7 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Mar, 2026

Iran, Minniti: «Teheran punta a prolungare la guerra»

L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti dialoga con l’Altravoce, affrontando il tema della guerra in Iran e delle sue possibili conseguenze geopolitiche


«L’idea che il Mediterraneo fosse il mare di un’altra fase storica, con una scarsa influenza negli equilibri globali è travolta da tempo. Le vicende di questi giorni ne riaffermano la centralità per gli equilibri del pianeta. Intanto il mondo vive l’era dell’incertezza, una fase che ci accompagnerà in futuro e deriva dal collasso definitivo del vecchio ordine mondiale, esplicitato da due guerre contemporanee: in Ucraina e a Gaza. E parlando del Mediterraneo allargato, ricordiamo che è in corso pure un conflitto tra il Pakistan, unica potenza nucleare musulmana, e l’Afghanistan, dove il regime talebano si è reinsediato dal 2021, a 20 anni dalla sua cacciata».

A delineare questa “era dell’incertezza” è Marco Minniti, ex ministro dell’interno durante il governo Gentiloni e presidente della Fondazione MedOr Italian Foundation, nata per promuovere dialogo, ricerca e formazione tra l’Italia e i paesi del Mediterraneo allargato.

Quando comincia l’era dell’incertezza?

«La presidenza Trump l’ha resa più evidente. Nel 2024 Trump ha vinto con una maggioranza assoluta dei votanti sulla base dello slogan America First. Nei primi 14 mesi di amministrazione ha realizzato questa parola d’ordine, applicando alla dimensione internazionale l’unilateralismo radicale: tutte le questioni si misurano sugli interessi degli Usa. Dai dazi al Venezuela al rapporto con l’Europa, con lui emerge l’idea che gli Usa hanno il ruolo di dettare le regole del mondo».

Come nel dopoguerra a Gaza?

«Il primo Board of Peace nato a Sharm el-Sheikh, fatto proprio dall’Onu, prevedeva un percorso di stabilità e ricostruzione assegnato agli Stati Uniti come garanti, con il concorso dei paesi arabi moderati del Golfo. A gennaio però, con il secondo Board of Peace, Gaza scompare e Trump assume la guida non in quanto presidente degli Usa ma per se stesso. Autopromosso presidente a vita, nel 2028 potremmo assistere a un paradosso: un board guidato da Trump dove il nuovo presidente degli Usa partecipa come osservatore».

L’attacco all’Iran è un’ulteriore prova di questa era dell’incertezza?

«Sì, è una war of choice, una guerra di scelta, non una risposta a una minaccia imminente. Del resto, i vertici Usa ci hanno dato tre versioni per spiegare l’attacco. Il segretario di stato Marco Rubio ha affermato che Washington ha attaccato per prevenire una probabile reazione dell’Iran dopo l’attacco di Israele. Pete Hegseth, segretario della difesa, ha detto che c’era il rischio di attacco con missili balistici. Il vicepresidente J.D. Vance, autore del libro “Elegia americana”, ex marine in Iraq e incarnazione del sentimento Maga che non vuole l’America coinvolta in altre guerre, ha parlato una sola volta, non a caso, per dire che gli Usa non si faranno coinvolgere in un conflitto lungo. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli Usa non inseguono Israele, ma lui stesso ha forzato temendo un attacco contro gli Stati Uniti».

Ma dopo la guerra dei 12 giorni, Trump sostenne di aver cancellato il programma nucleare iraniano…

«L’Iran infatti non sembra vicino a quel livello di arricchimento dell’uranio necessario per realizzare la bomba atomica. Inoltre, i suoi missili balistici non sono in grado di colpire l’America: per arrivare a questo obiettivo sarebbero stati necessari altri 10 anni di ricerca tecnologica».

Dovremmo dispiacerci per la fine del regime di Alì Khamenei?

«No, tutto ciò non significa essere addolorati per la morte di un dittatore sanguinario che in 37 anni di potere ha oppresso e massacrato il suo popolo in nome del suo dio. Il tema è un altro: che partita stiamo giocando

E la risposta qual è?

