Il Board of Peace voluto da Donald Trump nasce come un club ristretto di leader fedeli: ambizioni globali, poche adesioni e forti dubbi sul ruolo dell’Onu e sulla pace a Gaza
Un globo dorato, con l’America rigorosamente al centro, circondato da rami dorati d’ulivo. È questo il simbolo scelto da Donald Trump per rappresentare il suo nuovo «prestigioso» Consiglio della Pace. Ieri, a Davos, il presidente americano ha firmato l’atto con cui nasce ufficialmente questo nuovo organo, dotato di un «potenziale enorme», chiamato nelle intenzioni del suo ideatore non solo a gestire la crisi post-bellica a Gaza ma potenzialmente a garantire pace e prosperità a tutta la comunità internazionale.
Un Consiglio dai poteri illimitati
Sì, perché il nuovo Board of Peace non sarà unicamente concentrato sulla questione palestinese. Stando alle parole di Trump, il nuovo organo potrebbe estendersi anche «ad altre cose». Del resto, come ricordato ieri, «se avremo successo con Gaza potremo fare molte altre cose». «Una volta che questo consiglio sarà completamente formato, potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo», ha tuonato il tycoon, lasciando chiaramente intendere che il Board è qualcosa di più di un semplice strumento volto a risolvere la crisi della Striscia di Gaza.
Secondo il presidente «quasi tutti i paesi vogliono farne parte», anche se, in verità, al momento le adesioni restano molto poche. Già solo la cerimonia di lancio del progetto non è stata una grande prova di consenso tra i leader mondiali.
Presenze selezionate e assenze europee
All’evento erano infatti presenti solamente i primi ministri di Ungheria e Bulgaria, oltre a rappresentanti di quattro Paesi europei extra-Ue: Armenia, Azerbaigian, Turchia e Kosovo. Ma a Trump, almeno stando alle sue parole, va benissimo così: «In questo gruppo mi piacciono tutti. Ci credete? Di solito ce ne sono due o tre che non sopporto. Qui non ne vedo nessuno».
Viste le importanti assenze europee, viene da chiedersi se il tycoon non si riferisse proprio a leader quali Macron, Starmer e Merz. Tra i partecipanti più distanti dal continente europeo erano comunque presenti anche i leader di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Argentina e Paraguay. Nel complesso, l’evento è rimasto piuttosto contenuto, con meno di venti leader complessivamente riuniti.
Un club di fedelissimi senza Onu
Più che la nascita di un nuovo organo internazionale capace di rivaleggiare con le Nazioni Unite, considerate inefficienti dall’amministrazione americana, l’evento ha segnato la creazione di un ristretto gruppo di leader a vario titolo vicini a Donald Trump e dal dubbio interesse reale nelle questioni di Gaza.
I Paesi più coinvolti nella questione palestinese, come Turchia, Qatar o Giordania, hanno solidi motivi per voler essere nel Board. È invece difficile immaginare perché figure come Viktor Orbán, o ancor più Lukashenko e Putin, dovrebbero ambire a invischiarsi nella complessa e potenzialmente rovinosa gestione post-bellica della Striscia. Per molti, la partecipazione sembra rispondere più al desiderio di ottenere un canale diretto con il presidente americano che a reali motivazioni umanitarie.
Il Consiglio Esecutivo
Per «rendere operativa la visione del Board», stando a quanto dichiarato dalla Casa Bianca, sarà lanciato uno speciale Consiglio Esecutivo composto da fedelissimi di Trump. Nella lista figurano il Segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff, il genero Jared Kushner e l’ex premier britannico Tony Blair, oltre al ceo di Apollo Marc Rowan, al presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e a Robert Gabriel, vice consigliere per la Sicurezza nazionale.
Alla luce di queste nomine e del fatto che Trump resterà a capo dell’organo anche dopo la fine del suo mandato, emerge chiaramente una struttura fortemente personalistica, pensata per ruotare attorno alla figura del presidente.
Diffidenza europea
In molti, specialmente in Europa, guardano al Board come a un attacco alle prerogative delle Nazioni Unite. Una percezione che ha spinto la grande maggioranza dei Paesi europei a tenersi fuori dal Consiglio. E senza l’Europa, l’intera impalcatura pensata da Trump perde un tassello importante, forse fondamentale.
Anche sul piano pratico, il progetto mostra numerose criticità. A Davos è stato presentato l’imponente piano di ricostruzione della Striscia di Gaza, incentrato su vasti interventi infrastrutturali ed edilizi destinati a cambiarne radicalmente il volto.
Gaza senza i palestinesi
Peccato che, al di là della complessità della situazione e delle lacune dei progetti urbanistici, i palestinesi non siano stati interpellati sul futuro della loro terra. La cartina presentata dagli americani non tiene conto della realtà sul campo né delle necessità della popolazione locale, arrivando persino a prevedere immense aree dedicate alla costruzione di datacenter.
Un piano distaccato dalla realtà e difficilmente realizzabile. Come in molte altre occasioni, anche questa volta Trump sembra aver puntato più sulla spettacolarizzazione che sulla concreta fattibilità delle sue proposte. Un limite che riguarda tanto la ricostruzione di Gaza quanto l’intero, ambizioso e controverso, Board della Pace.




















