Gli Stati Uniti stringono la morsa su Cuba colpendo il cuore della vita quotidiana: il carburante. L’embargo, per Washington, è un’arma
La morsa degli Stati Uniti attorno a Cuba si stringe come non accadeva da decenni e lo fa nel momento di massima vulnerabilità dell’isola. La crisi energetica che attraversa il Paese non è un effetto collaterale né una fatalità economica, ma il cuore pulsante di una strategia spietata che ha un nome antico e un obiettivo dichiarato: soffocare l’economia per piegare la politica.
Non si tratta più soltanto di sanzioni o isolamento diplomatico, ma di una pressione sistematica che colpisce la materia prima della vita quotidiana: il carburante. Senza petrolio si spengono le luci, si fermano i trasporti, rallentano gli ospedali, si inceppa l’intero corpo sociale.
«Siamo tornati agli anni Novanta», racconta Luis, tassista dell’Avana. «La benzina non c’è, i blackout continuano, e anche solo portare i bambini a scuola diventa un’impresa». La sua voce è calma, ma la stanchezza traspare: «Non è solo fatica, è vivere in attesa che qualcosa crolli». Non è la prima volta. Prima ancora che Cuba guardasse a Mosca, già nel 1960, a poco più di un anno dalla Rivoluzione del 1959 e prima ancora che la Guerra fredda si cristallizzasse in blocchi contrapposti, l’Avana firmava accordi strategici con l’Urss.
Le origini storiche dell’embargo
Segnando l’inizio di un’alleanza che avrebbe cambiato per sempre lo scacchiere caraibico mentre Washington aveva già deciso che l’esperimento rivoluzionario non doveva sopravvivere. L’embargo nasce all’inizio degli anni Sessanta non come risposta a una minaccia militare, ma come strumento politico per strangolare un progetto considerato intollerabile a poche miglia dalle coste statunitensi. Da allora, la logica non è mai cambiata: logorare, isolare, attendere il cedimento.
A rendere oggi esplicita questa continuità storica è stato lo stesso Donald Trump. Dallo Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che il Messico avrebbe cessato di fornire petrolio a Cuba subito dopo le minacce americane di imporre dazi ai Paesi che continuano a inviare greggio all’isola. «Cuba è una nazione fallita. Il Messico smetterà di inviarle petrolio», ha dichiarato, spiegando che Washington «sta trattando con i leader cubani».
Parole che suonano come un ultimatum politico, e confermano come l’energia sia diventata l’arma principale di questa nuova fase dell’embargo. Non è un embargo qualunque. Quello statunitense contro Cuba è l’unico al mondo ad avere carattere esplicitamente extraterritoriale: non colpisce solo l’isola, ma punisce chiunque osi commerciare con essa. Navi, banche, compagnie assicurative, fornitori di carburante vengono messi di fronte a una scelta secca: o Cuba o il mercato americano.
LEGGI America Latina, dalla marea rosa all’ondata conservatrice
Le condanne internazionali ignorate
Ogni anno, alle Nazioni Unite, questa pratica viene condannata quasi all’unanimità, con Washington sistematicamente isolata. Eppure, continua, rafforzata, aggiornata, trasformata in un meccanismo globale di pressione e intimidazione.
Gli effetti sono immediati e devastanti. La riduzione delle forniture energetiche aggrava una situazione già drammatica: blackout quotidiani e prolungati, trasporti paralizzati, distributori a secco o accessibili solo in valuta forte, servizi pubblici costretti a razionare l’elettricità. Ma il carburante, a Cuba, non muove solo automobili.
Alimenta i generatori degli ospedali, garantisce la refrigerazione dei farmaci, permette il funzionamento delle pompe dell’acqua e dei sistemi di irrigazione agricola. Senza diesel si ferma anche il cibo. Persino l’ambasciata statunitense a L’Avana ha messo in guardia i propri cittadini da interruzioni di corrente, proteste e carenze di carburante, ammettendo implicitamente che il sistema energetico cubano è sotto una pressione estrema.
Marco Rubio e l’obiettivo del cambio di regime
Non una crisi naturale, ma una crisi costruita. Al centro di questo disegno c’è una figura che incarna più di ogni altra la dimensione ideologica dell’offensiva americana: Marco Rubio. Il segretario di Stato cubano-americano non è soltanto un funzionario di governo, ma l’erede politico dell’esilio di Miami, cresciuto nel mito della “Cuba perduta”.
Davanti alla Commissione Esteri del Senato lo ha detto senza ambiguità: «Ci piacerebbe vedere un cambiamento di regime a Cuba». Ha precisato che gli Stati Uniti non intendono «farlo accadere» direttamente, ma il messaggio è chiaro. Rubio ha ribadito questa linea anche in successive interviste, lasciando intendere che, dopo l’azione militare in Venezuela e il colpo inferto all’asse Caracas-L’Avana, l’attenzione di Washington potrebbe concentrarsi ancora di più su Cuba.
Cuba, Venezuela e Iran: uno schema ricorrente
Il parallelo non è casuale. Da Cuba al Venezuela, fino all’Iran, la dottrina della “massima pressione” si ripete: sanzioni, isolamento, strangolamento economico. In nessuno di questi casi il regime change è arrivato. In tutti, il costo umano è stato altissimo. L’Avana respinge con forza questa narrazione e parla apertamente di guerra economica. Secondo il governo cubano, l’obiettivo degli Stati Uniti non è la democrazia, ma la resa. In questo quadro si inserisce il rafforzamento dei rapporti con Mosca.
Il sostegno russo e cinese
Cuba ha ringraziato pubblicamente la Russia per il sostegno contro quelle che definisce «politiche criminali» e di «strangolamento economico». Durante un colloquio con Sergei Lavrov, il ministro Bruno Rodríguez ha lodato la solidarietà russa. Anche la Cina, più cauta, continua a denunciare l’embargo e a sostenere il diritto di Cuba alla propria sovranità.
Per l’Avana, l’appoggio russo e cinese rappresenta una delle poche vie di resistenza in un sistema internazionale sempre più polarizzato. Ma questa resistenza ha un prezzo. Cuba torna a essere una linea di faglia dello scontro globale, un laboratorio dove si misura la capacità di una piccola nazione di sopravvivere alla pressione di una superpotenza.
Intanto, sull’isola, a pagare il prezzo più alto è la popolazione. La crisi del carburante si traduce in una vita quotidiana più dura, in sacrifici continui, in una tensione sociale crescente. Molti cubani riscoprono pratiche di sopravvivenza che ricordano il “Periodo Especial” degli anni Novanta.
Una resistenza che non si piega
È una resistenza silenziosa, lontana dalla retorica, che racconta la realtà di un Paese stretto tra le proprie fragilità interne e una pressione esterna che non concede tregua. A oltre sessant’anni dall’inizio dell’embargo, la politica statunitense continua a riproporre la stessa ricetta, sperando in un esito diverso. Ma la storia insegna che l’asfissia economica non produce democrazia: produce irrigidimento, nuove alleanze, fratture più profonde. Cuba resta un’anomalia storica, un’isola che non si piega nonostante tutto. Ed è forse proprio questa resistenza, più di qualsiasi ideologia, a renderla ancora oggi intollerabile per Washington.


















