Nel corso degli anni la Repubblica Islamica è diventata punto di riferimento per i movimenti terroristici della regione, ma il regime degli ayatollah ora soffre
Il Foglio di mercoledì 11 febbraio ha ripubblicato un articolo sul nucleare iraniano del 2006, che, per le preoccupazioni che esprime attraverso il compianto scrittore israeliano Avraham Yeoshua, potrebbe essere scritto oggi. L’ansia di Israele, le tensioni fra i Paesi del Golfo e nell’intera area mediorientale, le preoccupazioni degli USA. Dopo l’effetto da giorno della marmotta che produce una lettura simile, viene da chiedersi che cosa sia sia fatto in questi anni, visto che sembra di ritrovarsi ad affrontare una stessa, identica situazione: intervenire o no? E, se sì, chi potrebbe prendere il posto degli ayatollah alla guida del Paese? Dilemmi ancor più stringenti dopo ciò che ha attraversato il Medio Oriente negli ultimi 25 anni.
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La sottovalutazione
In realtà, gli interventi non sono mancati: da uno dei più lunghi embarghi della storia, alle azioni di boicatoggio israeliane contro l’arricchimento dell’uranio, fino alla guerra dei 12 giorni del giugno scorso, che ha visto l’aviazione di tzahal scorrazzare nei cieli iraniani, anticipando il bombardamento dei siti nucleari dei B-52 stealth americani. Se, però, l’articolo del 2006 ammoniva rispetto ad una sottovalutazione del pericolo a cui l’intera regione stava andando incontro, peccava di ottimismo. Nel processo di sottovalutazione della strategia aggressiva della Repubblica islamica dovremmo, infatti, indietreggiare di un bel po’, fino al momento della sua nascita, quando godette del supporto di buona parte dell’intellighenzia occidentale.
Una volta insediatasi in solitaria dopo il sequestro dell’ambasciata statunitense a Teheran del 4 novembre 1979, la Repubblica islamica ha immediatamente mostrato la sua capacità espansiva con la risposta al tentativo occidentale di strozzarla in culla attraverso l’invasione irachena del 1980. Le tappe sono chiare: nel 1982, fondazione di Hezbollah in Libano, che l’anno seguente compirà il primo, grande attentato con l’attacco suicida all’ambasciata statunitense a Beirut, causando 64 vittime civili, quasi tutte membri dello staff dell’ambasciata stessa.
Gli attentati
Tecnica avallata dalla riforma teologica khomeinista (l’Islam proibisce il suicidio) già sperimentata pochi mesi prima con l’attentato kamikaze di Ahmed Qasir al quartier generale del commando israeliano a Sud della città di Tyre. Di lì, una serie di attacchi senza soluzione di continuità, dove verranno colpite senza remora altre sedi diplomatiche come l’ambasciata francese e l’abitazione dello stesso ambasciatore Paul-Marc Henry. L’attività delle milizie sciite libanesi, il cui legame con l’Iran verrà definitivamente reso noto in un documento della CIA del 1985, si estenderà ben presto oltre i confini del proprio paese: sei morti e 86 feriti nell’attentato multiplo a Kuwait city del 1983, organizzato grazie all’appoggio logistico del Partito iracheno, sponsorizzato da Teheran, Dawa; 13 dicembre, allarmi attentati a Barcellona. L’idra iraniana comincia a prendere forma, proponendosi come marchio in franchising per l’intera galassia jihadista globale.
I gruppi terroristici
È il momento in cui la Repubblica islamica, che fin dalla rivoluzione del 1979 aveva esercitato un’enorme influenza sulle masse islamiche di tutto il mondo, comincia a diventare attrattiva per i movimenti fondamentalisti sunniti legati alla Fratellanza musulmana, rimasti senza protettori politici perché repressi in patria dai nuovi governi nazionalisti. È del primo gennaio 1984 un report della CIA che certifica come una serie di sigle dell’universo jihadista fossero «cover» dello stesso Iran. Tra queste, Al Majles al Islaami al Shi’i al A’la, Islamic Amal, il suo sottogruppo Husayni Suicide Commandos, Hizb al-Dawa, l’Unione degli Studenti Musulmani, Juhdallah.
Nel 1987, durante la prima intifada palestinese, nascerà Hamas, che troverà in Teheran il proprio principale finanziatore. I bersagli della sterminata sequela di attentati nel mondo sono: obiettivi civili e militari israeliani, obiettivi occidentali (entrambi nell’ottica di acquisire il consenso delle masse islamiche nella lotta egemonica interna al mondo musulmano) e Paesi sunniti.
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L’uscita di scena
Ad oggi, né le sanzioni né le guerre, né le rivolte interne che si susseguono ormai dal 2009 sono riuscite a far cadere un regime che ha dimostrato un’innata resistenza ad ogni forma di pressione e una capacità a giocare su tutti i piani di un conflitto, compreso quella della lawfare, come visto dalle polemiche attorno alla figura di Francesca Albanese. Il presente, però, non promette bene, ancor più dopo la caduta di Assad e con la Russia in altre faccende affaccendata. Le portaerei americane nel Golfo persico dicono solo una cosa: o Teheran si adeguerà al nuovo corso mediorientale con le buone, o sarà con le cattive. Un’onorevole e graduale uscita di scena, questa sola scelta sembra rimasta a Khamenei e ai suoi seguaci.


















