L’Iran prepara una bozza di accordo nucleare mentre Washington rafforza il dispositivo militare. Tra minacce, deterrenza e orgoglio politico, il rischio di un conflitto Iran-Usa non appare più remoto.
«L’Iran sta affrontando la sua peggior minaccia militare dal 1988. Stiamo mettendo la leadership in sicurezza e il sistema politico in massima allerta per prevenire una decapitazione e proteggere le nostre strutture nucleari». Così un alto funzionario iraniano al Wall Street Journal fotografa una situazione critica a Teheran mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi prova una mossa diplomatica per prendere ancora un po’ di tempo e annuncia: «Tra 2-3 giorni avremo pronta una bozza iniziale di accordo da sottoporre a Steve Witkoff. Avremo bisogno di un’altra sessione per discutere quella bozza e poi usarla come base per ulteriori colloqui, lavorando sui dettagli e avanzando verso un accordo serio».
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È il tentativo finale di tenere in vita il negoziato mentre il Pentagono prepara il conflitto. Secondo funzionari americani citati da Reuters, i piani sono «in fase molto avanzata» e comprendono opzioni «da attacchi mirati contro individui fino a tentativi di rovesciare il regime». Il presidente Donald Trump, alla domanda su un eventuale strike limitato, ha risposto secco: «Il massimo che posso dire è che lo sto considerando».
Gli Usa mostrano i muscoli nel Golfo
Sul campo si conta intanto un dispiegamento statunitense che comprende 120 velivoli tra F-35, F-22, F-15 e Awacs, mentre la portaerei USS Gerald R. Ford si dirige verso il teatro mediorientale. Una dimostrazione di forza che rende la crisi più concreta e visibile, alimentando la percezione che l’opzione militare non sia soltanto uno strumento di pressione negoziale.
Araghchi fissa il perimetro politico iraniano: «Non esiste una soluzione militare per il programma nucleare iraniano. Hanno ucciso i nostri scienziati, ma non sono riusciti a distruggere il nostro programma nucleare. È una tecnologia sviluppata da noi, ci appartiene e non può essere eliminata con bombardamenti». E ancora: «Non consideriamo gli americani come nostri nemici. Consideriamo ostili le politiche del governo americano. Quando queste ostilità cesseranno, potremo forse considerare un diverso tipo di relazione». Sull’arricchimento: «La parte statunitense non ha chiesto l’arricchimento zero».
Il rischio è evidente: una guerra Iran-Usa non sarebbe un conflitto circoscritto. Trump sulla mappa ha spostato tanta forza bellica da sembrare il più ricco di carri armati del Risiko globale. Ora fare un passo indietro lo metterebbe in difficoltà etichettandolo come “debole”. Dall’altra parte Teheran non è Caracas. La potenza balistica iraniana promette di essere letale, anche se non conosciamo l’entità delle riserve dopo la guerra dei dodici giorni.
La resilienza dei Pasdaran
I Pasdaran preparano la resilienza: obiettivi sensibili interrati, siti schermati, infrastruttura governativa messa in sicurezza. L’Iran sembra strutturarsi per assorbire un eventuale primo colpo e mantenere capacità di risposta, in uno scenario che richiama la memoria della guerra con l’Iraq.
L’unico che sembra non cambiare routine è Ali Khamenei: l’anziano leader della Repubblica islamica continua a mostrarsi in pubblico, sornione, non curante delle minacce — e delle voci che lo vorrebbero in fuga come Bashar al-Assad nei momenti più bui della guerra siriana. L’Iran sembra pronto a tornare al clima della guerra con l’Iraq 1988. La domanda è se lo sia anche l’Occidente.


















