Lo storico Andrea Graziosi commenta la situazione in Ucraina a quattro anni dall’aggressione russa, perché Mosca non è riuscita a piegare Kiev e come la guerra sta cambiando Europa e ordine mondiale
Il 24 febbraio 2022 comincia l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Facciamo il punto sul lungo conflitto con lo storico Andrea Graziosi, docente di Storia contemporanea all’Università “Federico II” di Napoli, uno dei massimi esperti di storia della Russia e dell’Ucraina.
Sono passati quattro anni dall’inizio della guerra, ma forse è più corretto fissarne l’inizio al 2014: perché è cominciata?
«Esatto. Il problema si manifesta nel 2007-08. Vladimir Putin tiene uno storico discorso il 10 febbraio 2007 alla Conferenza di Monaco. Lì critica l’Occidente e la Nato: dice che la Russia ha sofferto ingiustamente, è stata depauperata e defraudata. A luglio nasce la Fondazione Mondo Russo che indica la sua intenzione di “riunire le terre russe”. Nell’agosto 2008 la Russia invade la Georgia: un gesto che passa sotto traccia, perché subito dopo, a settembre, scoppia la crisi finanziaria con il crollo di Lehman Brothers. Barack Obama vince le elezioni a novembre di quell’anno, ma è travolto dalla crisi finanziaria. Una crisi che rappresenta una svolta storica vera, segnata in Italia dalla caduta di Berlusconi, e che conferma a Putin che è possibile fare quanto annunciato a Monaco vista la debolezza dell’Occidente».
Putin capisce che può procedere perché non subirà conseguenze…
«In quel biennio elabora una strategia che prevede di imporre uomini suoi in Bielorussia e in Ucraina. Nel 2012 è convinto di aver vinto: Alexander Lukashenko comanda a Minsk, Viktor Janukovyc comanda a Kiev e lui ritorna presidente della Federazione russa dopo Medvedev criticato per la debolezza mostrata in Libia. Impone perciò a Janukovyc di non firmare il patto con l’Unione europea ma scatena così la rivolta del 2014».
Ma Janukovyc scappa proprio nel febbraio 2014 dopo le proteste di Euromaidan…
«E pochi giorni dopo Putin attacca la Crimea. Capisce che gli Usa non vogliono occuparsi dell’Europa perché sono preoccupati dalla Cina. Quando i russi vincono dopo alcune difficoltà la prima guerra nel Donbass, per la prima volta Washington dice agli europei: occupatevene voi. Da qui derivano gli accordi di Minsk: un grande fallimento perché francesi e tedeschi volevano fare accordi con la Russia e non avevano capito Putin. Lasciati soli per la prima volta dagli Usa, gli europei falliscono clamorosamente».
Poi arriva Donald Trump…
«Incoraggiato dagli eventi del 2014-2015, Putin pensa di rifarsi con la forza, preparandosi durante la presidenza Trump. Il saggio “Sull’unità storica dei russi e degli ucraini”, che espone gli argomenti che giustificano l’invasione, viene pubblicato il 12 luglio 2021 quando i servizi americani e britannici sono certi che si prepara un’invasione. Eppure proprio allora gli Usa di Biden lasciano l’Afghanistan dimostrando grandissima debolezza. Per Putin è la conferma che può agire». In quel saggio Putin spiega che l’Ucraina non è uno stato e che gli ucraini non sono degni di definirsi popolo… «Nella tradizione della chiesa ortodossa russa, il territorio ecumenico coincide con tre popoli: i russi bianchi (i bielorussi), i piccoli russi (gli ucraini), i grandi russi (quelli che vivono in Russia). È una delle radici della spinta ideologica di Putin: lui è un anticomunista bianco – infatti dà a Lenin la colpa di aver reso autonoma l’Ucraina ed è per questo che all’inizio l’Occidente, e Berlusconi, lo amano – e sposa l’idea imperiale ortodosso-zarista che ritiene Bielorussia e Ucraina territori della Russia. Questa concezione, unita alla crisi dell’Occidente, alla crisi finanziaria, al ritiro americano da Kabul e al fallimento degli accordi di Minsk, lo spingono a invadere l’Ucraina».
Doveva finire subito con la presa di Kiev e invece dura da quattro anni…
«In otto anni, dalla prima invasione del 2014, gli ucraini hanno invece dimostrato di saper costruire uno Stato. Oggi soffrono, vivendo in condizioni molto dure, ma lo Stato ucraino c’è: c’è un esercito che combatte, ci sono ferrovie che funzionano e portano i rifornimenti, c’è una popolazione che sostiene l’esercito».
