Nel pieno della crisi internazionale, l’ambasciatore iraniano in Italia Mohammad Reza Sabouri ribadisce le condizioni di Teheran. Apre al dialogo con Roma ma fissa una linea chiara: “Nessuna ostilità se l’Italia resta fuori dal conflitto“
Nel contesto di un ordine internazionale di crisi e di tensioni crescenti, l’Iran ribadisce le proprie condizioni per la pace e sottolinea il ruolo della deterrenza, mentre viene posta la domanda centrale: la diplomazia ha ormai ceduto il passo al campo di battaglia? Lo abbiamo chiesto – per “l’Antidiplomatico” – a Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano Italia (nella foto).
Questa intervista verte esclusivamente sul conflitto in corso.

Ambasciatore Sabouri come giudica la dichiarazione di Trump riguardo alle negoziazioni con Teheran per una risoluzione della guerra? Il governo iraniano ha detto che non ci sono state.
«Come ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, negli ultimi giorni sono pervenuti messaggi tramite alcuni Paesi amici riguardo alla richiesta degli Stati Uniti di avviare negoziati per porre fine alla guerra. A tali messaggi è stata data una risposta appropriata e in linea con le nostre posizioni di principio. In queste risposte sono stati lanciati gli avvertimenti necessari circa le gravi conseguenze di qualsiasi attacco alle infrastrutture vitali dell’Iran, sottolineando che ogni azione contro le infrastrutture energetiche iraniane sarà affrontata con una reazione decisa, immediata ed efficace da parte delle nostre forze armate».
Abbiamo sentito molte versioni riguardo alle ragioni dell’attacco all’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti. Ambasciatore, qual è il vero motivo per Teheran?
«Dal punto di vista della Repubblica Islamica dell’Iran, le radici principali dell’ostilità degli Stati Uniti e del regime sionista, in generale, e dell’aggressione recente, in particolare, risiedono nella resistenza dell’Iran contro l’egemonia nella regione e nell’insistenza sul mantenimento dell’indipendenza nella politica estera. L’opposizione dell’Iran all’approccio espansionista e guerrafondaio del regime sionista ha inoltre spinto le lobby a sostegno di tale regime negli Stati Uniti a orientare il governo americano verso il confronto nonostante l’opposizione dell’opinione pubblica. Inoltre, alcune considerazioni e pressioni politiche interne, tra cui gli scandali legati al caso Epstein negli Stati Uniti, potrebbero aver influenzato la tempistica di questa crisi e i tentativi di deviare l’opinione pubblica».
Pensate che l’obiettivo vero di Israele nel lanciare un attacco armato all’Iran fosse invadere il sud del Libano ed annetterselo e inserire più coloni in Cisgiordania? In altre parole, la guerra contro Teheran serve a distogliere l’opinione pubblica mondiale dal vero motivo?
«La natura del regime sionista si fonda sulla guerra e sull’occupazione. Negli ultimi decenni si è assistito alla continuazione e all’espansione dell’occupazione nei territori palestinesi e in parti di altri paesi della regione. È naturale che la resistenza contro questa occupazione susciti reazioni e ira da parte di tale regime. Anche la Repubblica Islamica dell’Iran ha sostenuto costi nel supporto ai popoli della regione. Tuttavia, sembra che il regime sionista consideri l’Iran come il suo principale nemico e ritenga che indebolendolo possa spianare la strada al raggiungimento dei propri obiettivi espansionistici nella regione. Il mondo non si aspettava questa guerra mentre i negoziati erano ancora in corso, né si aspettava una risposta decisiva e programmata dell’Iran».
Voi invece eravate preparati a questo conflitto. Avevate giudicato i negoziati che erano in corso fittizi? La guerra dei 12 giorni come non conclusa, eppure avete accettato il cessate il fuoco.
