10 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Mar, 2026

Il rilancio di Teheran lascia senza strategia il “cane pazzo” Trump

Mojtaba e Ali Khamenei

L’elezione di Mojtaba Khamenei rafforza l’apparato dei pasdaran e rilancia l’escalation iraniana. Washington si ritrova senza un piano alternativo mentre il conflitto rischia di destabilizzare l’intera regione


L’amministrazione guidata da Donald Trump sembra tornata al punto di partenza. L’elezione di Mojtaba Khamenei a terza Guida Suprema dell’Iran rappresenta infatti quel cambio di passo invocato dal presidente americano. Ossia uno degli obiettivi della guerra iniziata con l’assassinio del padre di Mojtaba, la precedente Guida Suprema Alì Khamenei.

Una scelta in completa continuità con il regime, a cominciare dal cognome. E una mossa che consolida la presa del potente apparato paramilitare rivoluzionario dei Guardiani della Rivoluzione. Quei Pasdaran di cui Mojtaba – a differenza del padre – è un membro effettivo dall’età di 17 anni. Trump aveva condannato in anticipo la sua possibile elezione ma le minacce non hanno sortito alcun effetto. Se non quello – dichiarato da alcuni clerici – di aver incoraggiato la classe dirigente teocratica, che su Khamenei figlio ha sempre nutrito più di un dubbio, a fare quadrato attorno alla figura del “prete-soldato” erede della “Guida-martire”.

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Teheran non capitola

Mojtaba può essere, prima o poi, eliminato come suo padre. Ma la scelta dell’Assemblea degli Esperti – l’organo elettivo di religiosi che seleziona la Guida Suprema – denota come l’establishment non abbia intenzione di capitolare. Anzi.

Con il potere saldamente nelle mani della cerchia dei pasdaran e dei basiji (l’altra grande milizia religiosa), Teheran punta ad attuare quella che è stata già battezzata “Operazione Madman”. Cioè “Operazione Uomo Pazzo”: continuare l’escalation del conflitto, mirando a destabilizzare l’intera regione. Fino al momento in cui gli Stati Uniti non acconsentiranno a sospendere la propria aggressione e a ritirarsi.

Una tattica già usata con successo dagli Houthi in Yemen proprio contro la marina americana e rilanciata ieri anche da Kamal Kharazi, consigliere per la politica estera della Guida Suprema.

Trump spiazzato

Trump, convinto com’era di essere lui il “cane pazzo” dell’equazione capace di poter trasformare la propria imprevedibilità in una leva negoziale. Si ritrova così spiazzato dalla resistenza iraniana e assediato dalle nazioni dell’area che gli chiedono di fermare i combattimenti. America e Israele, dunque, si ritrovano a dover continuare una guerra per l’assenza di un piano B e avendo sbagliato – come il russo Vladimir Putin in Ucraina – l’assunto di partenza, cioè che la propria azione militare, con la sua violenza e il suo carattere improvviso, avrebbe indotto la vittima a capitolare senza combattere.

La strategia di Israele

In parte, l’elezione di Khamenei Jr fa un favore all’asse israelo-americano, nella misura in cui evita di far emergere le differenze d’obiettivi tra i due alleati. Israele infatti, come la sua stampa ricorda costantemente, non desidera un cambio di regime bensì una sua completa distruzione. Tel Aviv considera ancora come una sconfitta la parentesi del 2015-2018, quando l’Iran compì effettivamente una svolta moderata eleggendo il pragmatico Hassan Rouhani alla presidenza e acconsentendo a mettere il proprio programma nucleare sotto l’egida internazionale attraverso un’intesa siglata dall’allora amministrazione di Barack Obama.

Per lo Stato ebraico di Teheran non ci si può fidare e i suoi leader moderati non sono altro che specchietti per le allodole internazionali, volti a far procedere il programma atomico fino al giorno in cui i pasdaran non potranno dotarsi di un dispositivo nucleare. Per Israele, dunque, lo scopo non è favorire il passaggio dell’Iran da un regime repressivo a un governo più moderato, bensì annichilire le fondamenta stesse – amministrative, militari, energetiche, industriali – dello Stato persiano al fine di trasformare l’Iran in uno Stato fallito, troppo debole per poter minacciare le frontiere israeliane a prescindere dalla sua leadership.

La linea americana

Non è così per gli Stati Uniti. Dove la “tesi venezuelana”, il passaggio di testimone a Teheran a un leader che acconsenta alle richieste statunitensi in materia militare ed energetica, come fatto da Delcy Rodriguez a Caracas dopo il rapimento di Maduro – sembra prevalere.

L’assenza di una exit strategy ha lasciato aperta la porta ad una diplomazia della confusione che non ha tardato a manifestarsi con dichiarazioni contradditorie, scarso coordinamento politico e tentativi da parte di vari attori di influenzare il processo decisionale americano facendo pendere la bilancia a proprio favore.

Il rischio Hormuz

Più il tempo scorre più le parole di Trump («Ho un piano per tutto, sarete contenti») suonano come un mero esercizio retorico. Col rischio di dover effettivamente sgombrare il campo avendo consacrato il nuovo regime iraniano nella tempra della battaglia. E senza essere riusciti a disarmarne effettivamente le capacità militari. «Berlino Ovest è i testicoli dell’Occidente, quando voglio farlo urlare mi basta stringerla», diceva ironicamente il leader sovietico Nikita Chruscev. Chissà che un giorno, parlando di Hormuz, non lo dicano anche gli Ayatollah.

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