«La reazione dell’Iran al durissimo attacco militare si comprende con due parole: caos e attrito. Caos significa che chi colpisce l’Iran produce una drammatica instabilità. I missili sui paesi del Golfo lo dimostrano: non sono un errore ma una scelta. Il ministro degli esteri del Bahrein si era speso in prima persona a Washington per sostenere gli accordi di Ginevra: tuttavia l’Iran ha colpito il Bahrein. Allo stesso modo, ha colpito l’Arabia Saudita, con cui aveva firmato un accordo di cooperazione, e il Qatar, il paese sunnita più vicino a Teheran. Attaccare solo Israele non avrebbe avuto la stessa visibilità, anche perché nella guerra dei 12 giorni il sistema Iron Dome aveva intercettato il 90% dei missili iraniani. A tutto ciò si aggiunge l’attivazione di Hezbollah che ha colpito Israele e Cipro e il blocco dello stretto di Hormuz che provoca l’arresto di mille petroliere, l’aumento del costo del gas e del petrolio e il caos economico».

E poi c’è la strategia dell’attrito…

«L’Iran si prepara a una guerra che duri il più a lungo possibile. Teheran limita gli attacchi missilistici non solo perché le risorse sono limitate ma anche per avere una guerra lunga che espone di più gli Stati Uniti: gli Usa sono una democrazia dove conta l’opinione pubblica. C’è una differenza radicale con la teocrazia iraniana. La scommessa è questa».

Esclude la possibilità di un regime change?

«Trump ha detto: “All’inizio pensavo che bisognasse trattare con l’Iran, poi mi sono fatto ingolosire dal Venezuela e ho pensato di attaccare”. Ma il Venezuela, dove c’è stato solo un regime adjustment, non è l’Iran. È una teocrazia dove l’eliminazione della guida suprema non porta automaticamente a un collasso ma può portare a un’ulteriore radicalizzazione del sistema. Le figure designate per la successione sono più radicali, anche per la presenza dei pasdaran, una struttura militare radicalizzata di 150 mila uomini. C’è il rischio di avere un sistema di oppressione più duro e spietato di prima».

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C’è il pericolo di una riattivazione dei proxy?

«Sì, da qui le bombe su Beirut per colpire Hezbollah. Israele promette di trasformare la zona sud di Beirut in una nuova Khan Yunis, la città palestinese rasa al suolo: già 500 mila persone hanno lasciato Beirut. In caso di accelerazione avremo una gigantesca onda umanitaria che può arrivare in Europa. E se il Libano si radicalizza travolge gli accordi di pace, altro che Board of Peace».

Un’altra conseguenza può essere la ripresa del terrorismo a livello internazionale…

«Molti soggetti si sono radicalizzati sul web e potrebbero rispondere all’oltraggio subito con l’eliminazione di Khamenei. Oltre ai lupi solitari ci sono cellule silenti addestrate nel tempo. Ricordiamo pure che, dopo la presa del potere di Ahmed Al-Sharaa in Siria, ben settemila foreign fighters dell’Isis sono stati spostati nei campi di detenzione in Iraq. A Baghdad c’è però un governo a maggioranza sciita e le milizie sciite sono forti e influenti. Nel momento in cui gli Usa pensano di lasciare le basi in Iraq, se qualcuna di queste milizie decidesse di lasciar fuggire i combattenti dell’Isis, ci ritroveremmo con settemila militanti fondamentalisti liberi di colpire l’Occidente».

In questo scenario l’Europa appare divisa e senza visione…

«L’Europa fa di tutto per dimostrarsi irrilevante e incoerente mentre servirebbe una sua autonomia strategica. Non si tratta di diventare nemici degli Usa, ma di diventare un autonomo punto di riferimento negli equilibri mondiali. La missione navale a difesa di Cipro è un segnale positivo, ma non basta. L’idea che ogni singolo paese europeo possa rispondere con iniziative singole è una drammatica illusione».