«Come già accennato, gli Stati Uniti e il regime sionista hanno attaccato l’Iran nel mezzo di due negoziati, mentre, secondo le dichiarazioni di funzionari omaniti, un accordo era pienamente raggiungibile grazie alla buona fede dell’Iran. Questa azione costituisce di fatto un tradimento del percorso diplomatico. Tuttavia, la Repubblica Islamica dell’Iran, pur impegnata seriamente nei negoziati e nel tentativo di evitare la guerra, aveva mantenuto una piena preparazione difensiva sulla base dell’esperienza della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno. L’Iran non ha iniziato la guerra, ma conoscendo il comportamento della controparte, si è preparato a difendersi contro qualsiasi aggressione e ha dimostrato la sua prontezza. L’accettazione del cessate il fuoco rientra nel quadro di una strategia di riduzione delle tensioni, pur non implicando una piena fiducia nella stabilità della pace».
Possiamo dire che prima dell’inizio del conflitto credevate ancora nella diplomazia e nella comunità internazionale ed oggi vi siete convinti che questo strumento e questa realtà non funzionano più?
«Nonostante le numerose esperienze di inadempienza da parte degli Stati Uniti e il ruolo distruttivo del regime sionista nell’indebolire soluzioni pacifiche, la Repubblica Islamica dell’Iran continua a considerare la diplomazia come l’unico e il migliore mezzo per risolvere le controversie. Pur sottolineando i propri diritti intrinseci e la propria indipendenza nella politica estera, l’Iran ha sempre dimostrato buona fede nel percorso diplomatico, mantenendo allo stesso tempo piena prontezza per difendersi da qualsiasi aggressione».
La vostra strategia è attaccare le basi americane ubicate nel Golfo. Lo fate per cacciare gli americani dal Medio Oriente? Ma state anche attaccando le raffinerie, i pozzi, gli impianti petroliferi ed obiettivi civili come alberghi ed aeroporti.
«L’Iran aveva già avvertito riguardo a qualsiasi aggressione e alla partecipazione ad essa. In base all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, l’Iran gode del diritto intrinseco alla legittima difesa. Poiché gli Stati Uniti hanno agito contro l’Iran attraverso le loro basi nei paesi del sud del Golfo Persico, tali basi, forze e beni sono considerati obiettivi legittimi. Allo stesso tempo, l’Iran sottolinea il mantenimento di relazioni positive con i paesi della regione e ha limitato le proprie azioni ai beni militari statunitensi. Inoltre, per quanto riguarda altre infrastrutture, l’Iran ha avvertito che qualsiasi attacco alle sue infrastrutture vitali sarà affrontato con una risposta reciproca e proporzionata».
Qual è la vostra posizione nei confronti degli accordi di Abramo, considerate un tradimento l’accettazione di tali accordi da parte delle nazioni del golfo? L’asse della resistenza è la risposta agli accordi di Abramo, cosa succede adesso dopo la distruzione di Gaza e l’attacco contro di voi a questo asse?
«L’asse della resistenza non è un fenomeno nuovo, ma affonda le sue radici nella resistenza storica dei popoli della regione contro l’occupazione. I popoli della regione, come l’Iran, hanno dimostrato la loro determinazione a contrastare aggressioni e occupazioni, e tali accordi non influenzeranno questa volontà. Allo stesso tempo, pur esistendo un allineamento tra Iran e gruppi di resistenza, questi gruppi sono indipendenti e non agiscono sotto il diretto comando dell’Iran».
Si parla di spartizione dell’Iran, una nazione che esiste da millenni con una cultura altrettanto antica, a differenza delle monarchie del golfo, molte create con il righello dopo la Seconda guerra mondiale. Quanto lo spauracchio della spartizione ha giocato nel generare un’ondata di nazionalismo in Iran?
«L’Iran è un paese con una storia antica e una civiltà radicata che, nel corso di migliaia di anni, ha mantenuto la propria esistenza nonostante numerose invasioni. Questa resilienza deriva dalla profondità culturale e storica del paese. L’Iran non è un’entità artificiale che può essere eliminata. Gli sviluppi recenti e la nuova aggressione da parte degli Stati Uniti e del regime sionista hanno rafforzato la coesione e l’unità nazionale, aumentando la volontà collettiva del popolo iraniano di difendere il proprio paese».


Questa guerra è molto poco popolare in Europa, il presidente Trump ha chiesto agli europei di partecipare aiutandolo a riaprire lo stretto di Hormuz. E questo ha acuito la tensione tra i leader europei e l’amministrazione americana. Lei pensa che questa sia un’occasione per un riavvicinamento tra Teheran ed il Vecchio continente?
