Gregory Alegi, storico e politologo, dialoga con l’Altravoce sul fallimento strategico dell’amministrazione Usa e sulle implicazioni interne ed esterne di una lunga guerra con l’Iran
«La conferenza stampa di Pete Hegseth, il segretario della difesa americano, sembra più un riposizionamento visto che l’azione non ha dato i risultati attesi. In più. l’impatto del prezzo del petrolio e l’impegno sottratto ad altre crisi può mettere in difficoltà l’amministrazione americana». A parlare è Gregory Alegi, professore di storia e politica degli Stati Uniti all’università Luiss di Roma.
La crisi petrolifera diventa un problema anche per Trump?
«L’aumento del prezzo del petrolio crea un problema interno a Trump nel momento in cui crescono i prezzi al consumo: la lotta all’inflazione era stata uno dei fattori che aveva favorito la sua elezione. Sul piano esterno, la crisi aiuta Putin e complica altri scacchieri. L’aumento del prezzo del petrolio mostra che l’azione contro l’Iran non è stata pianificata e valutata in tutti i suoi aspetti. Non puoi sorprenderti di questo esito se attacchi un paese che ha nel petrolio la sua risorsa principale. Del resto, Trump dà sempre l’impressione di preferire il colpo di mano rispetto a un’azione analizzata con cura».
Che cosa vuole ottenere Trump in Iran?
«La conferenza di Hegseth mi pare molto difensiva: dicono di aver colto tutti gli obiettivi, ma non c’è un quadro coerente. Né sappiamo gli obiettivi finali perché la narrativa cambia di continuo. Guardiamo i fatti: non c’è stato il cambio di regime, non c’è stata una rivoluzione della società civile, la figura di Reza Pahlavi non ha unito le opposizioni. Viceversa, l’Iran è ancora capace di lanciare missili. Difficile capire quale obiettivo sia stato raggiunto».
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La scelta del figlio di Khamenei come guida suprema è un’ulteriore prova?
«La dimensione dinastica vuol dire che si continua come prima: gli ayatollah stanno ancora lì. Gli Usa non sono stati capaci di imporre il figlio dello scià, mentre il regime ha imposto il figlio della guida suprema. La stessa soluzione venezuelana poteva essere un obiettivo ma non è mai stato dichiarato. Difficile così parlare di vittoria. C’è poi da considerare un altro parametro per valutare questo intervento…»
Quale?
«Se fra altri sei mesi si verificheranno nuovi attacchi. Nel giugno 2025, dopo la guerra dei dodici giorni, Trump aveva detto: “Abbiamo fatto tutto“. Dopo sei mesi però sta ripetendo l’attacco: ciò vuol dire che l’operazione non era riuscita. In questo momento facciamo valutazioni immediate, ma se tra sei mesi ci sarà un terzo attacco capiremo che l’iniziativa attuale è stata un fallimento».
Cha accoglienza ha avuto questo attacco in America?
«Ci sono crepe nello schieramento repubblicano, specie nel nocciolo duro dei Maga. Hegseth ha chiarito che questa “non è una guerra per sempre”: implicitamente risponde alle critiche dall’interno. E se i prezzi aumentano sarebbe l’ammissione di un fallimento. Trump è sotto pressione per chiudere la vicenda senza dare la sensazione di una marcia indietro. Ha bisogno di qualcosa di spendibile per dire che ha vinto. Ma non c’è nulla che abbia il valore simbolico di vittoria. La stessa elezione del figlio di Khamenei gli impedisce di rivendicare una vittoria. Il messaggio è: il figlio vendicherà il padre».
Non valgono nemmeno i risultati militari?
«Hegseth ha detto che hanno affondato metà della marina iraniana: ma prima era una minaccia? Non sembra. Ora sappiamo che gli iraniani sono vulnerabili sul piano militare. E allora?»
Gli interessi di Usa e Israele convergono?
«Solo in parte. Per Israele la diminuzione del potenziale bellico iraniano è una vittoria: significa non avere minacce per un certo periodo. Per gli Usa che vogliono disegnare gli assetti globali l’eventuale instabilità dell’area metterebbe nei guai i paesi arabi moderati e sarebbe una sconfitta. E i droni su Dubai dicono che la grande potenza non è in grado di tutelare gli alleati. Gli Usa hanno bisogno di ordine: senza, è una sconfitta».
E sullo sfondo c’è la Cina…
«Tutto ciò che erode consenso agli Usa è un vantaggio per la Cina. Pechino sta ricevendo da Teheran una marea di dati di prima mano sulla capacità dei mezzi impiegati da Washington e ha mandato una propria nave per la ricognizione elettronica degli attacchi americani. Questa guerra può rafforzare la posizione della Cina come interlocutore moderato e alternativo agli Usa. Senza contare che ogni bomba che cade sull’Iran è una bomba in meno disponibile per difendere Taiwan».
Una parte della stampa americana dice che l’attacco all’Iran è un favore al mondo libero. Lei che ne pensa?
«A me non sembra che Russia e Cina abbiano scaricato l’Iran. La Russia fornisce intelligence all’Iran: un conto è avere un missile a lunga gittata, un conto è sapere dove tirarlo. L’Iran ha distrutto la sede della Cia a Riyad. Chi gliel’ha indicata? Ovviamente i russi. E poi: se il popolo iraniano ribaltasse il regime ne sarei felice, ma finora non è avvenuto. Viceversa i Pasdaran diventano più forti. Purtroppo, è come nello sport: se la squadra più forte non vince è come se avesse perso, se la squadra più debole pareggia è come se avesse vinto».
Quanto può durare la guerra?
«Può darsi che continui fino all’esaurimento dei droni, ma la guerra di logoramento ha un costo politico. Più dura meno consenso interno e internazionale hai intorno. La prima settimana di guerra è già costata 5 miliardi di dollari: se vinci nel breve periodo ti perdonano, nel lungo periodo no. E se non hai un successo da esibire, ritorna il fantasma: altri dodici giorni di guerra senza risultato».
Come cambia il mondo dopo l’Iran?
«Le dotazioni militari americani sono forti, ma la strategia è debole. Il presidente agisce di pancia e non riflette. Pretende il Nobel per la pace, ma poi si alza la mattina e bombarda il vicino. Così affidarsi agli Usa diventa pericoloso. Se le riserve militari vengono impiegate così, potrebbero non essercene a sufficienza per aiutare l’Europa nel momento del bisogno. Ecco perché l’Europa deve realizzare presto la sua difesa comune».


















