Dall’Iran all’Ucraina fino alla Corea del Sud, i conflitti globali sono sempre più interconnessi. Le scorte militari degli Usa si consumano rapidamente mentre Russia e Cina sostengono indirettamente Teheran, mettendo in difficoltà la capacità degli arsenali di sostenere la “guerra mondiale a pezzi”
Papa Francesco, nel suo acume, l’aveva definita «la Terza guerra mondiale a pezzi». Decine di conflitti e di fronti armati aperti in tutto il mondo. Apparentemente separati ma uniti in realtà da un filo conduttore fatto di interessi, di influenze e di vittime innocenti. Questo schema, simile in qualche modo al meccanismo dei vasi comunicanti, ci insegna oggi che le grandi questioni internazionali non sono trattabili come compartimenti stagni ma come parte di un unico disegno. O, se vogliamo, come elementi profondamente interrelazionati e capaci di influenzarsi pesantemente a vicenda. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ne è un esempio perfetto.
Un conflitto che pesa anche sull’Ucraina
Non solo perché i suoi effetti economici ed energetici sono destinati a scuotere alle fondamenta il sistema globale. Ma anche perché secondo le lenti militari con cui oggi sempre più viene letto il mondo fare la guerra da una parte significa molto probabilmente non poterla fare da un’altra. La cosa riguarda l’Europa da vicino perché lo scontro in atto in Medio Oriente sta bruciando anni e anni di scorte militari americane. Col rischio di lasciare presto Kiev all’asciutto per quanto riguarda forniture essenziali. Come i missili anti-missili, decisivi per fermare gli attacchi russi sul proprio territorio.
La matematica è infatti una padrone inclemente. Per intercettare un missile o un drone sufficientemente avanzato occorrono dai tre ai quattro intercettori, rendendo il consumo di questi ultimi elevatissimo. Le catene di produzione della Lockheed Martin, la compagnia che produce i missili Patriot, attualmente ne sfornano circa 600 all’anno. Una quantità insufficiente a coprire le esigenze degli Stati Uniti e dei loro alleati, tra cui della stessa Ucraina.
Una produzione insufficiente
A titolo di paragone, durante questo inverno la Russia ha lanciato 700 missili soltanto contro le centrali elettriche ucraine. Dallo scoppio della guerra in Medio Oriente, lo scorso 28 febbraio, l’Iran ha lanciato centinaia di missili contro Israele e il Golfo costringendo gli Stati Uniti a concentrare nella regione gran parte delle proprie capacità anti-missile. Lo scorso gennaio la Lockheed Martin si è impegnata ad aumentare la produzione a 2.000 missili annui, ma i tempi attesi appaiono incompatibili con le esigenze immediate di riarmo.
Non è un caso se, come denunciano i servizi segreti statunitensi, la Russia stia fornendo assistenza militare all’Iran. Non armi, bensì intelligence e istruttori che spieghino ai comandanti iraniani come impiegare al meglio i propri droni e i propri missili per saturare e aggirare le difese americane. Mosca, del resto, ha una grande esperienza dovuta alla guerra in Ucraina. Dove le sue forze aeromissilistiche quasi ogni giorno si scontrano con i sistemi di difesa occidentali forniti a Kiev.
Il ruolo della Cina
Non è la sola, però: anche la Cina infatti sta aiutando da tempo Teheran a ricostruire il proprio potenziale militare. Prima dell’attacco americano, Pechino ha inviato componenti per missili e carburante speciale per le forze missilistiche iraniane, consentendo agli Ayattollah di ripristinare le proprie capacità offensive dopo la guerra dei 12 giorni del giugno scorso. Adesso la Repubblica Popolare fornisce intelligence e immagini satellitari aggiornate ai comandi iraniani.
Non è un caso perché a Pechino sanno bene che più il fronte mediorientale resta aperto più gli Stati Uniti si indeboliscono: Washington ormai gestisce un impero con la coperta corta e non riesce più a garantire la necessaria copertura su tutti i lati della sue sfera d’interessi (lo ammette, primo tra tutti, lo stesso Pentagono). La guerra in Iran lo dimostra: presi in contropiede dalla resistenza americana, gli Stati Uniti hanno negli ultimi giorni preso l’inaudita decisione di trasferire gran parte dei propri sistemi Thaad e Patriot dispiegati in Corea del Sud per spostarli verso il Medio Oriente.
L’allarme della Corea del Sud
Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha cercato subito di rassicurare la popolazione. Il ritiro degli Stati Uniti riguarda “solo” le coperture anti-missili e anti-aeree e non pregiudica le capacità di deterrenza di Seul. Privatamente però Lee ha lamentato il fatto di essere stato totalmente lasciato all’oscuro della decisione americana infatti. Come se Seul non avesse voce in capitolo nel decidere la propria difesa.
La Corea del Sud ha buone ragioni per essere preoccupata. Come l’Iran, da tempo anche la Corea del Nord riceve aiuti militari e tecnologici e formazione dalle forze armate russe. Che ha assistito inviando migliaia di soldati a combattere in Ucraina. Anche Pyongyang dunque sta sviluppando le proprie capacità missilistiche e dronistiche per adeguarsi alla guerra moderna, integrando le lezioni apprese in Russia e in Medio Oriente.
La lezione della Guerra Fredda
Insomma, scoprendo un fronte rischi che se ne apra un altro. Col rischio che si avveri una vecchia battuta che circolava tra i carristi dell’Armata Rossa durante la Guerra Fredda. Due generali russi si incontrano vittoriosi a Parigi, si abbracciano, brindano alla loro vittoria e un certo punto uno dei due fa all’altro: «A proposito, Vassily Petrovich, sai per caso com’è andata a finire la guerra americana in Vietnam?». Come a dire, mentre gli Stati Uniti perdevano i denti a migliaia di chilometri da casa i russi avevano vinto la guerra in Europa.
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Forse qualcuno dovrebbe raccontarla a Donald Trump, prima che si getti a capofitto in qualche altra impresa militare dalle ricadute imprevedibili.


















