopo settimane di inspiegabile assenza da una guerra vissuta come esistenziale dal principale sponsor e sostenitore del gruppo, la Repubblica Islamica d’Iran. L’organizzazione che è stata a lungo l’artefice del pesantissimo blocco navale del Mar Rosso – un’anticipazione, quasi profetica, di ciò che sta avvenendo in queste settimane a Hormuz – è stata infatti assente dal teatro operativo per un mese. Nessun attacco, nessuna dichiarazione incendiaria dei leader del gruppo/Stato sciita.
Un’assenza che sorprende gli osservatori
Nessuna promessa di vendetta e solo qualche manifestazione in supporto degli iraniani bersagliati dalla gragnola di colpi dell’aviazione americana e di quella israeliana. Un comportamento insolito, inaspettato e che ha lasciato molti osservatori internazionali ed esperti di politica mediorientale esterrefatti. Dal Libano all’Iraq, del resto, tutta l’Asse della Resistenza – la grande alleanza di milizie sciite che fa capo a Teheran – ha risposto agli attacchi contro l’Iran scendendo in campo direttamente.
In Libano, Hezbollah si è preparato ad una guerra arrivata puntuale a bussare alle porte del sud del Paese dei Cedri; in Iraq, il caleidoscopio di milizie filo-iraniane inquadrate nelle Hashd al-Shaabi, le Forze di Mobilitazione Popolare, ha risposto colpendo con la solita disorganizzazione interessi americani in tutto il Paese, in particolare le varie basi a stelle e strisce sparse un po’ ovunque. Ma dallo Yemen, per un mese, non è arrivato un colpo. Fino a sabato.
Eppure gli Houthi, vista la loro capacità di blocco del Mar Rosso, avrebbero potuto dare una mano non indifferente allo sforzo bellico iraniano. Il doppio trauma commerciale dato dal blocco simultaneo di Hormuz e di Bab el Mandeb avrebbe infatti un impatto devastante sull’economia globale, mettendo in ginocchio i trasporti marittimi di metà delle potenze del mondo.

Le ragioni della prudenza
I motivi dietro questa iniziale prudenza, e dietro il mancato blocco del Mar Rosso – ancora aperto nonostante gli attacchi – sono probabilmente due. Il primo, e più importante, è legato all’enorme costo sostenuto da Ansar Allah negli ultimi anni di guerra, durante la quale il gruppo ha lanciato moltissimi attacchi tanto con missili quanto con droni. Perdendone altrettanti durante i contrattacchi organizzati dagli americani, che pur non provocando enormi danni hanno comunque ridotto i depositi dell’organizzazione.
Alla luce di questi consumi, e dell’impossibilità di rifornirsi dall’Iran con la stessa facilità di un tempo, gli Houthi hanno avuto sostanzialmente le mani legate, non potendo scendere in campo con la stessa intensità di qualche anno fa per mere questioni di scarsità di munizioni.
La seconda ragione è invece legata ai già menzionati attacchi americani, lanciati per settimane per tentare di riaprire forzatamente il Mar Rosso. L’impresa, sostanzialmente, fallì ma riuscì comunque a provocare danni significativi ad Ansar Allah. Danni che, per la debole economia del nord dello Yemen, sono comunque difficili da riparare.
Il rischio di un’escalation
Entrambi questi elementi hanno un peso importante quando si medita l’ingresso in un conflitto, specialmente uno tanto devastante quanto quello attuale. Consumare ulteriormente gli arsenali e rischiare di perdere ancor più mezzi a causa degli attacchi avversari poteva infatti mettere in serio pericolo gli Houthi, comunque sempre attenti a possibili nuove offensive da parte dei propri rivali interni a sud.
Per questi motivi anche i lanci dei giorni scorsi risultano, almeno per il momento, più un gesto simbolico. Gli Houthi, in questa fase, vogliono dimostrare a israeliani e americani di essere ancora potenzialmente in ballo. Come ha detto del resto poco prima del primo lancio missilistico il portavoce militare degli Ansar Allah, il generale Yahya Saree, le mani del gruppo «sono sul grilletto per un intervento militare diretto».
La convenienza strategica per Teheran
Ma sul grilletto, senza premerlo, rimarranno a meno di enormi mutamenti operativi nei prossimi giorni. Anche per l’Iran, in fin dei conti, la posizione degli Houthi risulta molto vantaggiosa. Senza rischiare un escalation incontrollabile, e dunque senza rischiare di consumare munizioni eccessive, Ansar Allah riesce infatti a rimanere comunque una “spada di Damocle” puntata su Bab el Mandeb.
Una potenziale minaccia da considerare nei piani operativi contro l’Iran. Ma una minaccia che, fino a che non aumenterò gli attacchi o dichiarerà la chiusura del Mar Rosso, non vale la pena affrontare frontalmente. Per gli yemeniti, dunque, la soluzione più ottimale, stando anche alle parole dei leader del gruppo, è «condurre questa battaglia per fasi».
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«La chiusura dello stretto di Bab al-Mandeb è una delle nostre opzioni», ha dichiarato in tal senso il viceministro dell’Informazione Mohammed Mansour. Ma è, almeno per il momento, un’opzione che risulta più pagante come ipotesi futura che come realtà da attuare nel breve termine. Per ora, dunque, gli Houthi restano in attesa. Ma in un conflitto sempre più regionale, anche l’attesa può diventare una forma di pressione strategica.






















