Di fronte al blocco di Hormuz, l’America chiede ad altri di combattere per aprire lo Stretto, e in particolare agli alleati occidentali e alla Cina
Avendo lavorato per anni nel campionato americano di wrestling, Donald Trump dovrebbe sapere che quando un pugile chiede a gran voce agli amici di salire sul ring e saltare addosso al suo avversario quel pugile non sta vincendo l’incontro di boxe, non importa quanto si proclami vincitore. L’appello del tycoon, ribadito anche ieri, affinché le nazioni asiatiche e gli alleati europei formino una coalizione internazionale per liberare manu militari lo stretto di Hormuz dal blocco iraniano appare patetico.
«Non abbiamo bisogno di nessuno, siamo la nazione più forte del mondo», ha dichiarato piccato all’idea che il suo appello fosse volto a togliere le castagne dal fuoco agli Stati Uniti. «Sapevo da molto tempo che lo stretto di Hormuz sarebbe stato usato come arma. Ho predetto tutto questo molto tempo fa», ha insistito ieri Trump nel tentativo di presentarsi come ancora in pieno controllo della situazione dopo settimane di retroscena che lo descrivono come preso in contropiede dall’inattesa resistenza iraniana.
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Una previsione che non cambia i fatti
Come se aver predetto il blocco dello stretto di Hormuz ma non aver fatto nulla per cautelarsi contro questa prospettiva fosse un merito. Casomai, tanto il Pentagono quanto l’intelligence americana avevano insistito nei loro report sul fatto che il regime di Teheran avrebbe assorbito l’urto. Reagendo poi con il blocco delle esportazioni energetiche del Golfo, ma sono stati ignorati dalla Casa Bianca.
Di fronte al preoccupante stallo in corso in Medio Oriente, sembra che la soluzione adocchiata da Trump sia quella di “esternalizzare” il peso del conflitto affidandolo a qualcun altro. Una mossa in linea con la sua politica di appaltare i “costi di mantenimento” dell’impero americano nel mondo, ma che difficilmente funzionerà, per varie ragioni.
In primis, la Nato è un’alleanza difensiva dedita a garantire la sicurezza in Europa e in Nord America. Non ha alcun mandato internazionale né tantomeno il sostegno politico per intervenire militarmente in Medio Oriente. Gli alleati americani, non informati dell’attacco in preparazione e bistrattati da Trump a ogni occasione, non sono minimamente preparati a un impegno di questo tipo.
Il rischio politico per gli alleati
La mancata preparazione politica al conflitto – come avvenne, pur fraudolentemente, nel 2002 in occasione della guerra in Iraq – rende la partecipazione alla guerra un suicidio politico, oltre che strategico, per qualunque governo occidentale.
Non solo, ma paradossalmente delegare tale ruolo agli alleati risulterebbe controproducente per gli Stati Uniti stessi. Dal momento che finirebbe per scoprire la difesa di altri fronti, in Europa e in Asia. Anche per questo Regno Unito, Germania, Francia, Giappone, Australia, Spagna e Italia hanno già escluso la partecipazione alla proposta di Washington.
Parigi, che nelle scorse settimane aveva proposto una missione internazionale per proteggere il traffico navale a Hormuz, ha sottolineato come l’idea in discussione sia di agire soltanto dopo la fine delle ostilità. E ha escluso, poi, qualunque ipotesi di un’azione militare per prendere il controllo con la forza dello stretto conteso.
Trump dunque equivoca, nel migliore dei casi; disinforma scientemente, nel peggiore. O forse, semplicemente, fa ciò che gli riesce meglio quando si sente all’angolo: provocare. «Nel momento del bisogno i nostri alleati non ci sono, l’ho sempre saputo, l’ho saputo per anni», si è lamentato il tycoon. Prima di aggiungere di aver chiesto aiuto agli alleati «solo per vedere come reagivano».
Il coinvolgimento della Cina
Ma tra i Paesi tirati in causa da Trump nei suoi assurdi “test di lealtà” non ci sono solo gli alleati ma anche la Cina. Mossa sorprendente dal momento che Pechino è il grande rivale globale degli Stati Uniti e un partner storico di Teheran. E’ un po’ come se Richard Nixon, una volta invaso il Vietnam, avesse detto che spettava all’Unione Sovietica sconfiggere i Vietcong.
Certo, dal punto di vista del tycoon la logica è semplice. Gli Stati Uniti sono indipendenti dal punto di vista energetico, mentre quasi metà delle importazioni petrolifere cinesi provengono dai Paesi del Golfo. Dunque, Pechino deve risolvere il problema creato da Washington.
E’ però un ragionamento molto economicista, che manca di cogliere la natura fortemente politica – nel senso più autentico del termine – della leadership cinese. La Cina ha interesse che l’Iran sopravviva e che gli Stati Uniti si indeboliscano e perseguirà tale obiettivo anche a costo di qualche sacrificio economico.
Le risorse strategiche di Pechino
Del resto, Pechino dispone – a differenza di molte nazioni occidentali – di vaste riserve energetiche accumulate per casi di emergenza (che non sono comunque ancora state toccate, segno della confidenza cinese nelle proprie capacità di assorbire lo shock economico), nonché del grande alleato russo e delle sue notevoli risorse energetiche. Non da ultimo, le petroliere iraniane dirette in Cina continuano a transitare attraverso Hormuz.
Se Trump vuole la mano di Xi farebbe meglio a ripensarci. Pechino dall’inizio del conflitto fornisce dati d’intelligence (comprese quelle raccolta con navi spia che monitorano gli spostamenti delle flotte americane) e foto satellitari all’Iran. Consentendo a Teheran di gestire in maniera ben coordinata la propria risposta militare all’attacco americano.
Il messaggio strategico a Washington
Non certo il comportamento di qualcuno preoccupato per il comportamento degli Ayatollah. Ai leader della Città Proibita non sfugge inoltre come la guerra sia stata scatenata dagli Stati Uniti stessi e contro un proprio partner militare ed energetico, con una retorica e una cornice strategica largamente anti-cinese.
Il fatto che ora Washington chieda a Pechino di rimuovere il blocco dello stretto di Hormuz o rischiare la perdita delle sue forniture energetiche equivale a un ricatto che la Repubblica Popolare non è disposta a subire.
Non è un caso se negli ultimi giorni le esercitazioni cinesi attorno a Taiwan, che nelle ultime settimane erano state sospese con l’obiettivo di favorire la distensione in vista dell’incontro tra Trump e Xi Jinping il prossimo 31 marzo, sono riprese a tutta forza. Per essersi autoproclamato il sedicente “presidente della pace” sembra che Trump finora sia riuscito soltanto a seminare discordia ai quattro venti.



















