A Feuromed 2026 l’ex segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo analizza le mosse di Trump, la guerra in Iran e i rischi per Europa derivanti dal blocco di Hormuz
Nel corso di Feuromed 2026 in corso a Napoli, l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente di Mundys, in passato segretario generale del ministero degli esteri e direttore dell’Ispi e di Fincantieri, fa il punto della situazione sulla guerra in Iran rispondendo alle domande di Alessandro Barbano, direttore de l’Altravoce.
«Un po’ imbaldanzito dal successo in Venezuela, un po’ trascinato da Netanyahu, un po’ tentato dalla prospettiva di privare la Cina di un paese amico e fornitore di greggio: ecco perché si è mosso Trump. Ma le sue previsioni non sono state rispettate». «Trump – spiega – non aveva messo nel conto la risposta asimmetrica di Teheran e la capacità del regime teocratico di seminare panico e danni nei paesi alleati degli Usa nella regione». «E la costosa macchina dei missili americani si è rivelata inefficace rispetto ai droni iraniani di media potenza, breve raggio e costi ridotti». Adesso, prosegue l’ambasciatore, i due paesi sono costretti all’escalation reciproca.
«Il presidente americano è spinto da Israele e dai Paesi del Golfo e deve far fronte alla principale minaccia asimmetrica che è la chiusura dello stretto di Hormuz. Ma gli Ayatollah non possono consentire il regime change né la sovversione dell’ordine costituito. La logica del regime è: «Muoia Sansone contatti i filistei»».
Un’escalation senza via d’uscita
In realtà, Trump avrebbe già volentieri dichiarato vittoria per liberarsi, ma, secondo Massolo non può farlo a causa di tre impedimenti: «il regime è rimasto in piedi, il blocco di Hormuz mette in crisi le rotte dell’economia mondiale, Israele vuole andare fino in fondo».
Tuttavia, l’invasione massiccia di terra resta impossibile «perché la base Maga non l’accetterebbe e perché l’operazione di terra resta pericolosa». In alternativa, restano tre operazioni possibili: «l’invasione dell’isola di Kharg, da dove passa la gran parte del petrolio iraniano, l’occupazione della costa più a sud dell’imbocco di Hormuz e le operazioni di commando per sequestrare l’uranio arricchito».
Rispetto al rischio di una espansione letale del conflitto ad altri protagonisti più rilevanti, Massolo è scettico: «Solo Usa, Cina e Russia potrebbero scatenare un conflitto globale, ma tra di loro non affondano i colpi».
Proteste interne e fragilità del regime
Nel frattempo, chiede Barbano, il massacro di più di 30mila civili ha scoraggiato le proteste della popolazione? «È stato un disincentivo molto rilevante. In più, all’opposizione manca l’organizzazione. Intanto, si allarga lo iato tra il regime conservatore e affarista e la popolazione filo occidentale che vuole la modernità. In più, le sanzioni contro Teheran rendono difficile la condizione economica interna: molte proteste hanno al centro una domanda di benessere che il regime non riesce a garantire. Ma non sembra che l’obiettivo dell’attacco sia migliorare le condizioni della popolazione».
Europa tra pressioni e strategia
E sulla reazione dell’Europa che ha negato l’aiuto richiesto da Trump, Massolo chiarisce: «Bisogna vedere quanto l’Europa sopporterà i costi della guerra e le pressioni del suo alleato. In realtà l’Europa dovrebbe cominciare a ragionare con Trump così: noi ti diamo una mano a Hormuz, magari sulla base di una risoluzione dell’Onu, e tu in compenso la smetti di cincischiare con Putin. Questo ci potrebbe stare».
Ma proprio sul punto arriva la domanda di Barbano: è possibile una operazione siffatta sotto l’egida dell’Onu? «In questo periodo – spiega Massolo – all’Onu si ricorre quando serve. Per far passare la risoluzione ci vuole l’acquiescenza di Russia e Cina: è già successo in passato». Il problema è se in un mondo diviso tra zone di influenza tra Cina e Usa, l’Europa può evitare di restare schiacciata. «Il mondo non è bipolare: non è come la guerra fredda tra Usa e Urss», avverte Massolo. Piuttosto, «è il mondo del my country first: tanti paesi non scelgono e si allineano secondo convenienza con l’uno o con l’altro».
La sfida europea tra difesa ed energia
«Anche l’Europa rientra in questo fenomeno. Per tanti anni ci siamo cullati nel dividendo della pace. D’accordo con la prassi di Angela Merkel, abbiamo accettato la protezione armata degli Stati Uniti, l’energia a basso costo della Russia e le opportunità di mercato offerte dalla Cina. Tutto ciò è venuto meno e l’Europa deve fare di necessità virtù. Avremo ancora bisogno degli Usa per la sicurezza, ma dobbiamo crescere nella difesa, nell’energia e nella tecnologia. In tal senso, la formula dei volenterosi è destinata a moltiplicarsi: l’Italia non può non esserci».
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Ultimo tema: il Mediterraneo. «Dal Mediterraneo arrivano oggi tre minacce: flussi migratori indiscriminati, il ritorno del jihadismo, la crisi degli approvvigionamenti energetici. L’Europa deve impegnarsi a sterilizzare questi rischi proprio mentre il Sudest destabilizzato è a un passo. Il Piano Mattei va nella direzione giusta: si basa sulla convinzione che il Mediterraneo è una risorsa di giovani, di manodopera e di materie prime oltre che un fattore di stabilizzazione».






















