Dopo il terzo incontro inconcludente sul nucleare iraniano, Washington schiera una potenza di fuoco senza precedenti nella regione. Tra raid mirati, campagna aerea e guerra totale, il Medio Oriente torna sull’orlo del conflitto
Sospinti dall’inconcludente terzo incontro del negoziato sul nucleare iraniano tenutosi a Ginevra in settimana, tornano a levarsi con prepotenza i venti di guerra sul Medio Oriente. I tasselli della complessa rete di attacco americana nella regione – a partire dalla superportaerei Gerald R. Ford giunta in Israele dopo qualche imbarazzante problema con le latrine – sono ormai in posizione.
Centinaia di cacciabombardieri, due Gruppi d’Attacco Portaerei e decine di navi sono schierati non troppo lontani dalle acque della Repubblica Islamica. Una potenza di fuoco come non se ne vedeva, in Medio Oriente, dai tempi delle due guerre in Iraq e della Global War on Terror.
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Per volere del presidente Donald Trump gli Stati Uniti si tengono pronti per quella che rischia di diventare il più importante confronto militare sostenuto dal Paese in un ventennio. Un conflitto che ha tutto il potenziale per diventare un catalizzatore incontrollabile di crisi, e non solo nel Levante. Al momento, le ipotesi più probabili quando si parla di offensiva americana, o israelo-americana, contro Teheran sono almeno tre.
L’ipotesi dei raid mirati
La più leggera in termini di danni potenziali, nonché la meno costosa dal punto di vista economico e politico, è quella di una serie di raid mirati contro strutture nucleari iraniane. Lo scopo di una manovra di questo tipo sarebbe quello di permettere all’amministrazione Trump e al governo israeliano di rivendicare una “vittoria” contro il regime, anche se si tratterebbe evidentemente solo di un successo di natura tattica e propagandistica e non di un colpo letale al sistema di governo degli Ayatollah. Questa era l’ipotesi, assieme a quella di strike mirati contro la leadership iraniana, considerata più plausibile fino a qualche settimana fa.
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Del resto, i costi di uno scontro diretto con il Paese sarebbero enormi e difficilmente giustificabili di fronte all’elettorato americano. Tuttavia, visto il continuo aumento del dispiegamento di forze statunitense nell’area, attualmente questa ipotesi, pur rimanendo validi tutti i ragionamenti di natura economica, risulta sempre meno plausibile. Per condurre operazioni limitate, in fin dei conti, non serviva schierare tali e tante forze a ridosso dell’Iran, né prevedere mezzi e scorte sufficienti a settimane di scontri.
La campagna aerea su larga scala
Per questi motivi la seconda ipotesi, vale a dire quella di una lunga e duratura campagna aerea contro l’Iran, guadagna ogni giorno in credibilità. Viste le centinaia di velivoli, tanto stanziati a terra quanto imbarcati sulle navi della Marina, è possibile infatti che a Washington si stia meditando uno scontro aereo molto più incisivo, volto a devastare le capacità di protezione antiaerea iraniane e a distruggere parte del vasto arsenale missilistico del Paese. Obiettivi sulla carta raggiungibili, ma molto rischiosi per il personale militare impiegato.
La terza opzione è invece la meno probabile visti i costi enormi che comporterebbe. Volendo risolvere il “dilemma iraniano” una volta per tutte gli americani potrebbero infatti optare per una vera e propria guerra con operazioni di terra volte a decapitare il regime e favorire un regime change. Un’operazione almeno concettualmente non dissimile da quella svolta in Venezuela contro il regime di Nicolas Maduro, ma che in Iran assume caratteri specifici totalmente diversi. Il Paese è più grande, la leadership più strutturata, e un intervento diretto sarebbe un salto nel buio.
La possibile “guerra dell’aria”
Se sarà la guerra, dunque, è probabile che si tratterà di una vera e propria “guerra dell’aria”. Una guerra combattuta nei cieli del Medio Oriente, sotto gli occhi di collettività che per quasi tre decenni hanno vissuto sul fronte d’infiniti conflitti. Uno scontro fatto di caccia, missili e reti radar, deciso tanto dall’affidabilità dei mezzi impiegati quanto dalla disponibilità degli attori in campo di colpire duramente e in profondità i rivali.
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Una cosa è certa: in gioco, in Medio Oriente, non c’è soltanto l’equilibrio militare regionale, ma la stabilità dei mercati energetici, la sicurezza delle rotte nel Golfo e la credibilità stessa della deterrenza americana. Una crisi locale destinata, in poche ore, a diventare globale.



















