25 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Mar, 2026

Tra missili e droni: quanto è profondo l’arsenale dell’Iran

Oltre 6.000 lanci tra missili e droni dall’inizio del conflitto: l’Iran mostra la profondità del proprio arsenale e punta su una guerra di logoramento. Ma il tempo potrebbe diventare il vero fattore decisivo


Circa 6.000. È questo il numero, ancora provvisorio, di lanci complessivi tra missili e droni effettuati dall’Iran contro Paesi del Golfo Persico, basi americane e territorio israeliano dall’inizio del conflitto. La stragrande maggioranza di questi lanci, quasi 5.000, sono stati effettuati contro i vicini arabi sull’altra sponda del Golfo. Quasi un migliaio, in gran parte missili balistici, sono stati indirizzati contro Israele. Numeri che suggeriscono la profondità dell’arsenale costruito dalla Repubblica Islamica nei lunghi anni di preparazione che hanno portato a questo conflitto.

Prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, il complesso arsenale missilistico e di droni iraniano era stimato nell’ordine di diverse migliaia di unità. Con alcune analisi che parlavano di non meno di 3000 missili balistici e di decine di migliaia di droni, in particolare Shahed-136, il più avanzato tra quelli disponibili a Teheran. Alla fine della guerra dei dodici giorni – che vide l’impiego di almeno 500 missili – le stime israeliane parlavano di circa 1.500/2.500 missili sopravvissuti negli arsenali iraniani. A cui si aggiungevano i circa 200 lanciatori e le poche migliaia di droni scampati alle bombe israelo-americane.

Stime e realtà sul campo

Stime rivelatesi forse troppo ottimistiche, visti i volumi di attacco registrati nelle ultime settimane. L’Iran, del resto, è stato in grado di lanciare stabilmente almeno un centinaio tra missili e droni ogni giorno, con picchi di 500/600 lanci al giorno nelle prime fasi del conflitto. Moltissimi di questi attacchi sono stati condotti per mezzo di droni. Questo potrebbe essere un segnale del fatto che gli arsenali di missili balistici siano stati effettivamente degradati dagli attacchi precedenti. Una dinamica che può però essere spiegata anche con la vicinanza dei bersagli e con la volontà di preservare le sue armi più letali. In attesa forse del degradamento delle capacità difensive degli avversari.

In ogni caso, i numeri di attacchi lasciano intendere quanto fosse ben preparata la complessa rete di basi sotterranee – famose “città missilistiche” – e quanto estesa fosse la struttura di stoccaggio delle forze armate iraniane. Forze che sono riuscite a preservare una capacità di risposta diretta contro i propri avversari nonostante continui e pesantissimi attacchi alle proprie basi e alle proprie strutture di comando e controllo.

La strategia di Stati Uniti e Israele

A livello strategico, infatti, israeliani e americani hanno scelto non a caso di colpire nei primi giorni di guerra quanti più lanciatori possibili. Così da impedire il rapido impiego delle più letali armi a disposizione degli iraniani. E anche se i lanci non si sono mai realmente interrotti, e i depositi di missili si sono rivelati più “profondi” del previsto, questi colpi mirati hanno fatto sì che Teheran non riuscisse a impiegare in massa i propri missili balistici.

I droni, più facili da lanciare e meno complessi da impiegare, sono del resto molto meno costosi da abbattere rispetto ai balistici. Motivo per cui, fin dai primi giorni di guerra, l’obiettivo primario sul piano militare per Tel Aviv e Washington è stato quello di limitare l’impatto di questi ultimi, puntando ad assorbire i colpi dei primi.

Ma questa strategia, sul lungo andare, potrebbe rivelarsi fallimentare qualora il numero di lanciatori balistici iraniani si rivelasse molto più ampio del previsto. O qualora gli iraniani si rivelassero in grado di rimpiazzare le perdite in fretta, tornando a impiegare in massa anche i missili assieme ai droni, che, per il momento, riescono anche da soli a tenere ‘in partita’ il Paese.

Guerra d’attrito e produzione bellica

Le città missilistiche, infatti, potrebbero essere, o esser già state, riconvertite per favorire la produzione di massa di nuovi armamenti così da poter sostenere una lunga e molto costosa guerra d’attrito. Un tipo di conflitto che, sul piano strategico, risulta al momento più vantaggioso per Teheran.

In questo quadro, il fattore decisivo rischia di essere il tempo. Più il conflitto si prolunga, più aumenta la probabilità che l’Iran riesca a rigenerare almeno in parte le proprie capacità. Riequilibrando il rapporto tra droni e missili e mettendo sotto pressione un sistema difensivo che, per quanto avanzato, resta costoso e non infinito.

LEGGI Iran, missili su Tel Aviv. Escalation nel Golfo, i Paesi arabi si muovono

È su questo terreno, più ancora che su quello dei singoli attacchi, che si misurerà la tenuta della strategia occidentale. Nella capacità di reggere una guerra di logoramento senza offrire a Teheran l’occasione per un salto di intensità improvviso. Un equilibrio fragile, destinato a durare finché una delle due parti non riuscirà a spezzarlo.

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