Il professor Pejman Abdolmohammadi riflette sugli scenari che si aprono per il futuro dell’Iran e punta il dito contro chi, in occidente, parteggia per il regime
«Si è creata un’alleanza tra Usa, Israele e popolo iraniano che dà fastidio a molti e che molti si rifiutano di accettare». Pejman Abdolmohammadi è docente di storia e relazioni del Medio Oriente all’università di Trento, visiting professor a Berkeley e autore di Il Nuovo Medio Oriente: Potere, Diplomazia e Realismo (Amazon). In dialogo con l’Altravoce discute degli scenari che si aprono per il futuro dell’Iran e degli iraniani.

Professore, Trump ha detto di voler fare in Iran quello che ha fatto in Venezuela. Israele mira invece a un vero e proprio regime change. Siamo sicuri che le due potenze abbiano gli stessi obiettivi?
«Credo che abbiano la stessa strategia per facilitare la creazione del nuovo Medio Oriente. Da un punto di vista geostratefico, ambiscono ad avere un nuovo Iran, con caratteristiche che coincidono con quello che chiede la maggior parte della popolazione iraniana. Per questo si è creata quest’alleanza tra Usa, Israele e popolo iraniano, che a molti non piace».
Ma è possibile che in Iran accada qualcosa simile al Venezuela?
«Fare come in Venezuela non significa non volere il cambio di regime. Significa facilitarlo in modo graduale, senza quella pericolosa radicalità con cui operò Bush. Credo che gli Usa non vogliano rovinare la struttura dello Stato iraniano, ma eliminare il regime».
Gli iraniani saranno disposti a sopportare l’ingerenza americana?
«Sicuramente la maggioranza degli iraniani preferisce l’aiuto degli americani alla sottoposizione ai cinesi. E sono anche sicuro che la nuova generazione di iraniani sarà in grado di mantenere la propria indipendenza senza diventare colonia di nessuno».
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Durante la settimana ha fatto capolino la notizia della possibilità che alla Guida Suprema Khamenei, eliminata dai raid israeliani, succeda il figlio. Plausibile?
«Come tante notizie che arrivano dall’Iran, anche questa non ha prove a suo sostegno. In realtà, non sappiamo neanche se il figlio della Guida Suprema sia vivo, morto o gravemente ferito. Rimane comunque una possibilità, visto che se ne parlava già da 10-15 anni».
In questo caso il regime non muterebbe faccia, giusto?
«Si tratta di un profilo ancora più fondamentalista del padre, con un forte aggancio con i pasdaran. Chiaramente, la sua nomina sarebbe un punto a favore della sopravvivenza della Repubblica islamica. Ma la notizia della successione potrebbe anche essere una contro-narrazione per risollevare quei pochi che ancora sostengono il regime e lo stanno facendo sopravvivere».
Alcuni dicono che i fedelissimi della rivoluzione khomeinista sarebbero contrari all’introduzione del criterio dinastico.
«Senza dubbio nel mondo sciita iraniano è in atto un dibattito religioso-politico. In effetti, lo stesso Khomeini non scelse suo figlio come successore. Ma è un dibattito insignificante per il futuro dell’Iran, perché è interno a quell’8% che sostiene il regime».
In tutto questo qual è il peso del presidente iraniano Pezeshkian?
«Molto basso. Forse Rafsanjani, morto all’inizio del 2017, avrebbe avuto la forza e il carisma per prendere il mano la Repubblica islamica e fare un compromesso con Trump. Forse potrebbe averli Rohani, che però è inviso agli iraniani».
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Il futuro dell’Iran è in bilico tra due figli, quello della Guida e quello dello Scià. O anche quell’ipotesi è sfumata?
«Quella di un ruolo del figlio dello Scià come traghettatore resta un’ipotesi concreta. Soprattutto rimane il fatto – che molti si ostinano a non registrare – che quello di Reza Pahlavi era il nome invocato da chi è sceso in piazza e che oggi non esce proprio perché il figlio dello Scià ha chiesto di stare a casa. Usciranno quando sarà il momento di farlo e lì vedremo se gli iraniani, con la parte di forze armate pro-nazione, avranno la forza di rovesciare il regime».
E se non dovessero avere questa forza?
«Allora la guerra sarà vinta dal regime e da chi lo sostiene, vale a dire la Cina, la Russia e un pezzo dell’Europa».
Quale parte dell’Europa?
«Sanchez in primis. Ma in generale ci sono forze politiche, anche in Italia, che non vogliono che il regime cada. Ne prendiamo atto. Ma non vengano a parlarci di diritto internazionale. Il diritto internazionale avrebbe dovuto intervenire prima. Dov’era il diritto internazionale quando il regime massacrava quarantamila persone, amputava mani e occhi, uccideva le persone negli ospedali, e poi chiedeva 5 mila dollari per restituire le salme? Questa partita del doppio standard è finita. Perché ci sono 7-8 milioni di iraniani della diaspora che sono colti, uniti e che non danno tregua ai benpensanti di casa nostra, ai terzomondisti che soffrono per l’umanità senza guardare alle sofferenze degli umani».
Si riferisce a ciò che accade anche in alcune delle nostre piazze, dove gli iraniani della diaspora contestano chi manifesta contro gli Usa?
«È una situazione sociologica molto divertente: il mediorientale liberale contro l’occidentale oscurantista. È un rovesciamento della partita del pregiudizio».


















