Un gruppo di pastori evangelici recita una preghiera per invocare la benedizione divina sul presidente Donald Trump: una immagine che rivela lo scontro tra ideologie e il tentativo di sacralizzare la guerra in corso in Iran
Nello Studio Ovale della Casa Bianca un gruppo di pastori evangelici circondano la sedia su cui è seduto Donald Trump. Alcune mani si appoggiano sulle sue spalle. Qualcuno prega ad alta voce, chiedendo a Dio protezione per il presidente e guida per le decisioni politiche americane.
Il linguaggio della benedizione
Per qualche minuto, nel luogo più iconico del potere secolare occidentale, la politica abbandona il linguaggio della strategia e assume quello della benedizione. Non è soltanto un gesto di devozione privata. È una scena simbolica che illumina qualcosa di più profondo: la struttura ideologica del conflitto contemporaneo. Perché mentre fuori da quella stanza l’Occidente racconta la propria azione militare come il risultato di calcoli tecnici – algoritmi predittivi, sistemi automatizzati, intelligenza artificiale applicata alla guerra – dentro lo Studio Ovale c’è chi invoca una guida provvidenziale.
Un contrasto cinematografico
Il contrasto è quasi cinematografico. Da una parte la macchina perfetta della sicurezza contemporanea: radar, droni, satelliti, modelli di previsione. Dall’altra una pratica antica quanto la politica stessa: chiedere a Dio di orientare il potere. Qui si apre la prima crepa nell’immagine rassicurante con cui leggiamo il conflitto con l’Iran. L’idea dominante è che si tratti semplicemente di una partita geopolitica, un riassestamento di equilibri tra potenze regionali e globali. Ma sotto questa superficie si muove qualcosa di più inquietante: non soltanto uno scontro di interessi, bensì un confronto tra ideologie che tendono entrambe a negare di esserlo.
Il confronto tra ideologie
Da una parte gli Stati Uniti e Israele, con la loro superiorità tecnologica e militare. Qui l’ideologia non si presenta mai come tale: si traveste da tecnica. Non dice “noi crediamo”, ma “noi analizziamo”. La guerra diventa una questione di dati, modelli predittivi, ottimizzazione della sicurezza. Eppure proprio questa pretesa neutralità è il gesto ideologico per eccellenza: la fantasia occidentale di poter ridurre l’incertezza della storia a un sistema di calcolo. Dall’altra parte c’è l’Iran, militarmente più fragile ma dotato di una forte densità simbolica della propria narrazione politica. Qui l’ideologia non viene nascosta: viene dichiarata.
Il credo (dichiarato) dell’Iran
Missili e droni non sono soltanto strumenti militari, ma segni. Il modo in cui una comunità politica afferma di non voler essere ridotta a oggetto di gestione geopolitica. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione non è soltanto una struttura militare. È il custode di un racconto escatologico in cui la difesa dello Stato coincide con la salvaguardia di un’identità sacralizzata. La politica diventa così il luogo in cui un trauma storico – quello dell’accerchiamento e dell’umiliazione – viene trasformato in promessa di resistenza.
L’annientamento simbolico
Qui l’asimmetria militare nasconde una simmetria più profonda. Entrambe le parti si percepiscono come potenziali vittime di un annientamento simbolico. Stati Uniti e Israele parlano di sicurezza e diritto all’esistenza. L’Iran parla di dignità e resistenza. In entrambi i casi il conflitto viene inscritto in una narrazione che eccede il semplice calcolo razionale. L’Occidente tende a pensarsi come l’unico spazio della razionalità politica.
Una teologia implicita
Ma la scena dello Studio Ovale suggerisce qualcosa di diverso: anche qui la politica è attraversata da una teologia implicita. Se l’Iran mobilita apertamente il linguaggio sciita del martirio e della resistenza, gli Stati Uniti possono mobilitare una forma più discreta di teologia politica, mediata dall’evangelicalismo e dall’idea di una missione storica americana. La differenza non è dunque tra ideologia e non ideologia. È tra due modi diversi di sacralizzare il conflitto.
Il desiderio collettivo
Il conflitto appare così sempre più come uno scontro tra due modi diversi di organizzare il desiderio collettivo. Da una parte il desiderio di sicurezza totale garantita dalla tecnologia e dall’alleanza con la potenza globale. Dall’altra il desiderio di sovranità non negoziabile, anche a costo dell’isolamento. Entrambe le posizioni sono attraversate da una fantasia di purezza: purezza dell’ordine o purezza dell’identità. L’Occidente dice: “Noi siamo razionali”. L’Iran dice: “Noi siamo fedeli”. Ma razionalità e religiosità sono entrambe forme di fede espresse in registri diversi.
Una scena rivelatrice
Per questo la scena della preghiera nello Studio Ovale diventa rivelatrice. In quel momento appare chiaro che la politica contemporanea non ha mai davvero abbandonato il linguaggio della missione. Ha soltanto imparato a nasconderlo dietro il vocabolario della tecnica. Quando il conflitto viene investito di una missione – che sia la difesa della democrazia o quella della rivoluzione – ogni compromesso appare come un tradimento. La guerra smette di essere uno strumento e diventa una scena in cui ciascuno cerca la conferma della propria identità. A quel punto la domanda non è più chi vincerà militarmente. La domanda è chi sarà disposto a rinunciare alla propria fantasia di innocenza. Perché è sempre l’altro a essere ideologico. Mai noi. Ed è proprio questa convinzione – condivisa da entrambi i fronti – il vero motore del conflitto.


















