18 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Mar, 2026

«Avrò l’onore di prendere Cuba»: Trump stringe l’isola nella morsa

Donald Trump stringe la morsa economica sull’Avana per forzare concessioni politiche senza ricorrere alla guerra, aprendo a potenziali negoziati con Cuba per far cessare l’embargo


Gli Stati Uniti stanno intensificando la pressione su Cuba. Il presidente Trump ha affermato che avrà l’onore di «prendere Cuba», definendo l’isola caraibica un paese «molto indebolito». Un intento già espresso negli scorsi giorni dall’inquilino della Casa Bianca, senza però specificare se la priorità verrà conferita allo strumento militare o alla coercizione diplomatica. Eppure, la seconda appare la via prediletta, da sostanziare attraverso un’aggressiva pressione economica. Gli USA hanno imposto un embargo petrolifero contro l’Avana che dura da tre mesi.

Dopo aver tagliato le forniture dal Venezuela, in seguito al rovesciamento di Maduro, Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre dazi contro chiunque avrebbe continuato ad esportare petrolio verso Cuba. La conseguenze sono state immediate: il Messico – fino a quel momento il secondo fornitore di greggio dell’Avana – ha cessato le esportazioni. L’impatto per l’economia cubana è stato devastante e si è progressivamente aggravato. Dal 16 marzo 10 milioni di cubani sono senza corrente a causa del crollo della rete elettrica dell’isola.

Le altre leve della pressione economica

La coercizione economica statunitense si basa su due ulteriori strumenti. Oltre all’embargo energetico, Washington ha tagliato le rimesse – crollate dell’80% – degli immigrati cubani che vivono negli USA e ha cercato di smantellare la rete di medici che l’Avana invia all’estero, altra preziosa fonte di entrate per il regime castrista.

L’obiettivo è indebolire strutturalmente l’economia cubana, spingendo il Paese verso una crisi sempre più profonda. Costringere Cuba ad arrivare al tavolo dei negoziati in una posizione estremamente precaria, così da cedere alle pressioni americane

Tutto ciò senza ricorrere all’uso della forza, per ovvie ragioni. Innanzitutto, le forze armate statunitensi sono già sovraestese e concentrate in Medio Oriente. Attaccare Cuba significherebbe aprire un fronte a pochi chilometri dalla Florida, con rischi elevatissimi.

In effetti, dopo aver alzato la pressione, adesso Washington punta a estrarre concessioni con la coercizione diplomatica. L’esecutivo statunitense ha già creato un canale con alcuni esponenti del regime castrista. Il segretario di Stato Marco Rubio sarebbe già in contatto con il nipote di Fidel Castro, Raúl Guillermo Rodríguez. Un dialogo discreto che punta a risultati concreti, sfruttando la debolezza dell’Avana.

Le richieste degli Stati Uniti

Le principali richieste americane sono quattro. Primo, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel deve essere sostituito. Secondo, l’Avana deve rilasciare i prigionieri politici. Terzo, devono essere soppiantate le figure del regime più fedeli al castrismo. Quarto, il governo cubano deve aprire l’economia alle imprese e alle compagnie statunitensi. Richieste che mirano a trasformare gradualmente il sistema cubano senza un cambio di regime immediato.

La prima è una richiesta simbolica: Díaz-Canel è perlopiù una figura di facciata. Ma le altre aprirebbero Cuba all’influenza economica e geopolitica americana, con la possibilità di alterare le strutture di potere dell’Avana con il tempo. Dunque, il fine dell’amministrazione Trump è allineare Cuba agli interessi degli USA, non rovesciare il regime. Una strategia simile a quella adottata in Venezuela, ma adattata alla fragilità cubana.

LEGGI Cuba, la fine del castrismo e la rivincita degli Usa

L’Avana non ha grandi opzioni a sua disposizione, ma il regime ha storicamente cercato di resistere alle pressioni americane. Tutto ciò conferma che l’applicazione della Donroe Doctrine – cioè l’assertiva riaffermazione della Dottrina Mornoe – non incontra ostacoli. L’America Latina si conferma il giardino di casa degli USA. Tuttavia, l’aggressività di Trump potrebbe favorire la Cina, sempre più attiva nella regione sul piano economico.

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