18 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Gen, 2026

Iran, la scelta impossibile di Trump: attaccare o scatenare il caos

Dall’azione simbolica alla guerra su larga scala: gli Usa valutano come lanciare un attacco all’Iran senza provocare un’escalation incontrollabile, mentre l’obiettivo del regime change resta lontano


Attaccare, rischiando un’escalation incontrollabile, o ritirarsi in buon ordine e in silenzio? È questa una delle grandi domande che da giorni si pongono alla Casa Bianca il presidente Donald Trump e la sua amministrazione. Dopo aver dispiegato imponenti forze aero-navali — dal Gruppo d’Attacco della portaerei USS Abraham Lincoln a decine di velivoli da combattimento — Washington si interroga ora su cosa fare realmente di questa potenza militare. Colpire l’Iran? E, soprattutto, con quale obiettivo?

L’obiettivo politico di Trump

Secondo quanto riportato da diversi media statunitensi, l’ambizione del presidente sullo scacchiere mediorientale non sarebbe cambiata dall’inizio di gennaio: Trump punta a un regime change, fino al crollo definitivo del Nezam, il sistema khomeinista, e a un cambio radicale del paradigma politico iraniano. I vertici militari, al contrario, sembrerebbero orientati verso un’azione simbolica, a basso rischio ma dall’impatto strategico limitato.

Le valutazioni della Casa Bianca

Le varie possibilità tattiche e strategiche, secondo quanto fatto trapelare alla stampa, sarebbero state tutte presentate gli scorsi giorni al presidente e al suo staff, che le starebbero studiando con attenzione. Molto dipenderà dalla risposta iraniana alle richieste statunitensi in materia di disarmo missilistico e smantellamento del programma nucleare di Teheran. Vista la reticenza di entrambi gli attori a trovare un compromesso su questa questione, però, la possibilità che gli Stati Uniti lancino qualche tipo di operazione contro la Repubblica Islamica si fa più concreta ogni giorno che passa. Resta da vedere di che tipo e, soprattutto, di che intensità.

Le opzioni Usa per l’attacco all’Iran

A livello militare, infatti, le opzioni sul tavolo per gli americani sono almeno quattro, con un livello crescente di efficacia strategica. L’azione più moderata, meno costosa e pericolosa sarebbe quella di un attacco totalmente simbolico, mirante a colpire qualche figura o gruppo connesso alle azioni di repressione del dissenso a cui si è assistito a inizio 2026. Un bombardamento di precisione contro una struttura dei Basij o dei Pasdaran rientrerebbe pienamente in questa prima ipotesi.

Lo stesso varrebbe per l’uccisione di un ufficiale minore delle forze di sicurezza connesso con i massacri dei civili. Una manovra di questo tipo avrebbe, almeno ipoteticamente, il vantaggio di essere talmente lieve da non provocare necessariamente una risposta diretta da parte iraniana. Sul lato politico, poi, permetterebbe a Trump di rivendicare comunque il fatto di aver “punito” parte dei colpevoli delle repressioni dei manifestanti.

Colpire i Pasdaran

Una seconda linea di azione, più pesante, potrebbe invece essere quella di colpire direttamente e in maniera più incisiva forze quali i Pasdaran, con l’intento di ridurre l’efficacia complessiva dell’organizzazione e la sua capacità di azione. In questo caso, l’attacco potrebbe assumere l’aspetto di una campagna mirata ma più estesa contro la leadership del Sepah-e Pasdaran. L’obiettivo sarebbe quello di decimare i comandi del Corpo e lasciarlo senza ufficiali anziani validi. Un’offensiva di questo tipo avrebbe un rischio maggiore di provocare una risposta, ma sarebbe decisamente più efficace sul piano strategico.

Raid contro infrastrutture nucleari

La terza opzione, invece, potrebbe essere quella di una vasta campagna di raid e bombardamenti contro le principali infrastrutture nucleari e militari del Paese, sulla falsariga di quanto compiuto da Israele durante la guerra dei 12 giorni. Lo scopo sarebbe quello di indebolire ulteriormente il regime iraniano e danneggiare o distruggere completamente i suoi siti di arricchimento dell’uranio. Un obiettivo non facile da raggiungere ma probabilmente entro il raggio delle capacità operative delle forze armate statunitensi.

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Il rischio escalation

È evidente che agire in questo modo, però, non potrebbe che provocare un’escalation con l’Iran e una risposta armata da parte di Teheran, quand’anche si trattasse “solo” di una flebile serie di attacchi missilistici contro le basi americane nella regione o contro Israele. Attacchi di questo tipo, inoltre, non garantirebbero la caduta del regime, né una reale apertura a un serio cambiamento politico in Iran.

La guerra totale come ultima opzione

Per provocare un regime change, come sembra sia intenzione di Trump, l’unica reale linea di azione resta quella di un attacco in profondità, tanto aero-navale quanto terrestre, i cui costi umani, politici e materiali sarebbero però decisamente considerevoli. Forse persino impossibili da coprire, visti gli impegni e le necessità strategiche e geopolitiche degli Stati Uniti.

Uno scenario ingestibile

Causare la caduta di un regime come quello iraniano vorrebbe dire dichiarare guerra a un attore statuale dotato di considerevoli risorse militari e in grado di reggere a un conflitto prolungato su larga scala. Vorrebbe dire, inoltre, ipotizzare scenari poco plausibili, che comprenderebbero sbarchi di militari americani sul suolo iraniano, quand’anche solo nella forma di incursioni di forze speciali. Decapitare il regime uccidendo la Guida Suprema e i suoi alleati probabilmente non basterebbe a innescare un cambio di regime, vista la resilienza interna del Nezam.

Un Medio Oriente in fiamme

Scegliere questa linea di azione, in ultima analisi, significherebbe incendiare incontrollabilmente il Medio Oriente, provocando un conflitto la cui portata è difficile da immaginare. Così come sono difficili da prevedere le conseguenze che un simile gesto potrebbe avere non solo sull’ordine regionale, ma sull’intero scacchiere geopolitico globale.

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