29 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Gen, 2026

Fattorini: «Trump è un narcisista con manie messianiche»

La storica Emma Fattorini analizza le guerre contemporanee, il fondamentalismo religioso, la torsione autoritaria negli Stati Uniti e le ambiguità europee


Studiosa di Storia della Chiesa, Emma Fattorini è tra le fondatrici di Azione, di cui è ora vice-presidente. Senatrice Pd nella passata legislatura, è rimasta punto di riferimento di una componente cattolica trasversale che prescinde dai partiti e anima il dibattito nella società civile.

Professoressa, come si configurano oggi le guerre da un punto di vista strettamente storico?

«Parto da lontano. Dopo la Prima guerra mondiale ci fu la dissoluzione dei vecchi imperi, la debolezza crescente delle vecchie classi liberali e alle le speranze suscitate dalla Rivoluzione bolscevica. La nuova epoca si caratterizzò, fin da subito, da una estremizzazione di due poli, uno reattivo all’altro. Che per semplificare chiameremo quello reazionario e quello rivoluzionario. Un’epoca stretta nella famosa “tenaglia rosso-nera” come era definita, nella Repubblica di Weimar, la polarizzazione tra comunismo dei Soviet e regimi autoritari. Oggi (e non lo dico solo come provocazione) mi fa pensare al successo delle attuali posizioni rosso-brune attuali, la AfD tedesca».

Che peso hanno le ideologie e le religioni nei conflitti attuali?

«Le guerre, anche quelle otto-novecentesche, non sono mai state combattute ‘solo’ per ragioni di supremazia economica, politica, territoriale. E questo è vero tanto più oggi. Nella polveriera medio-orientale l’elemento religioso e ideologico è palmare: terra e appartenenza religiosa coinvolgono, in primo piano, il protagonismo conflittuale delle tre religioni monoteiste, con la ripresa in Israele del sionismo religioso.

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Lo stesso conflitto bellico tra Russia e Ucraina, iniziata in seguito all’aggressione russa il 24 febbraio 2022, non è ‘solo’ una questione di confini: si nutre anche di emozioni e nostalgie. In primo luogo le diverse chiese ortodosse, tutt’altro che sorelle, e quella russa paladina del richiamo di Putin ai sentimenti religiosi del popolo».

Che giudizio storico dà oggi di Donald Trump?

«Negli Stati Uniti, oltre al rafforzamento delle sette evangeliche, Trump mette in campo una lettura messianico-apocalittica del suo “avvento” (veicolata anche dal nostrano Viganò, oggi scomunicato). Si ha così un fondamentalismo cristiano cattolico che legittima lo scavalcamento delle istituzioni. (Vance si converte nel 2019 legato a Peter Thiel e al pensiero di René Girard). Tutto ciò giustifica e nobilita persino la violenza, la forza e la sopraffazione, perché “Dio lo vuole”. Quale giustificazione più potente degli orrori di Trump?».

Con un Papa americano, non crede che il Vaticano dovrebbe far sentire una voce forte e meno ambigua davanti alle derive autoritarie, invece di rifugiarsi nella sola diplomazia?

«Non sono d’accordo. Mi sembra una voce molto forte e per niente ambigua, quella di Prevost. Un Papa agostiniano e americano, sobrio e moderato di carattere, è lontano mille miglia dal pensiero e dall’operato di Trump. Il Papa ha dalla sua parte una buona parte dell’episcopato statunitense, basti pensare alla reazione dei vescovi sulle orrende vicende dell’Ice a Minneapolis. In primo luogo sulle politiche anti-migranti. Bellissimo al riguardo l’Angelus del Papa di domenica scorsa, quando ha commentato il battesimo di Gesù: Giovanni Battista viene incarcerato e la situazione è drammatica, confusa, e il Cristo non teme di ‘mischiarsi’, di affrontare differenze e conflitti tra le varie genti. Dicevo i migranti per non parlare dell’orrore di quelle vere e proprie esecuzioni contro cittadini inermi avvenute a Minneapolis… Così come le ripetute critiche del Papa alla demolizione sistematica del diritto internazionale, della supremazia della violenza e della legge del più forte. Così lontani dai principi dell’umanesimo fondato sul rispetto della persona».

Trump… unto dal Signore…

«È la caricaturale onnipotenza narcisistica di Trump di incarnarsi nel nuovo messia. Tra le sue ultime uscite quel: “sono certo che Dio sarà molto contento di quello che ho fatto nell’ultimo anno”. Per non parlare dell’aiuto divino nell’essere scampato all’attentato all’inizio del mandato: predestinazione, funzione messianica. Non solo il Gott mit uns (Dio è con noi) proclamato dalle nazioni nelle guerre novecentesche ma la sua stessa identificazione con una figura divina».

Giorgia Meloni non ha preso una distanza netta né da Trump né dalle politiche dell’Ice: è semplice cautela diplomatica o una scelta politica che rischia di isolare l’Italia dentro l’Ue?

«Sì Meloni è troppo morbida con Trump ma, anche se fa bene ad avere una postura di mediazione, dovrebbe mantenere più autorevolezza, ad esempio: No alle scivolate sull’opportunità di conferirgli il premio Nobel che sembra tanto: “accontentiamo il bambino così farà un po’ meno capricci”. Meloni dovrebbe invece essere in prima fila nel volere un rafforzamento dell’Europa nella prospettiva indicata da Draghi nei suoi ultimi interventi, cioè sulla Difesa e la politica strategico-economica. Ma la debolezza della Meloni è più sul piano interno che non su quello internazionale».

La Giornata della Memoria è attraversata da polemiche feroci: accuse di antisemitismo, scontri politici, il duro dissenso tra Delrio e il Pd. Siamo ancora davanti a un esercizio di memoria storica o a una strumentalizzazione che svuota il senso stesso della ricorrenza? E da storica, lei come valuta l’uso sempre più selettivo dell’accusa di antisemitismo nel dibattito pubblico italiano: è uno strumento di vigilanza morale o un’arma politica che rischia di banalizzare la storia che vorrebbe difendere?

«L’errore più grave è quello di considerare l’antisemitismo come un ‘monolite’, avendo in mente solo la Shoah. È invece tante cose: precedenti (l’anti-giudaismo cristiano che sta all’origine di tutto) e quello attuale, schiacciato sull’orribile governo di Israele, che però non deve mai giustificare l’antisemitismo. Esso viene da lontanissimo ma oggi ha caratteri nuovissimi. Non capirlo fa scomparire il vero pericolo: la volontà di eliminare Israele. Il Pd sbaglia profondamente e gravemente a non sostenere il Ddl di Graziano Delrio».

Carlo Calenda e Azione: un progetto nato per superare gli schieramenti che oggi appare sempre più vicino a Forza Italia. È il segno di un centro finalmente adulto o l’ennesima conferma che, in Italia, il centro finisce sempre per cercare riparo nel potere?

«Calenda non si sta “spostando a destra”. Azione resta ancorata alle sue origini. Ora penso che ci siano tutte le premesse per un centro maturo, senza schierarsi pregiudizialmente o con l’uno o con l’altro ma scegliendo in base ai programmi, opponendosi nettamente ad un bipolarismo dissennato».

Sì ma come la mettiamo con Salvini e Vannacci?

«Chiaro che Calenda e Azione non staranno mai dove c’è Salvini e Vannacci. Alla base c’è l’incompatibilità sulle figure estreme della destra e con gli altri estremi della sinistra. Coltiviamo l’idea di un riformismo pragmatico, chi ci sta è benvenuto»

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