«L’illegittimità di questa aggressione è evidente per l’opinione pubblica globale. Alcuni funzionari europei, tra cui il Primo Ministro italiano, hanno definito la guerra al di fuori del quadro del diritto internazionale. L’Iran accoglie con favore l’approccio razionale dei paesi europei nel non entrare in guerra e auspica che adottino politiche più realistiche. E che correggano alcune posizioni dannose adottate negli ultimi anni nei confronti dell’Iran, rafforzando così interazioni costruttive».
Questa guerra sta mettendo a dura prova l’esistenza e la ragion d’essere della Nato. Pensiamo all’incidente in Turchia, ed arriva quattro anni dopo l’inizio delle ostilità in Ucraina.
«La Repubblica Islamica dell’Iran si è sempre opposta all’intervento della NATO negli affari di altri paesi. La mancata adesione di alcuni membri europei della NATO all’aggressione illegittima di Stati Uniti e Israele è per noi significativa. Allo stesso tempo, l’Iran ha messo in guardia contro qualsiasi forma di cooperazione in tal senso. Tuttavia, esistono segnali di cooperazione logistica e informativa da parte di alcuni paesi, e abbiamo avvertito riguardo a qualsiasi collaborazione con l’aggressore».
L’Italia si trova in una posizione unica. Al centro del Mediterraneo, storicamente in dialogo con Medio Oriente e Israele, è anche membro della Nato ed ospita diverse basi militari con testate e soldati americani. Secondo lei può’ giocare un ruolo di mediazione credibile, oppure è inevitabilmente schierata?
«L’Iran accoglie qualsiasi ruolo costruttivo basato sul diritto internazionale. Il raggiungimento di tale obiettivo richiede un impegno concreto verso principi come la condanna dell’aggressione. Come recentemente affermato dal Ministro degli Esteri iraniano, la Repubblica Islamica dell’Iran sostiene e accoglie qualsiasi idea o iniziativa che porti alla fine della guerra. E all’instaurazione di una pace duratura, tale da evitare il ripetersi di aggressioni in futuro».
La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha detto che l’Italia non è in guerra, ma non ha mai pronunciato una condanna netta della guerra stessa. Considerate l’Italia un interlocutore o un paese ostile?
«Accogliamo con favore le recenti posizioni della signora Meloni riguardo al mancato coinvolgimento dell’Italia nella guerra e alla condanna dell’attacco a una scuola femminile a Minab, che ha causato la morte di 176 studentesse. Queste affermazioni sono importanti per noi. Ma va sottolineato che questo crimine non è nato dal nulla: i responsabili devono essere condannati e assumersene la responsabilità. Secondo la Carta delle Nazioni Unite, gli Stati membri sono obbligati a condannare le aggressioni. Finché l’Italia non parteciperà ad azioni ostili, non sarà considerata un paese nemico. E non ci opponiamo al suo ruolo o a quello di altri paesi, purché siano rispettate le condizioni dell’Iran»
Si dice che il regime iraniano non cederà questa volta e che combatterà fino alla fine. Esistono condizioni per un cessate il fuoco e per una pace duratura oppure ci troviamo di fronte ad una situazione senza possibilità di compromesso?
«L’Iran non ha mai cercato la guerra né l’ha mai iniziata. In questo quadro, nonostante l’aggressione violenta di Israele nella guerra dei 12 giorni, l’Iran ha accettato un cessate il fuoco senza precondizioni. Tuttavia, oggi vediamo che tale accettazione in buona fede non ha impedito una nuova aggressione. In queste condizioni, siamo determinati a difendere il nostro paese. Il Presidente iraniano Pezeshkian ha chiaramente indicato tre condizioni principali per porre fine alla guerra: il riconoscimento dei diritti legittimi dell’Iran; il risarcimento per i danni umani e materiali subiti; l’offerta di solide garanzie internazionali volte a prevenire future aggressioni. L’obiettivo dell’Iran è raggiungere una pace giusta e duratura che garantisca sicurezza e stabilità nella regione».


















