Iran chiede al Vaticano una condanna dell’attacco di Israele e Stati Uniti. Papa Leone XIV mantiene una linea prudente e rilancia l’appello alla diplomazia e al dialogo per evitare l’allargamento della guerra
«Ci aspettiamo dal Papa e dal Vaticano una condanna dell’aggressione di Israele e Stati Uniti». Così l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede Mohammad Hossein Mokhtari chiama direttamente in campo il Vaticano nel conflitto allargato che sta scuotendo il Medio Oriente. Un Iran circondato e decisamente a corto di alleati prova così la carta della pressione diplomatica sulla Santa Sede, uno dei pochi attori globali che ancora può rivendicare un ruolo di mediazione. «Era mio compito morale scrivere nei giorni scorsi una lettera al Papa e ai maggiori rappresentanti della Santa Sede, ma purtroppo non ho ancora ricevuto risposte», spiega il diplomatico.
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La critica a Leone XIV
Teheran giudica insufficienti gli appelli generali alla pace pronunciati dal Pontefice. «Le posizioni di Leone XIV sono generiche», afferma Mokhtari. «Mi aspettavo almeno una posizione sul bombardamento della scuola con l’uccisione di 180 bambine ma purtroppo nei suoi discorsi non ha accennato a questo». L’ambasciatore insiste sul ruolo che Leone potrebbe giocare in una fase in cui la diplomazia politica sembra paralizzata. «L’opinione dei capi religiosi iraniani è che il Vaticano dovrebbe prendere posizione e condannare l’attacco, ma se mi chiedono qual è la posizione del Papa io non potrei dare una risposta chiara». Subito dopo però ribadisce il rispetto per il pontefice e il peso simbolico della Santa Sede. «Io ho grande rispetto per il Papa e lo riconosco come punto di riferimento per la pace mondiale, può avere un ruolo importante».
La rivendicazione degli Ayatollah
Per gli Ayatollah la questione è anche morale. «Viviamo in un’epoca nella quale i capi di governo sono per la guerra, diffondono odio e hanno fatto in modo che i diritti umani non siano più efficaci. I capi religiosi devono unirsi per promuovere la pace mondiale». E infine la rivendicazione identitaria dell’Iran. «L’Iran non è il Venezuela, non è l’Iraq, non è l’Afghanistan, ha una storia di settemila anni e tutti hanno capito che non possono finire il Paese in 24 ore».
La cautela del Vaticano
Il Vaticano, tuttavia, continua a muoversi con estrema cautela. Papa Leone XIV ha affrontato la questione durante l’Angelus di domenica, ma senza indicare responsabilità dirette. Una postura diplomatica coerente con la tradizione della Santa Sede, che cerca di mantenere aperti i canali con tutte le parti in conflitto. «Dall’Iran e da tutto il Medio Oriente continuano a giungere notizie che destano profonda costernazione», ha detto il pontefice. «Agli episodi di violenza e devastazione e al diffuso clima di odio e paura si aggiunge il timore che il conflitto si allarghi e altri Paesi della regione, tra cui il caro Libano, possano sprofondare nuovamente nell’instabilità». Da qui l’appello alla diplomazia. «Eleviamo la nostra umile preghiera al Signore perché cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi e si apra uno spazio di dialogo nel quale si possa sentire la voce dei popoli».
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La polemica negli Stati Uniti
Se Roma resta prudente, una parte della Chiesa cattolica statunitense ha invece assunto toni molto più duri contro la gestione politica e mediatica della guerra. Il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, città natale del Pontefice, ha criticato apertamente il video pubblicato dalla Casa Bianca che mescola scene di film hollywoodiani con immagini reali dei bombardamenti. «Il nostro governo sta usando la sofferenza del popolo iraniano come sfondo per il nostro intrattenimento, come se fosse solo un altro contenuto da sfogliare mentre siamo in coda al supermercato». Continua il cardinale: «È una vera guerra, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco. Il video pubblicato dalla Casa Bianca è una rappresentazione terrificante». Poi la stoccata: «So che il popolo americano è migliore di così».
La piccola Chiesa in Iran colpita dalla guerra
Intanto la guerra comincia a colpire anche la minuscola presenza cattolica in Iran. Il cardinale Dominique Mathieu, arcivescovo di Teheran-Isfahan, ha lasciato il Paese insieme al personale dell’ambasciata italiana durante l’evacuazione diplomatica. «Ho lasciato il Paese non senza rammarico e dolore» dice il frate «Pregate per la conversione dei cuori e per la pace interiore». Mathieu era l’unico vescovo cattolico stabilmente residente in Iran e guidava cinque parrocchie a Teheran frequentate da circa duemila fedeli. Come era a capo di una parrocchia padre Pierre El Raii, ucciso in un bombardamento israeliano a Qlayaa, nel Libano meridionale, mentre cercava di soccorrere alcuni parrocchiani feriti. Un quadro terribile, in cui la Santa Sede prova comunque a percorrere la via stretta della diplomazia. Sentiero affilato e insidiato da un mondo dove ormai parlano quasi soltanto le armi.


















