7 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Mar, 2026

Guerra in Iran, la “resa incondizionata” voluta da Trump

La richiesta di “resa incondizionata” all’Iran rilanciata da Donald Trump apre più interrogativi di quanti ne risolva. Tra obiettivi militari confusi, retorica messianica e pressioni della destra evangelica americana, la guerra in Iran rischia di trasformarsi in un pericoloso intreccio di strategia, propaganda e fede.


Resa incondizionata. Questo è il termine utilizzato da Donald Trump per escludere qualunque negoziato con le autorità iraniane. Una pretesa che ha dell’incredibile perché, nel suo tentativo di chiarire una volta per tutte gli obiettivi della campagna militare, in realtà li rende ancora più fumosi: resa incondizionata, ma per far che? Rimpiazzare il governo dell’Iran, come sembra lasciare intendere il tycoon quando dice che dopo la resa gli Stati Uniti e i loro alleati ricostruiranno il Paese che stanno sbriciolando? Il Segretario di Stato Marco Rubio nelle stesse ore lo nega.

Ritornare alla situazione pre-bellica con un Iran più indebolito? Ma questa era esattamente lo scenario che è seguito alla guerra dei 12 giorni del giugno scorso, il cui carattere non risolutivo è oggi evidente. Anche durante quel conflitto il tycoon invocò la resa incondizionata come linea rossa, salvo pochi giorni dopo ritirarsi dal conflitto dopo aver colpito i siti nucleari iraniani e aver detto di aver obliterato le capacità militari iraniane.

Una guerra già combattuta e mai conclusa

Un’opera di cancellazione tanto minuziosa da costringere lo stesso Trump ad attaccare nuovamente l’Iran neanche sei mesi dopo, per cercare di finire il lavoro. Ieri Rubio ha promesso una campagna aerea di svariate settimane, senza chiarire né come contano di renderla sostenibile per un’economia globale già in crisi né quale sia effettivamente la linea del traguardo. Nel frattempo il tycoon straparlava preannunciando che a breve si occuperà anche di Cuba.

Una guerra non è ancora finita che Trump pensa già alla prossima, come se l’unica resa incondizionata che desideri ricevere fosse quella dei nervi dei telespettatori. Forse più che di strategia si tratta di deformazione psicologica: Donald Trump, per ragioni di ego prima ancora che di utilità politica, non può accettare di condividere la scena con nessuno, dunque non c’è spazio per l’avversario che dev’essere annichilito e calpestato.

La resa come dominio personale

Da cui la richiesta di resa incondizionata, vale a dire consegnarsi mani e piedi prigionieri nelle mani del vincitore Trump, che disporre della mia podestà di decidere della vita o della morte dello sconfitto (e, per questo, un tipo di resa sostanzialmente inutilizzato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale). Certo, anche chi sta attorno a Trump ha la sua parte di colpa.

La discolpa è comunque solo parziale dal momento che la cerchia presidenziale è stata tutta scelta dal tycoon stesso, i quali sembrano attivi soltanto nell’alimentare questo circolo vizioso di auto-esaltazione grottesca e adulazione propria dei sicofanti più beceri. Lo si è visto ieri, quando decine di pastori protestanti americani si sono radunati nello Studio Ovale per dare la loro benedizione a Trump.

La scena nello Studio Ovale

In una scena che sarebbe buffa se non fosse per la tragicità della situazione, i leader religiosi hanno appoggiato le mani sulle spalle di Trump per pregare per il suo successo. Una scena in realtà non così inusuale: nella iconografia politica americana, il presidente ricopre il ruolo di sacerdote della religione civica statunitense e dunque anche di “intermediario” con il potere divino che dal 1776 benedice l’America alla fine di ogni discorso nazionale.

Eppure, nella deriva caricaturale che Trump sembra aver imposto agli Stati Uniti anche il protestantesimo americano segue la stessa sorte, soprattutto grazie a Paula White, nota tele-evangelista e “consigliera spirituale” del tycoon. White, con i suoi discorsi da esaltata su come Trump sia uno strumento del Signore, probabilmente sta contribuendo all’atmosfera di glorificazione messianica che pare plasmare ogni passo della presidenza americana.

Religione e politica nella destra evangelica

Non si tratta, però, solo di folklore: nascosta dietro la patina religiosa, si muovono agende politiche ben precise e senza pudore. White – che nelle sue prediche sostiene, in sprezzo della più elementare conoscenza delle Scritture, che tra i comandamenti del Dio da osservare per potersi dire cristiani vi sia il sostegno indiscusso allo Stato d’Israele – è solo la maschera di una Destra evangelica americana che da anni sostiene la necessità di fare gli interessi di Tel Aviv.

Convinta che la creazione di un Grande Israele esteso dall’Eufrate al Nilo (progetto condiviso con l’estrema destra ebraica) sia un passo delle profezie che preannunciano la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e quindi il ritorno di Gesù sulla terra. Peccato che di mezzo, nel racconto biblico, si perdano quel passaggio che l’apostolo Giovanni ha battezzato col nome di “Apocalisse”.

Gaza e l’altra voce della fede

Tra le macerie di Gaza, dove l’Apocalisse l’hanno guardata in faccia ben prima che si abbattesse sulle altre città mediorientali, un altro religioso, padre Gabriel Romanelli, unico parrocco della Striscia, sembra essere lontano mille miglia dallo Studio Ovale e non solo geograficamente.

LEGGI Usa, un miliardo per Epic Fury: quanto costa la guerra all’Iran

«Continuate a pregare per noi e ad aiutarci: così fate del bene a Cristo che soffre nei poveri. La guerra non può avere l’ultima parola», ha detto nell’angoscia di un nuovo, devastante conflitto che scoppia. Forse perché prima di tutto è proprio a questo andazzo che non ci si può arrendere senza condizioni.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA