Il conflitto in Medio Oriente riporta al centro la rete di basi Nato costruita da Washington in Europa dopo la Guerra fredda. Ma quali sono le più importanti tra queste installazioni militari?
La guerra che infuria in Iran diventa per gli Stati Uniti un banco di prova per capire se il telaio militare costruito in Europa dal secondo dopoguerra funziona ancora. Un’infrastruttura che passa non solo sul piano politico, ma anche su quello logistico e operativo. Basi, corridoi aerei, reti di comunicazione. In questo tipo di conflitto diventa centrale la parte sud dell’alleanza atlantica — il Mediterraneo — e quindi, di riflesso, l’Italia. I Paesi Nato sono stati tutti messi di fronte, nei giorni scorsi, alla scelta di fornire o meno le basi dell’Alleanza atlantica sul proprio territorio all’alleato americano per le operazioni militari in Medio Oriente.
LEGGI Iran, settimo giorno di guerra. Raid su Teheran, Tel Aviv e Beirut. Oms: Mille morti
Sia chiaro, gli aerei che colpiscono l’Iran non decollano dall’Europa ma dalle basi statunitensi in Israele, Giordania e altri Paesi arabi alleati. Tuttavia, le strutture europee sono snodi logistici essenziali per i rifornimenti di carburante e munizioni e per fare scalo da e per il fronte. Da sabato scorso, quando sono incominciate le operazioni militari, l’Europa si è divisa: alcuni Paesi hanno acconsentito all’utilizzo di tali basi, mentre altri – come la Spagna – lo hanno negato.
Il rifiuto spagnolo è in realtà parziale
Rifiuto in realtà parziale, perché gli accordi in sede Nato costringono i Paesi membri a fornirsi un livello di cooperazione minimo. Per non parlare degli accordi di cooperazione segreti che ogni Paese Nato sottoscrive con gli Stati Uniti al momento del suo ingresso, i cui termini e obblighi non sono mai stati resi noti.
Ma andiamo con ordine. Nel continente europeo i dati ci dicono che gli Stati Uniti mantengono una presenza militare stabile di circa 84mila uomini distribuiti su una cinquantina di installazioni tra basi aeree, porti e centri logistici. Disposizione pensata durante la Guerra fredda per contenere l’Unione Sovietica e rimasta in piedi anche dopo il 1991, adattandosi alle nuove crisi.
Alcune installazioni risultano però decisamente più centrali di altre.
Ramstein, Lakenheath e Souda Bay
In Germania la base di Ramstein, nella parte ovest del Paese, è il cuore del dispositivo aereo statunitense in Europa: qui ha sede il comando dell’U.S. Air Force per il teatro europeo e africano, oltre a uno dei principali hub logistici per il trasporto militare e il coordinamento delle operazioni aeree. Nel Regno Unito il sistema si articola soprattutto attorno alle basi di Raf Lakenheath e Raf Mildenhall, entrambe nell’est dell’Inghilterra.
La prima ospita reparti di caccia dell’U.S. Air Force come F-15E Strike Eagle e F-35A, mentre Mildenhall funge da base per velivoli di supporto come i KC-135 Stratotanker per il rifornimento in volo e gli MC-130 utilizzati dalle forze speciali. Spostandosi verso il Mediterraneo orientale ecco la base di Souda Bay, sull’isola greca di Creta, nella parte sud-est del Mediterraneo.
Si tratta di uno dei pochi porti naturali della zona in grado di ospitare unità navali di grandi dimensioni della marina statunitense e della Nato. Baia riparata, punto di appoggio cruciale per le operazioni nel Levante, nel Nord Africa e ovviamente nel Medio Oriente. Negli ultimi anni è stata utilizzata anche in chiave anti-Houthi nello Yemen per missioni di sorveglianza, rifornimento e supporto alle flotte che operano tra Mediterraneo orientale e Mar Rosso.
Le basi italiane
Sul suolo italiano sono ospitate alcune delle infrastrutture più rilevanti del sistema militare americano nel Mare Nostrum. La più nota è Sigonella, in Sicilia, una delle principali basi aeronavali degli Stati Uniti fuori dal territorio nazionale. Qui operano velivoli di sorveglianza, droni e assetti di intelligence che controllano costantemente Mediterraneo, Nord Africa e Medio Oriente. Base famosa anche per la crisi diplomatica del 1985 dopo il caso Achille Lauro. Ma Sigonella oscura spesso un altro nodo strategico.
A pochi chilometri di distanza, nel territorio di Niscemi, si trova il MUOS, meno visibile ma altrettanto importante. È una stazione terrestre del sistema satellitare di comunicazioni della U.S. Navy. Un tassello fondamentale della rete globale che collega satelliti militari, navi, truppe e velivoli. Attraverso questa infrastruttura passano dati, ordini e comunicazioni tra Mediterraneo, Medio Oriente e Asia Minore, permettendo il coordinamento delle operazioni militari su lunghe distanze.
Quando il progetto venne costruito, tra il 2012 e il 2015, la base fu al centro di un forte movimento di protesta in Sicilia. Attivisti incatenati alle antenne, campeggi permanenti e mobilitazioni del movimento No MUOS segnarono uno dei conflitti sociali più duri legati alla presenza militare americana. Negli ultimi anni l’attivismo — e il sostegno politico soprattutto della sinistra — si è molto attenuato. Ma l’infrastruttura è rimasta.
A Niscemi gli “occhi” della Marina Usa
Se Sigonella è la piattaforma operativa — la pista da cui partono missioni di sorveglianza e droni — il MUOS di Niscemi è la rete invisibile che permette a quelle operazioni di parlare con il resto del mondo. Ed è qui che sta il punto strategico. In uno scenario di guerra nel Medio Oriente queste infrastrutture diventano obiettivi sensibili. Paradossalmente ancora più Niscemi: perché le sue grandi antenne sono un nodo attraverso cui passano le comunicazioni e le informazioni americane verso il teatro mediorientale.
LEGGI Iran, Camera approva la risoluzione di maggioranza
Se Sigonella è la pista di partenza, il MUOS è uno dei ripetitori chiave degli “occhi” americani sul Medio Oriente. E così il conflitto allargato del golfo riaccende i riflettori su una rete costruita decenni fa. Una rete di basi, antenne e piste d’atterraggio che continua a fare dell’Europa — e soprattutto del suo fianco sud — una delle retrovie fondamentali delle operazioni militari degli Stati Uniti.



















