In Cina la condanna di Jimmi Lai, accusato di cospirare contro il regime. In Iran gli ayatollah metto il bavaglio ai riformisti
Condannato dal tribunale di Hong Kong a 20 anni di reclusione come cospiratore “colluso con forze straniere” per i rapporti con politici Usa nonché come colpevole di cospirazione per la pubblicazione di “materiale sedizioso” su Apple Daily, il quotidiano pro-democrazia in lingua cinese, ora chiuso, da lui fondato nel 1995. Jimmy Lai, il magnate dei media che ha utilizzato la sua ricchezza per criticare l’autoritarismo di Pechino e promuovere spazi di democrazia in Cina, ha trascorso la maggior parte degli ultimi cinque anni malato e in isolamento. Ieri ha accolto l’ingiusta pena, dopo 26 mesi di un processo farsa, senza un sussulto, da tempo pronto all’esito. Ha 78 anni: di fatto, per lui, è una condanna a morte. A nulla sono valsi i tentativi di mediazione condotti dal premier britannico Keir Starmer e dal presidente americano Donald Trump.
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La repressione del dissenso
Con questa storica sentenza Pechino smantella definitivamente l’influenza di una voce libera, accusata di aver orchestrato le proteste pro-democrazia di Hong Kong quasi sette anni fa. Con Lai, il regime ha condannato con pene detentive fino a 10 anni ben sei dei suoi ex dipendenti del quotidiano. Il messaggio di Xi Jinping è chiaro: la finestra di libertà nell’enclave “occidentale” di Hong Kong si chiude definitivamente. Venerdì scorso un gruppo bipartisan di cinque membri del Congresso Usa ha scritto al comitato per il Premio Nobel per la Pace a Oslo, proponendo Jimmy Lai per il premio, ma la sua condanna rappresenta la fine di un’era. Pechino ha completamente tradito la promessa fatta al Regno Unito di garantire l’autonomia di Hong Kong per 50 anni dopo il 1997.
La metropoli che era stata un faro del capitalismo democratico nell’Estremo Oriente è oggi in ginocchio sotto gli stivali di ferro di Xi. Come spiega un editoriale del Wall Street Journal è «la fine del sogno più ampio che Hong Kong, sotto il dominio cinese, potesse preservare le libertà che l’avevano trasformata da una roccia arida in un faro di speranza e opportunità». Cinque milioni di persone un tempo libere sono oggi in catene. Ora la paura di finire nella morsa del regime totalitario si diffonde a Taiwan. La sentenza contro Lai è un chiaro messaggio di Pechino a Taipei: se l’isola dovesse ritornare sotto il governo del partito comunista cinese la sua sorte sarebbe la cattività. Usa, Giappone, Corea del Sud e Australia sono in allerta da mesi.
In Iran i riformisti sono messi a tacere
Ma le autocrazie orientali restano all’opera per spegnere il dissenso. In Iran prosegue la violenta repressione delle proteste che ha già causato migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. Nei giorni scorsi la detenuta premio Nobel per la pace Narges Mohammadi è stata condannata a un’altra pena detentiva di oltre sette anni. Ieri le forze di sicurezza del regime teocratico hanno arrestato alcuni funzionari del movimento riformista che mira a cambiare la teocrazia iraniana dall’interno. Tra questi, Azar Mansouri, la leader della coalizione riformista, e l’ex diplomatico Mohsen Aminzadeh, che ha servito sotto il presidente riformista Mohammad Khatami.
Tra gli arrestati c’è anche Ebrahim Asgharzadeh, uno degli studenti che guidarono l’assalto all’ambasciata statunitense a Teheran nel 1979, innescando la crisi degli ostaggi durata 444 giorni. L’iniziativa rappresenta una feroce recrudescenza: adesso il regime si scaglia pure contro la sua ala riformista perché, nel gennaio scorso, ha chiesto all’Ayatollah Ali Khamenei, leader supremo dell’Iran, di dimettersi dall’incarico e istituire un consiglio di governo transitorio per garantire una transizione pacifica nelle istituzioni del paese.
Il senso di tradimento
L’agenzia di stampa statale iraniana IRNA accusa i riformisti di «organizzare e guidare attività che turbano la situazione politica e sociale del Paese, in un contesto di minacce militari da parte degli Stati Uniti e del regime sionista». Nel frattempo, un corrispondente da Teheran di Al-Monitor, autorevole testata online specializzata sul Medio Oriente, il cui nome è omesso per motivi di sicurezza, ha avvertito in un messaggio WhatsApp che «un profondo senso di tradimento sta iniziando a diffondersi» nella popolazione iraniana. L’oggetto della delusione popolare è Donald Trump: nelle settimane scorse aveva promesso interventi contro il regime per mettere fine alla repressione, ma «molti ora sostengono che il presidente degli Stati Uniti li abbia di fatto abbandonati».
Secondo Behnam Ben Taleblu, senior director del programma Iran presso la Foundation for Defense of Democracies, «il governo iraniano sta partecipando ai negoziati non solo per scoraggiare gli imminenti attacchi statunitensi, ma anche per demoralizzare i manifestanti iraniani». Mentre le opinioni pubbliche occidentali sonnecchiano, milioni di iraniani dissenzienti chiedono alle democrazie aiuto e difesa contro la dittatura teocratica.


















