4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Feb, 2026

Nucleare, ‘posizioni troppo distanti’: saltano i colloqui Usa-Iran

Il prossimo incontro del negoziato tra Stati Uniti e Iran sul nucleare salta. Per Teheran, troppo pesanti le richieste statunitensi


Non ci sarà nessun negoziato sul nucleare, né in Turchia né in Oman. La notizia, sconcertante, del collasso della nuova tornata negoziale tra Stati Uniti e Iran è arrivata in serata, cogliendo di sorpresa la comunità internazionale. Fino al pomeriggio, infatti, l’ipotesi di un nuovo incontro tra le due parti volto a discutere di arricchimento dell’uranio, programmi missilistici balistici e milizie era data praticamente per certa. A poco più di un giorno dagli incontri, previsti per venerdì, le parti si sono però tirate indietro.

Il collasso improvviso dei colloqui

Difficile ricostruire come sia andata veramente, ma secondo quanto fatto trapelare ai media gli americani avrebbero imposto agli iraniani l’accettazione totale della bozza di accordo presente sul tavolo. Bozza che però Teheran ha giudicato irricevibile, motivo per cui sono crollati i ponti diplomatici che stavano permettendo alle due parti di tornare a discutere.

A ben vedere, la bozza di accordo allo studio era effettivamente complicata da accettare per gli iraniani. La proposta a Stati Uniti e Iran dai mediatori egiziani, qatarioti e turchi prevedeva lo stop totale di Teheran all’arricchimento dell’uranio per almeno tre anni. Passato questo periodo iniziale, l’Iran avrebbe potuto ricominciare a potenziare il suo stock di uranio, limitando però l’arricchimento al di sotto dell’1,5 percento.

Il destino dell’uranio e il ruolo della Russia

Tutto l’uranio già arricchito oltre tale soglia avrebbe dovuto esser trasferito ad un Paese terzo e visto che Mosca si è più volte offerta di mettere al sicuro l’uranio iraniano è probabile che questo Paese sarebbe stato proprio la Russia, alleata dell’Iran.

Sul fronte del supporto alle milizie, l’Iran avrebbe dovuto accettare il totale smantellamento della rete di supporto ad organizzazioni quali Hezbollah, Hamas, Kataeb Hezbollah ed Ansar Allah, ottenendo in cambio, almeno in teoria, un patto di non aggressione formale con gli Stati Uniti.

È evidente, anche solo alla luce di queste indiscrezioni, che le richieste presentate a Teheran erano piuttosto pesanti e probabilmente irricevibili. Di fatto, la Repubblica Islamica avrebbe dovuto accettare di smantellare il suo più importante asset regionale, ovvero la sua rete di milizie alleate, per ottenere in cambio solo un accordo che poteva rapidamente diventare carta straccia.

Trump, affidabilità e rischio escalation

Il valore di un accordo scritto con gli Stati Uniti è basso visto che il presidente ha già dato prova di non essere coerente. Ma quella proposta poteva essere un utile via di uscita per gli Ayatollah. Quantomeno per evitare un conflitto aperto con gli Usa e evitare conseguenze nefaste per il Paese. E che colpirebbe il regime iraniano in un momento storico in cui è particolarmente debole e vulnerabile.

Forse proprio per questo motivo ieri, poco dopo l’arrivo della notizia del collasso dei negoziati, tra i media americani è cominciata nuovamente a circolare l’idea di un attacco imminente contro Teheran. Il presidente Trump, almeno a quanto fatto trapelare alla stampa statunitense, non ha infatti accantonato l’ipotesi di un’operazione militare contro il Paese. Anzi.

Una guerra tutt’altro che scontata

Ma una guerra con l’Iran, ora come a inizio gennaio, resta un proposito complesso e costoso e dall’esito tutt’altro che scontato. Sparita la chance di appianare le divergenze tra Stati Uniti e Iran non è detto che l’unica strada rimasta sia quella del conflitto aperto.

LEGGI Iran, la scelta impossibile di Trump: attaccare o scatenare il caos

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