Emmanuel Macron offre agli europei lo scudo della deterrenza atomica…

«Capisco il suo sforzo, ma è giusto pensare che questo è il secolo delle armi atomiche e che questo è il ruolo dell’Europa? A mio avviso serve una una cooperazione rafforzata nel campo della difesa: è già prevista dai regolamenti europei e si può fare subito. Inoltre sarebbe un’alleanza tra pari che lavorano insieme con una capacità di proiezione sugli scenari internazionali. La telefonata tra Macron, Merz, Meloni e Starmer può essere un primo passo in questa direzione».

Con questo nuovo conflitto, la guerra in Ucraina rischia di uscire dai radar…

«È successo già dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Oggi le preoccupazioni di Zelensky sono fondate. Grazie all’attacco all’Iran, la Russia può ritagliarsi un ruolo. Mosca non si impegnerà a fianco di Teheran che pure le ha fornito i droni, ma può approfittare del collasso del commercio energetico mondiale, anche con azioni di contrabbando. E poi c’è il tema delle armi: mentre i paesi del Golfo chiedono all’Italia e agli altri paesi europei una protezione antiaerea contro gli attacchi dell’Iran, c’è chi dice che all’Ucraina sono state date troppe armi e munizioni. Nel momento in cui gli stessi paesi europei hanno bisogno di difese, c’è il rischio di diminuire le forniture all’Ucraina, lasciandola isolata, con il risultato di avvantaggiare la Russia. Ecco perché l’Europa deve fare il possibile per evitare l’estensione regionale del conflitto».

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C’è un convitato di pietra: la Cina.

«Al di là delle affermazioni di solidarietà, la Cina non farà un passo. In queste ore a Pechino si è riunito il congresso del popolo per definire gli obiettivi strategici del paese. Visto che nel 2026 il pil della Cina soffrirà una diminuzione dello 0,5%, attestandosi al 4,5% (il risultato peggiore degli ultimi 35 anni), il congresso ha varato un piano straordinario di resilienza che prevede un aumento del 7% della spesa militare e importanti investimenti sulle nuove tecnologie. Pechino lavora sul lungo periodo. Il pensiero strategico cinese, coniato dopo il crollo del muro di Berlino in vista della competizione con gli Usa, si condensa in questo slogan: “Nascondi le tue capacità e aspetta il tuo momento”. La Cina ha atteso il suo momento per 40 anni, senza lasciarsi ipnotizzare dalla quotidianità. Ciò dimostra che la sfida tra democrazie e autocrazie è più che mai aperta. E le democrazie devono avere la forza di costruire un pensiero strategico: in questo è decisivo il ruolo dell’Europa».

Ai primi di aprile, Donald Trump incontrerà Xi Jinping…

«Sotto la minaccia dei dazi americani, Pechino ha mostrato la sua capacità di ritorsione simmetrica nei confronti di Washington. Questo perché la Cina è diventata la monopolista mondiale delle terre rare: controllando il 90% di quel mercato esercita un’influenza in tutto il mondo, prima di tutto in Africa. I minerali critici sono fondamentali per le aziende tecnologiche statunitensi: così Trump ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e oggi cerca fortemente l’incontro con Xi. Il presidente americano ha espresso esplicitamente la volontà di costruire una sorta di G2 del mondo».

E la Cina che ne pensa?

«La Cina non ha nessuna voglia di assumersi la responsabilità di governare il mondo nell’era dell’incertezza. Piuttosto, è impegnata in una rincorsa per diventare la prima potenza economica del pianeta. Un obiettivo storico straordinario che passa anche dall’acquisizione definitiva di Taiwan. E in un contesto globale in cui il diritto internazionale è morto, non ci può essere prerequisito migliore per le aspirazioni cinesi: riprendere Taiwan è considerato scontato. E se ad aprile saremo ancora in una fase acuta del conflitto in Iran, Trump non arriverà a Pechino in una posizione di forza».

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