La minaccia di escalation sulla Groenlandia rientra, ma il confronto resta sul tavolo e dimostra tutte le fragilità dell’alleanza occidentale
Groenlandia, la minaccia e l’emergenza sono rientrate. Il dossier, però, resta aperto e continua a scottare. Il segretario generale della Nato ha svolto un lavoro efficace nel suo ruolo di coordinatore di un forum di discussione quale è l’Alleanza. Ma i dettagli vanno discussi. E sono i dettagli, come spesso accade, a fare la differenza.
Le linee rosse di Danimarca e Groenlandia
A chiarirlo sono state prima la premier danese Mette Frederiksen e poi il suo omologo groenlandese Jens Nielsen: «Non conosciamo i dettagli ma è chiaro che nessun accordo è possibile senza di noi. Siamo pronti e disponibili ad avere una missione Nato concreta e stabile in Groenlandia per cooperare. L’abbiamo chiesta al segretario Rutte. Ma sovranità e integrità territoriale sono una linea rossa invalicabile. Così come la scelta di essere parte del regno di Danimarca, della Ue e della Nato». Una posizione netta, che delimita il perimetro entro cui ogni negoziato può muoversi.
Davos e il colpo di scena di Trump
Serve molta cura, e anche “attenzione alla comunicazione”, come ha sottolineato la premier Giorgia Meloni, nel gestire i rapporti con la Casa Bianca di Donald Trump. Mercoledì a Davos il presidente americano ha però superato ogni previsione: un’ora di faccia a faccia con il segretario generale Nato Mark Rutte e, alle 20.27, l’uscita davanti alle telecamere con cappotto e sciarpa rossa per annunciare: «Ottimo accordo sulla Groenlandia, stop ai dazi».
Un dietrofront che ha sorpreso alleati e osservatori.
Perché Trump ha frenato
Dietro quella svolta improvvisa ci sono diversi fattori. La “daddy diplomacy” di Rutte, fatta di bastone e carota usati con misura; la compattezza mostrata dall’Europa; le borse in calo per tre giorni consecutivi, tema a cui Trump è notoriamente sensibile; e, non ultimo, sondaggi interni che non hanno mai approvato le mire – anche militari – sui ghiacci del Nord.
Il Taco (Trump always chickens out) cercava una via d’uscita prima di finire in un burrone politico, e Rutte gliel’ha servita su un piatto d’argento. Ma senza dare l’impressione che Trump fosse costretto a fare marcia indietro: era necessario offrirgli una narrazione in cui avesse ragione nel sollevare il tema della sicurezza artica contro le minacce russa e cinese.
Il ruolo di Rutte e il disinnesco del chicken’s game
Chiarito lo schema, è toccato a Rutte, figura più tecnica e meno politica, il compito di disinnescare il chicken’s game. Ecco perché il dossier ha smesso di bruciare, ma resta caldo e aperto.
Incrociando le parole di Trump, quelle di Rutte, dei premier coinvolti e di fonti Nato vicine al dossier, emergono alcuni punti fermi. Primo: non esiste alcun documento formale che definisca un accordo. I colloqui proseguiranno «nei prossimi giorni e settimane». Oggi Rutte vedrà Frederiksen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, poi verrà il momento di trilaterali tra Usa, Danimarca e Groenlandia, probabilmente con la presenza dell’Ue.
I tre pilastri del dossier artico
Rutte ha presentato a Trump un quadro che ruota già attorno a tre pilastri. Il primo: la regione artica è una priorità condivisa da tutta la Nato, come dimostrano gli impegni assunti dal 2014. Il secondo: Russia e Cina rappresentano una minaccia, tra sfruttamento delle rotte e riattivazione di vecchie basi militari. Il terzo: la presenza Nato è già concreta, con sei esercitazioni terrestri, aeree e navali nel 2025 e altre due programmate nel 2026.
Su questa base, nel faccia a faccia si sarebbe parlato della necessità di aggiornare l’accordo del 1951 che regola la presenza militare sull’isola. Una base è attiva dal 1952, la Pituffik Space Base; un’altra, Camp Century, scavata sotto i ghiacci, è stata dismessa nel 1959.
Cosa non è stato discusso
Nel quadro dell’intesa circolano ipotesi sull’esclusione di Russia e Cina da investimenti futuri e sul rafforzamento Nato nella regione. Si è parlato anche di un possibile accesso Usa alle risorse naturali dell’isola, ma fonti Nato smentiscono. Rutte è stato esplicito per fermare alcune ricostruzioni: «Nessuna discussione su azioni militari future», «nessun compromesso sulla sovranità» e «nessuna discussione sui minerali». Nulla di tutto ciò rientra nelle sue competenze. L’obiettivo era fermare il delirio, minaccia dei dazi compresa, e avviare un confronto limitato al perimetro Nato.
L’incertezza tra gli alleati europei
L’assenza di testi ufficiali ha generato incertezza tra gli alleati, soprattutto europei. Da qui il Consiglio europeo straordinario che ha riunito a Bruxelles i 27 leader. L’ordine del giorno non è cambiato: l’invito, da parte di Ursula von der Leyen e del cancelliere Merz, è che «i Paesi Nato devono fare di più per la sicurezza dell’Alleanza». L’Italia, ad esempio, non risulta aver preso parte alle esercitazioni artiche, a differenza del Portogallo. Antonio Tajani ha ribadito che l’Italia manderà una missione commerciale e organizzerà conferenze scientifiche.
La sovranità come limite invalicabile
Qualunque cosa abbia in mente Trump, Frederiksen ha ribadito paletti chiarissimi: sì al «dialogo costruttivo per rafforzare la sicurezza nell’Artico, incluso il Golden Dome degli Stati Uniti», ma solo nel rispetto dell’integrità territoriale. «Possiamo negoziare su sicurezza, investimenti, economia. Ma non possiamo negoziare sulla nostra sovranità».
La crisi è rientrata, dunque. Ma il dossier Groenlandia resta un test cruciale: per la Nato, per l’Europa e per la gestione di un’alleanza che non può più permettersi ambiguità strategiche.





















