Addio a Jesse Jackson, storico leader dei diritti civili negli Stati Uniti. Dal movimento con Martin Luther King alle campagne presidenziali, 84 anni di lotta per uguaglianza e giustizia
Il reverendo Jesse Jackson, storico leader dei diritti civili americani e due volte candidato alla Casa Bianca, è morto all’età di 84 anni. La famiglia ha confermato la notizia in una nota, spiegando che è “andato via serenamente”, senza specificare le cause.
Negli ultimi mesi era stato ricoverato per una rara malattia neurodegenerativa, la paralisi sopranucleare progressiva, come riferito dall’organizzazione da lui fondata, la Rainbow PUSH Coalition. Nel 2017 aveva annunciato di soffrire di Parkinson.
L’erede politico di Martin Luther King
Jackson è stato “la figura nera più influente d’America” negli anni compresi tra l’assassinio di Martin Luther King Jr. nel 1968 e l’elezione di Barack Obama nel 2008. Dopo la morte di King, cercò di raccoglierne l’eredità morale. Non raggiunse mai la statura simbolica del leader assassinato né il traguardo politico di Obama, ma divenne una forza morale e politica in un’America ancora segnata dalla memoria delle leggi razziali e dalla marginalità del potere politico afroamericano.

La “Rainbow Coalition” e il sogno
Jackson elaborò una visione populista e inclusiva: la “Rainbow Coalition”, una coalizione arcobaleno dei poveri, degli emarginati, delle minoranze e delle classi lavoratrici. Al Congresso democratico del 1984 a San Francisco pronunciò uno dei discorsi più celebri della politica americana contemporanea:
“La mia base è fatta di disperati, dannati, diseredati, disprezzati”
Nel 1988, ripeté il suo appello a “Keep hope alive”, tenete viva la speranza, trasformando lo slogan in un manifesto politico. La sua idea era chiara: unire le periferie dell’America – nere, bianche, latine – intorno a giustizia sociale, diritti civili e uguaglianza economica. Quella visione, anche se non sempre tradotta in politiche concrete, contribuì a definire l’anima progressista del Partito Democratico negli ultimi decenni del Novecento e ha influenzato movimenti come Black Lives Matter.
“Non guardare mai nessuno dall’alto in basso, a meno che tu non lo stia aiutando a rialzarsi”
Due corse alla Casa Bianca
Jackson si candidò alle primarie democratiche nel 1984 e nel 1988. Nel primo tentativo ottenne oltre 3 milioni di voti; nel secondo quasi 7 milioni, arrivando a conquistare il 29% dei consensi alle primarie. Non vinse mai la nomination, ma fu il primo afroamericano a diventare un serio contendente in una competizione presidenziale nazionale.
Nel 2008 pianse pubblicamente a Chicago la notte dell’elezione di Obama, l’uomo che realizzò quel traguardo che lui aveva sfiorato.
Luci e ombre di un protagonista
Figura carismatica e controversa, Jackson fu spesso accusato di eccessivo protagonismo. Alcuni membri della cerchia di King lo criticarono per aver cercato di assumere un ruolo centrale dopo l’assassinio del leader nel 1968.
Negli anni affrontò polemiche personali e politiche, ma rimase una presenza costante nella vita pubblica americana: dalle missioni diplomatiche informali all’impegno contro le disuguaglianze economiche, fino alle proteste per i diritti di voto.
Dal Sud segregato alla leadership
Nato nel 1941 a Greenville, in Carolina del Sud, in piena epoca di segregazione, Jackson crebbe in un contesto segnato dal razzismo istituzionale. Studiò prima all’Università dell’Illinois con una borsa di studio sportiva e poi alla North Carolina A&T, ateneo storicamente afroamericano. Entrò nel movimento per i diritti civili negli anni Sessanta e nel 1965 si unì alla Southern Christian Leadership Conference, lavorando accanto a King nelle campagne contro la discriminazione economica.
Molti osservatori hanno sottolineato come Jackson sia rimasto “tra due epoche”: troppo giovane per essere il simbolo eroico degli anni Sessanta, troppo in anticipo per vincere nell’America politica pre-Obama.
Eppure, come ha osservato lo storico Clayborne Carson citato dal New York Times, il suo ruolo fu decisivo nel tradurre le conquiste dei diritti civili in potere elettorale concreto, aprendo la strada a una nuova generazione di leader.
L’eredità del reverendo Jackson
Jackson si definiva più un leader morale che politico. “La mia missione è trasformare la mente dell’America”, disse nel 1988.
Non riuscì a realizzare pienamente il suo sogno di unire le classi lavoratrici di ogni colore in un’unica alleanza progressista. Ma la sua battaglia per uguaglianza, dignità e rappresentanza resta una delle più significative nella storia politica e civile degli Stati Uniti.


















