Trump firma lo statuto del Board of Peace per Gaza, ma Italia, Regno Unito, Germania e Francia restano fuori. I no di Meloni, Starmer, Merz e Macron
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato lo statuto del Board of Peace e ha chiamato sul palco i venti rappresentanti dei Paesi che hanno aderito al nuovo Consiglio.
«Oggi avremo più dettagli: questo comitato di pace ha l’opportunità di diventare uno degli organismi più importanti mai creati. Lo prendo molto sul serio», ha detto Trump durante la cerimonia.
«Tutti vogliono farne parte. I Paesi che sono qui sono miei amici: qualcuno mi piace di più, qualcuno di meno. Ma quelli presenti oggi mi piacciono tutti. Sono grandi leader, grandi personalità».
Per il tycoon si è trattato di «una giornata molto emozionante». Trump ha aggiunto che il Board of Peace collaborerà con «molti altri organismi, comprese le Nazioni Unite».
Meloni non firma
«Sono interessata e disponibile al Board of peace for Gaza a cui sta per dare vita Donald Trump. Ritengo anche che l’Italia dovrebbe farne parte perché noi possiamo svolgere un ruolo molto importante. Ma non posso firmare per problemi costituzionali».
Il giallo su Gaza viene chiarito ieri sera in occasione del 30° compleanno di Porta a Porta. Giorgia Meloni, in silenzio stampa su questo punto da giorni, sceglie il salotto di Vespa – nell’occasione condiviso con Enrico Mentana – per sciogliere dubbi e riserve.
Saranno più o meno le stesse parole che la premier utilizzerà nella lettera che si dice dovrebbe inviare a Trump per spiegargli il suo gran rifiuto. Inviare o consegnare a mano: ancora non è chiaro infatti se oggi, prima di arrivare a Bruxelles per il Consiglio straordinario sulla Groenlandia, la premier farà scalo a Davos dove, a margine del Forum economico, il presidente Usa ha organizzato la cerimonia della firma per il tanto atteso Forum per la pace a Gaza che dovrebbe essere l’inizio della Fase 2. «Mai stata remissiva con Trump, di sicuro non voglio rompere con il nostro principale alleato». Che sarebbero gli Stati Uniti, però, e non certo Trump.
Sul palco una ventina di rappresentati di paesi che hanno aderito: uno del Bahrein, del Marocco, il presidente dell’Argentina, il primo ministro dell’Armenia, il presidente dell’Azerbaigian, il primo ministro della Bulgaria, il primo ministro dell’Ungheria, il presidente dell’Indonesia, il vice primo ministro della Giordania, il presidente del Kosovo, il primo ministro del Pakistan, il presidente del Paraguay, il primo ministro del Qatar, il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita, il ministro degli esteri della Turchia, un rappresentante degli Emirati Arabi Uniti, il presidente dell’Uzbekistan, il primo ministro della Mongolia.

L’italia non firma
L’Italia non firma – e questo è un importante quanto necessario atto di chiarezza rispetto al nostro posizionamento in politica estera – e l’Europa sembra aver perso la pazienza rispetto al presidente Usa. I leader europei presenti a Davos hanno lasciato uno dopo l’altro il vertice economico sulle montagne svizzere. Prima Emmanuel Macron, Pedro Sanchez e Mette Frederiksen, poi von der Leyen e il cancelliere Friedrich Merz. Senza contare Keir Starmer. Nessuno ha visto Trump sulle Alpi nonostante il presidente americano avesse previsto numerosi appuntamenti e bilaterali. Nulla di veramente organizzato ma la tempistica parla da sola: voltare le spalle al tycoon e alle sue bizze.
Il cancelliere Merz è stato l’ultimo ad abbandonare rinunciando di partecipare al trilaterale con Rutte e Trump. La sera prima Christine Lagarde aveva lasciato la cena mentre parlava il segretario al Commercio Usa Howard Lutnick. Tutti via, dando quasi per scontato l’ennesimo attacco all’Europa, «troppo debole» da una parte, «irriconoscibile» dall’altra, «se non farà come diciamo noi ce lo ricorderemo».
Bruxelles e il nuovo ordine
Il focus per l’Unione europea ora è Bruxelles, dove stasera c’è un appuntamento con la Storia: cosa rispondere a Donald Trump e come affrontare il nuovo assetto internazionale. «Siamo davanti a un cambiamento nell’ordine geopolitico non solo sismico, ma permanente», ha detto von der Leyen. «Viviamo in un mondo definito dal potere puro». La Groenlandia è un falso problema, «visto che tutti noi, Usa e Ue, abbiamo a cuore la sicurezza dell’Artico nell’ambito della cooperazione Nato». La minaccia dei dazi è una risposta sbagliata e «una minaccia insensata».
Starmer, Merz e Macron hanno già detto no
La presidente della Commissione europea per ora non scioglie le riserve sulla partecipazione al Board of peace. Rimanda la decisione all’incontro con i leader europei. La posizione italiana è stata spiegata dal vicepremier Tajani al Ppe: «L’Italia ha un quadro costituzionale ben chiaro». Palazzo Chigi sta risolvendo con il Quirinale i problemi costituzionali che rendono impossibile la firma. «La presenza a quel tavolo di Putin e Lukashenko è un problema solo politico», ha detto Meloni, «sapendo che prima o poi dovremo tornarci a parlare». Stasera a Bruxelles s’incrociano i dossier Groenlandia, Gaza e Ucraina. Su Gaza hanno detto sì solo alcuni Paesi extraeuropei. Starmer, Merz e Macron hanno già detto no.



















