Con la chiusura dello Stretto di Hormuz i produttori regionali cercano nuove rotte, dagli oleodotti sauditi nel Mar Rosso a i collegamenti con la Turchia attraverso il Kurdistan iracheno
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha messo in subbuglio i rifornimenti globali di energia. Per giorni, tutti i maggiori attori regionali hanno tentato di trovare una soluzione pratica alla chiusura del collo di bottiglia del Golfo Persico, provando ad aprire nuove possibili linee di esportazione per petrolio e gas. Una di queste, quella che dal Kurdistan iracheno porta il petrolio fino all’hub petrolifero turco di Ceyhan, è stata apparentemente riaperta, facendo tirare un sospiro di sollievo a molti.
La riapertura della rotta curda
Dopo giorni di consultazioni tra Baghdad, la Turchia e le autorità del Kurdistan, le parti hanno finalmente concordato nel permettere il pompaggio del greggio di Kirkuk attraverso la rete di oleodotto curdi. La capacità iniziale è stimata in almeno 250.000 barili al giorno. Una quota modesta ma che lancia comunque un segnale. I principali attori regionali si stanno preparando a soluzioni alternative ad Hormuz in caso di prolungamento indefinito del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Questa nuova linea di transito del greggio, comunque, non è l’unica alternativa locale ad Hormuz. In Arabia Saudita, fin dallo scoppio della guerra la East-West pipeline, l’oleodotto che taglia in due il Paese partendo dal Golfo Persico e andando a finire nel Mar Rosso, ha visto infatti un aumento significativo di volumi di transito. A inizio marzo, in concomitanza con la chiusura dello Stretto, la East-West pipeline ha visto aumentare i suoi volumi esponenzialmente. Passando dai circa 1,7 milioni di barili al giorno del periodo prebellico ai circa 6-7 milioni attuali. Un aumento enorme, dovuto evidentemente alla necessità di Riyadh di continuare ad esportare stabilmente il greggio nonostante la guerra.
Volumi insufficienti
Questi accorgimenti, però, rischiano di non essere sufficienti a frenare l’emergere della nuova crisi petrolifera globale. Cambiare rotta di transito ed esportazione, infatti, non garantisce volumi uguali a quelli lavorati in precedenza. In Iraq, prima della guerra, l’export di petrolio ammontava infatti a circa 4 milioni di barili al giorno. In quest’ottica, i 250.000 barili passanti per la nuova rotta Kirkuk-Ceyhan non sono che una magra consolazione per un Paese che ha visto i suoi volumi di esportazione più che dimezzati. Stesso discorso vale per l’oleodotto saudita, che anche lavorando 7 milioni di barili al giorno non riesce a compensare le perdite complessive dovute tanto al blocco di Hormuz quanto alle difficoltà d’imbarco di tutto questo petrolio nei terminal sul Mar Rosso, sprovvisti dei mezzi per gestire questo aumento vertiginoso.
Un altro problema di questo riallineamento delle rotte è poi quello legato al rischio che anche questi terminal vengano colpiti. Tanto le strutture curde quanto quelle saudite nell’ovest sono infatti a portata di tiro di milizie alleate di Teheran – vari gruppi in Iraq e gli Houthi in Yemen – e per questo non c’è certezza che queste linee rimarranno aperte anche in futuro.
Il nodo della produzione
Da ultimo, l’elefante nella stanza quando si parla di approvvigionamento energetico è chiaramente quello legato alla produzione. Perché anche trovando nuove strade per trasportare il greggio aggirando Hormuz, non è detto che la produzione rimarrà stabile nel prossimo futuro. Dopo gli attacchi di ieri d’Israele contro i siti di produzione del gas dell’Iran, del resto, Teheran ha minacciato di colpire alcune delle vitali raffinerie del Golfo. E senza una produzione stabile, qualsiasi tipo di nuova rotta d’esportazione rischia di rimanere presto a secco in caso di attacchi mirati contro raffinerie e siti di stoccaggio.
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In questo contesto, le alternative allo Stretto di Hormuz appaiono più come soluzioni tampone che come vere vie d’uscita. Oleodotti deviati, terminal adattati e nuove rotte improvvisate possono attenuare lo shock, ma non sostituire un’arteria energetica da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Se il conflitto dovesse protrarsi o allargarsi ulteriormente, il rischio non è solo quello di un aumento dei prezzi, ma di una vera e propria ridefinizione degli equilibri energetici globali, con effetti a catena su economie, industrie e consumatori. Più che una crisi di transito, quella in corso rischia di diventare una crisi strutturale. E, al momento, nessuno degli attori coinvolti sembra avere gli strumenti per evitarlo.


















