I colloqui in Oman tentano di contenere un’escalation tra Stati Uniti e Iran, tra diplomazia indiretta, tensioni militari e crisi energetica globale.
Oggi, 6 febbraio, a Muscat, capitale dell’Oman, si accende un nuovo capitolo dei negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran, in un clima carico di tensione, schermaglie diplomatiche e presenze militari che ricordano quanto ogni parola pesi più di quanto sembri. Seduti al tavolo, separati ma sotto la mediazione omanita, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’inviato americano Steve Witkoff cercano di costruire, passo dopo passo, un fragile terreno comune.
La presenza del comandante del Centcom, Ammiraglio Brad Cooper, in uniforme, invia un segnale chiaro: la posta in gioco non è solo diplomatica, ma militare, e ogni parola pronunciata riecheggia tra le navi da guerra e le basi aeree della regione.
Diplomazia sotto minaccia
Contemporaneamente, il Dipartimento di Stato americano ha emesso un avviso urgente ai cittadini statunitensi in Iran, invitandoli a lasciare immediatamente il Paese o a mantenere la massima prudenza. È un promemoria che, mentre le delegazioni parlano, la tensione sul terreno resta concreta, le comunicazioni possono essere interrotte e la sicurezza dei civili è fragile. Anche una pausa o un silenzio tra i negoziatori assume il peso di un messaggio strategico, mentre il mondo osserva, trattenendo il respiro.
Araghchi ha definito il colloquio un «good start», sottolineando però che la sfiducia tra Teheran e Washington è profonda e radicata. L’Iran vuole mantenere il focus sul programma nucleare, evitando per ora di discutere missili balistici o questioni regionali. Gli Stati Uniti, pur rispettando il canale diplomatico, mantengono la pressione per ampliare l’agenda, includendo il sostegno iraniano ai proxy regionali e la sicurezza energetica globale.
Lo Stretto di Hormuz come epicentro della crisi
Il contesto resta volatile. Lo Stretto di Hormuz è sorvegliato da assetti navali americani e iraniani, mentre le Guardie della Rivoluzione continuano a mostrare la loro capacità militare, con esercitazioni e dimostrazioni pubbliche di missili balistici.
Negli ultimi giorni, l’Iran ha sequestrato due petroliere nel Golfo, mentre motovedette hanno tentato di abbordare una nave americana nello Stretto, subito protetta dalla copertura militare statunitense. Attraverso questo passaggio strategico passa oltre il 20% del petrolio globale e un quarto del gas naturale liquefatto. Ogni provocazione ha un effetto immediato sui mercati e sulla sicurezza energetica mondiale.
Le reazioni internazionali arrivano con prudenza e messaggi calibrati. Israele osserva attentamente, preoccupato che ogni apertura possa essere usata dall’Iran per rafforzare la propria influenza nella regione. L’Unione Europea invita alla calma e al dialogo costruttivo, mentre Mosca e Pechino si dichiarano disponibili a facilitare senza imporsi. Segnalando che qualsiasi accordo o rottura avrà conseguenze globali. La Russia ha sottolineato di poter contribuire alla gestione delle riserve di uranio iraniano, mentre la Cina osserva la situazione come un tassello strategico nei suoi legami sempre più stretti con Teheran.
Il prezzo umano sullo sfondo
Nel frattempo, in Iran, le strade continuano a raccontare un’altra storia: proteste represse, quartieri impoveriti, giovani fermati, famiglie in lutto. Le vite dei civili sono sullo sfondo, spesso ignorate nelle agende diplomatiche. Ma ogni escalation porta con sé rischi concreti per chi vive sotto il peso della repressione, della scarsità di carburante e della paura quotidiana. Le immagini dei quartieri colpiti e dei manifestanti uccisi ricordano che, mentre la geopolitica gioca la sua partita, i morti e i feriti contano davvero.
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Le trattative odierne non producono annunci risolutivi, ma segnano un momento chiave di contenimento reciproco. Un tentativo di evitare che la spirale di provocazioni militari e sequestri di petroliere sfoci in un’escalation incontrollabile. Il dialogo di oggi, a Muscat, non è una soluzione, ma un segnale che persino in un contesto di sfiducia totale, tensione militare e ambizioni geopolitiche contrapposte, il confronto resta l’unica strada. In un mondo dove la posta in gioco è alta e la fiducia scarseggia, restare seduti al tavolo diventa già un atto di responsabilità. Un segnale che, almeno per ora, la parola non è ancora stata sostituita dai missili.


