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Come va a finire?
«Oggi gli ucraini subiscono una pressione enorme da Trump che vuole avere qualcosa da portare a casa prima delle elezioni di midterm. Allo stesso modo, se Trump perde le elezioni per Putin tutto si complica, per questo vuole chiudere la partita prima di novembre. Nei prossimi mesi la pressione sugli ucraini aumenterà. Ma lo Stato ucraino regge malgrado tutto. Washington non fornisce più missili antimissile a sufficienza – il che permette ai russi di colpire le reti di generazione elettrica – ma fornisce ancora l’intelligence».
Anche per l’Europa è una questione esistenziale?
«Non parlerei di Europa, che oggi è un’associazione di Stati e non un soggetto. Certo, l’esito di questa guerra segnerà il destino di alcuni Stati europei. Ai Paesi scandinavi e baltici, alla Germania, per esempio, la vicenda interessa, meno ai Paesi mediterranei».
Intorno a Mosca si è fatta terra bruciata: per Putin è già una sconfitta?
«Anche se gli ucraini alla fine perdessero il 20% dei territori, la loro vittoria sarebbe assicurata: hanno mostrato di avere un esercito e che i russi non ce la fanno. La Russia vuole la porzione di Donbass più urbanizzata e fortificata, dopo c’è la steppa, ma per conquistarla le servirebbero altri anni. In questo senso Putin ha già perso: da quattro anni non riesce a sconfiggere un Paese più piccolo e senza mezzi, mentre gli ucraini hanno dimostrato di esistere e di voler difendere la loro libertà. Putin voleva consacrarsi come l’artefice delle riunificazione russa: ma sa che potrebbe finire sui libri di storia con un fallimento. Nel 2022 puntava su Kiev, oggi anche se avesse tutto quel che chiede dovrebbe contentarsi. Il suo schieramento internazionale sta vivendo una catastrofe: Svezia e Finlandia sono entrate nella Nato, ha perso Siria e Venezuela, i Paesi dell’Asia centrale si sono distaccati, Cuba senza energia rischia di cadere nelle mani dell’America e rischia di veder cadere anche l’Iran».
Viceversa l’Ucraina ha dato prova di resistenza e oggi conta qualcosa sul piano economico e militare.
«Sul piano economico l’Ucraina può offrire molto all’Europa, ma non quanto la Russia. La vera novità è sul piano militare: gli ucraini hanno reinventato la guerra. La struttura militare europea è inadeguata a combattere la guerra moderna. L’Europa ha i carri armati ma non ha i droni. Oggi in Ucraina ci sono almeno 30-40 chilometri di territorio coperti dai droni delle due parti. Gli ucraini hanno aggiunto i droni terresti che trasportano mitragliatrici: così combattono nei bunker come se giocassero alla Playstation. Su questo nuovo modo di combattere hanno costruito un’industria bellica di prim’ordine, da più punti di vista più avanzata di quelle italiana e francese. Tutta la struttura della Nato va ripensata: se non hai droni, intelligenza artificiale e satelliti non fai niente».
Oggi l’Europa è la prima sostenitrice finanziaria di Kiev.
«Ci sono segnali forti per la prima volta dopo Minsk: Germania, Francia, Regno Unito e Italia danno segni di indipendenza inediti e i 90 miliardi promessi a Kiev sono importanti».
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Dalla guerra in Ucraina può sorgere un’Europa nuova?
«Dipende se l’Europa riesce a strutturare comandi strategici unificati e se si avvicina a essere un soggetto unitario: non dico uno Stato, ma almeno un coordinamento militare. Concordo con il federalismo pragmatico di Draghi, ma finora ha prevalso l’Europa delle nazioni basata sul potere di veto. Se si riesce a uscire da questo stallo, l’Europa può costruire qualcosa».
Da questa guerra può venir fuori un nuovo ordine internazionale? E che ruolo può giocare l’Europa?
«Il fatto che questa guerra non sia diventata mondiale come nel secolo scorso, quando alcuni Stati europei erano degli imperi, mostra già la relativa emarginazione dell’Europa. In futuro ci saranno chiaramente tre grandi superpotenze: Usa, Cina e India. Ce ne potrebbe essere anche una europea, che ha la potenzialità economica e le dimensioni necessarie. Ma per esserci serve un coordinamento delle strutture politico-militari».



















